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Mondo Di Vino
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[08/04/2008, 00:01] Librandi: sentirsi (ed essere) vignerons in terra di Calabria

Lavoro vendemmia

Credo di essere sufficientemente rigoroso e dotato di una buona dose di onestà intellettuale da non farmi condizionare dall?amicizia, antica, profonda, saldissima con la famiglia Librandi, titolare della più bella casa vinicola cirotana e calabrese e una delle migliori di tutto il Sud Italia, da potere tranquillamente affermare che con quest?anno, con le produzioni attualmente in commercio, l?azienda, che pure ci aveva abituato negli anni a standard importanti, ha toccato vertici qualitativi straordinari e mai raggiunti, con così tanta evidenza, in passato.
Quello che mi ha sorpreso, nei giorni ? bellissimi ? passati la scorsa settimana a Cirò marina, degustando tecnicamente i vini, ma soprattutto mettendoli ripetutamente alla “prova del nove”, quella che taglia la testa al toro, ovvero la verifica del loro funzionamento a tavola, in abbinamento ai piatti dell?appetitosa, saporita, colorata cucina locale, e girando per i vigneti ? uno spettacolo ? situati negli areali di Cirò, Crucoli, Strongoli, Casabona in Val di Neto, e discutendo di tante cose con gli amici Tonino e Nicodemo Librandi e con i figli di quest?ultimo Raffaele e Paolo, perfettamente inseriti in azienda e impegnatissimi, perché quando si hanno 240 ettari vitati e si producono circa due milioni di bottiglie, c?è da tirarsi su le maniche e da correre, è la assoluta consequenzialità di un percorso operativo.
Un lavoro che parte dalle vigne, dalla loro concezione e gestione e cura minuziosa, sia che si tratti si vigne di proprietà sia di vigne di conferenti, con alcuni dei quali è stato creato un rapporto di collaborazione e di co-gestione votata alla qualità di stampo trentin-altoatesino, si trasferisce in cantina e finisce, secondo una logica di assoluta imprenditorialità, che prevede la giusta promozione del prodotto, il collocamento sui vari mercati, nella bottiglia.
Contenitore il cui valore intrinseco si carica di ulteriori legati alla valorizzazione, e posso dirlo?, al ?riscatto? di un territorio splendido ma che gira ancora a tre marce su cinque a disposizione, ad iniziative di comunicazione e progetti di tipo culturale, ad operazioni coraggiose che richiedono tempo e pazienza per essere non solo condotte in porto, ma capite nella loro giusta portata.
Bene, tutta questa serie di cose, una ricerca e una sperimentazione assidua condotta nel vigneto, centro di tutto il pensiero e dell?azione della famiglia Librandi, e giustissima pertanto la recente assegnazione del Premio Veronelli a Nicodemo, viticoltore nel sangue e vigneron di tempra langhetta o borgognona - con la collaborazione di ricercatori universitari ed esperti al massimo livello, lavoro che si è tradotto in diversi convegni organizzati negli anni e in uno splendido libro curato dal professor Mario Fregoni, Gaglioppo e i suoi fratelli, che fa egregiamente il punto su tutto quanto è stato fatto nel corso di quindici anni, ed un concetto di qualità cui offre un contributo fondamentale la consulenza tecnica del più serio dei nostri enologi, Donato Lanati, con il formidabile staff dei suoi collaboratori, costituirebbe un ?bluff? o qualcosa di gratuito se poi non si traducesse in vini veri che sanno esprimere la verità e l?unicità di questa autentica Enotria tellus.
Lavoro vendemmiaInvece, e mai come quest?anno, quando mi sono trovato di fronte ad una qualità complessiva altissima, ad una gamma compatta dove ogni vino ha una precisa identità e non cannibalizza nessun un altro proponendosi come doppione, da questo lavoro serissimo quasi ?matto e disperato? per dirla in termini leopardiani, esce un?idea di vino, cirotano, calabrese, meridionale, mediterraneo, italiano che ti fa capire, ad ogni sorso, in ogni circostanza di servizio, come quel vino non sia casuale, ma finalizzazione (come lo è un grande gol dopo una veloce azione in linea, condotta secondo schemi ed estro e tecnica), di un sentimento, di una coscienza viticola, vinicola, enologica di assoluto rigore e grande anima. Troppo facile parlarvi dei ?gioielli? di casa Librandi, di quel collaudatissimo Gravello, mirabile sintesi-dialogo di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, elegantissimo, morbido, avvolgente nella sua versione 2006 (prodotta in centomila esemplari), oppure di uno dei miei prediletti, il Magno Megonio la cui annata 2006, ancora scalpitante, bisognosa di tempo in bottiglia, imponente e dotato già ora di quel timbro che lo rende unico ed inimitabile, promette mirabilie.
Provate invece a misurarvi, con una versione 2005 da standing ovation per eleganza, morbidezza, perfetta sintesi di struttura tannica (e che tannini signori!) e dolcezza calibrata del frutto, con il vino simbolo dei Librandi, con il Cirò riserva Duca San Felice, quintessenza di Gaglioppo, dimostrazione della grandezza e della duttilità di quest?uva cirotana per antonomasia (che solo gli ingenui possono pensare possa dare il proprio meglio sui rosati e non vinificata in rosso), e ricordarvi che di questo capolavoro sono disponibili qualcosa come 180 mila esemplari, oppure rimanere di sasso di fronte all?equilibrio assoluto, alla piacevolezza contagiosa, al nitore del frutto, ad un carattere ?nordico e piemontese? che ricorda quasi un grande Dolcetto, raggiunto dal Melissa Doc Asylia rosso 2007 (80 mila esemplari), alla perfetta sintesi di corpo, solarità, giusta maturità di frutto, tannino presente ma levigato, carattere leggermente e piacevolmente selvatico ma elegante raggiunta da un Cirò rosso 2007 (diverse centinaia di migliaia di pezzi) mai così diretto, compiuto, sinuoso nel suo modo di porsi!
E poi, che dire - solo un miope e uno stolto può mettere in dubbio che rappresentino, e di gran lunga, il meglio della produzione regionale per questa particolare tipologia (e preferir loro vini sulla qui qualità preferisco tacere?) ? dei due rosati, il Cirò Doc e l?Igt Val di Neto Terre lontane che con l?edizione 2007 (e posso dirlo visto che li bevo e li seguo da almeno 10-12 anni) raggiungono la loro definitiva consacrazione? Cerasuolo corallo rubino smagliante il primo, naso profumato di lampone, ribes, rosa, succoso, ben polputo, eppure freschissimo, mirabilmente equilibrato e sapido il primo, un?enfatizzazione del rosato importante il secondo, tornato ad essere Gaglioppo in purezza dopo aver accolto per anni una quota di Cabernet franc (i Librandi stanno sensibilmente riducendo la quota dei vitigni internazionali a bacca rossa presenti in vigna), vino succulento e perdonatemi la metafora, sensuale e malioso come una bella moracciona calabrese con tutte le curve, un bel 90-60-90, al punto giusto e una terza abbondante che ti fa prendere dalla vertigine quando scruti nella sua scollatura!
Vino ricchissimo, imponente nelle dimensioni, nella ricchezza di polpa, nell?avvolgente rotondità carnosa da seno non rifatto, pieno di tutto quel che vorresti un rosato, anche se tutto lascerebbe pensare, dal colore cerasuolo corallo acceso ? rubino trionfante, alla sinfonia fruttosa dei profumi, alla loro densità, alla materia quasi masticabile, golosa, alla lunghissima persistenza, con un tannino presente ma non aggressivo, trattarsi di un rosso.
Un rosato per estimatori ?con gli attributi?, che ho iscritto d?imperio al club ristretto dei super rosati, il Montepulciano Cerasuolo Pié delle Vigne di Cataldi Madonna, Il Magilda di Barsento, il Campo di Mare Duca Guarini, il Montepulciano Cerasuolo Cerano di Pietrantonj, talvolta il Rogito di Cantine del Notaio, il Montepulciano Cerasuolo Villa Gemma del povero Gianni Masciarelli, che mi fanno letteralmente ?pazziare? con i loro proclamati eccessi.
Lavoro vendemmiaE poi che dire, se non che degustati alla cieca faticheresti a pensare che siano nati in Calabria, tanto sono eleganti nello stile, tecnicamente ineccepibili, freschi, vivaci (anche se bevuti dopo due o tre anni dalla vendemmia), dei bianchi, dal più impegnato e impegnativo Efeso base Mantonico, il cui 2007, del nitore cristallino e dal naso petroso, profumato di muschio e frutta esotica ha solo bisogno di almeno 7-8 mesi in bottiglia per emergere con la sua sorprendente personalità ai due Greco, Cirò bianco e Asylia bianco, dotati di una piacevolezza di beva, di una sapidità, di una facilità di accompagnare i cibi che lascia senza parole? ?Filosoficamente? m?interessa meno, con la sua composizione base Chardonnay e Sauvignon, ma come non negare che con le sue 350 mila bottiglie prodotte (che puntualmente si esauriscono e creano problemi di assegnazione all?azienda) il Val di Neto Critone, è una perfetta case history, un esempio di vino moderno, ma fatto con cuore e sensibilità, in terra meridionale?
Come non dire sì, si stappi e si beva con piacere, evviva!, di fronte al suo giallo paglierino scintillante e multiriflesso, al naso svettante di gelsomino e agrumi e mandorla, al gusto ricco, vivo, sapido, di grande ampiezza, ad una magnifica acidità che tempera la materia succosa del frutto?
Troppo generose e amicali le mie osservazioni? Niente affatto! Chiunque abbia occhi, naso e cuore ed intelligenza per capire e relazionare il tutto al particolare contesto potrebbe cogliere la particolarità ed il fascino innegabile della realtà Librandi, farsi coinvolgere ed emozionare, percorrendo con lo sguardo la tenuta Rosaneti (nelle prime tre foto), che visitai per la prima volta quando non era ancora stata piantata una sola vite e che oggi è un giardino vitato, toccando con mano quello che questa famiglia ed i suoi collaboratori (un team ricco di giovani motivati da un vero e proprio orgoglio aziendale) anno dopo anno realizzano.
Ci saranno, com?è abitudine e gusto di casa Librandi, ulteriori sviluppi e addirittura sorprese (su cui mi è obbligo tacere, ma che mi paiono in prospettiva straordinarie e che mi hanno già dato in nuce testimonianza del loro significato) e nuovi prodotti verranno ad arricchire una gamma già articolata e vivace.
Novità tutte attentamente meditate, studiate in ogni dettaglio, con tutto il tempo necessario a disposizione perché arrivino a giusta maturazione e al grado di espressione ottimale per renderle delle scommesse ben calcolate e vinte e non degli inutili azzardi. Il giusto tempo per tutto, in questo universo dominato dalla luce, in questo oceano di vigneti dove in fondo, all?orizzonte? riluce e ti richiama il mare?
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[01/01/1970, 02:00] Il ritorno
Quando le cose si mettono male, le vecchie tradizioni ritornano ?

I rapporti dell?uomo con il vino avevano avuto alti e bassi durante la lunga storia della civiltà. Bevanda degli dei concessa anche al popolo con grande magnanimità, era poi diventata alla portata di tutti nel periodo romano: erano sorte taverne e botteghe di mescita dove, ovviamente, la qualità era piuttosto scarsa. Ma tanto bastava per dare ebbrezza e far dimenticare la dura vita di quei tempi. I commerci fiorivano e le navi lo trasportavano in giro per il Mediterraneo e successivamente nei paesi del nord. Il vino aveva superato egregiamente i cosiddetti periodi bui del medioevo, lo splendore del rinascimento, lo sfarzo delle regge barocche ed era giunto senza tentennamenti fino ai tempi moderni. Ovviamente anche la sua qualità era cambiata. Le tecniche di vinificazione avevano permesso di eliminare tutti gli additivi, quali spezie, miele, resine, che avevano cercato di rendere piacevole un liquido piuttosto aspro, il cui solo scopo era quello di inserire alcol nel corpo umano e fargli abbandonare per un poco le miserie quotidiane. Poco alla volta era diventata anche bevanda raffinata, le cui migliori espressioni erano privilegio di nobili e di potenti.
Nel ventesimo secolo la base di chi poteva permettersi anche le migliori produzioni s?allargò sensibilmente ed il vino ?buono? divenne alla portata di tutti o quasi. In realtà però restava profondamente diverso l?approccio che i differenti strati sociali davano al nettare degli dei. Ma non vi era una corrispondenza banale tra ricchezza e qualità. Chi se lo poteva permettere a volte beveva vini di dubbio valore, magari solo perché il prezzo era alto e forniva un segno chiaro del livello sociale raggiunto. Spesso non capiva neanche cosa trangugiava e la sua capacità gustativa era veramente misera. Chi riusciva invece a penetrare veramente nelle innumerevoli sfumature di una bevanda estremamente complessa, non aveva i mezzi per procacciarsela ed era costretto ad accettare compromessi più o meno onorevoli. In poche parole, difficilmente chi apprezzava il ?grande? vino poteva berlo, mentre normalmente chi ne aveva abbondantemente le possibilità si trovava a tracannare o a centellinare prodotti molto cari, che poco o nulla riuscivano a trasmettergli. La stragrande maggioranza della gente beveva invece quello che trovava e ben poco si curava della qualità. Vino, sempre e dovunque, ma basta che fosse a basso prezzo.
Poi, lentamente, le divisioni sociali diminuirono la forbice tra ricchi e poveri, ed anche il vino più prezioso divenne teoricamente una bevanda che chiunque, con maggiore o minore sacrificio, poteva permettersi almeno qualche volta all?anno. Tuttavia, restava ancora ben difficile da superare l?approccio culturale che durante i secoli ne aveva scandito il rapporto con il consumatore abituale. Il vino buono si poteva trovare anche facilmente, ma ben pochi erano in grado di riconoscerlo. Le vere sensazioni che un prodotto di alto livello sapeva elargire, rimanevano privilegio di pochi, senza alcun diretto rapporto con la loro possibilità economica. In questo caos qualitativo e quantitativo emerse finalmente una delle figure più importanti nella storia enoica del nostro pianeta: l?esperto di vino.
Più che un mestiere era un vera missione: egli doveva sacrificarsi a degustare di tutto e di più per definire finalmente in modo oggettivo una scala di qualità per gli innumerevoli prodotti che uscivano sul mercato. Alla fine, la sua titanica opera di ricerca, di confronto, di valutazione, sarebbe stata offerta a tutti i miseri mortali, che finalmente avrebbero potuto conoscere esattamente cosa stavano per bere. Il modo migliore per allargare a tutti le conclusioni di quei pochi illuminati era senz?altro un libro che riassumesse sinteticamente lo sforzo compiuto in mesi e mesi di sacrificio. Nacque così la ?guida dei vini?. Anzi ne nacquero molte, in quanto ogni nuovo benefattore era convinto di essere più oggettivo degli altri e di aver eseguito con maggiore serietà ed attenzione la valutazione finale. A lato di queste vere e proprie ?Bibbie? comparvero innumerevoli discepoli che iniziarono a portare il Verbo enoico in giro per il mondo.
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Le degustazioni pubbliche crebbero a dismisura così come le tavole rotonde, le lezioni, i congressi, ecc. Fortunatamente, si allargò anche il numero dei veri esperti, in grado di valutare le migliaia di profumi nascosti ai comuni mortali: non solo frutta, fiori e verdure, ma anche petrolio, animali, liquidi organici e così via. Finalmente chiunque avrebbe saputo cogliere quello splendido sentore di pollaio o di muffa, di radice amara o di pelo bagnato, che gli sarebbe stato precluso per sempre senza la sapiente guida degli eletti. Inoltre, non solo i consumatori avevano ormai degli angeli custodi pronti a guidare le loro scelte, ma anche gli stessi produttori potevano approfittare di chi avrebbe in poche e sintetiche parole osannato o distrutto il loro lavoro di vigna e cantina. Avrebbero capito velocemente se l?annata era stata buona o cattiva, se meritava o no mettere in vendita ciò che avevano costruito in un anno di dura fatica. Bastava seguire le prediche pubbliche dei ?santoni? e tutto sarebbe stato chiaro. E poco importava se ciò accadeva normalmente a vendemmia conclusa.
Il consumatore era comunque felice: aspettava con trepidazione spasmodica l?uscita delle ?Guide? e si scatenava nella caccia delle bottiglie più osannate. Il vino, benché spesso prodotto in grandi quantità, finiva quasi subito. Tutto era già venduto ben prima di uscire. Recuperare una sola bottiglia diventava un?opera di persuasione e di preghiera. I più fortunati riuscivano a commuovere il produttore e potevano portarsi a casa il gioiello tanto ambito anche se avevano dovuto pagare una cifra ben più alta del previsto. D?altra parte i prezzi erano per forza destinati a crescere. Gli ?esperti? benefattori dovevano sopravvivere e le guide dovevano essere pubblicate. Malgrado per loro fosse solo una missione culturale, i giornalisti, i curatori, gli esperti, i collaboratori ed i portaborse erano costretti gioco forza a mangiare, dormire, viaggiare, mantenere una famiglia. Dovevano, anche se controvoglia, chiedere una parte dei guadagni ai vignaioli che grazie a loro erano saliti nell?Olimpo della celebrità.
La situazione continuò così per molti anni tra la soddisfazioni di tutti: il vino era diventata una realtà ?popolare? e la sua comprensione era saldamente nelle mani di chi lo sapeva analizzare con sapiente lucidità ed oggettività. Ma i sobillatori ed i rivoluzionari sono sempre esistiti nella storia dell?umanità. E così qualcuno, sicuramente in malafede, cominciò ad inserire qualche dubbio: perché lo stesso vino aveva giudizi così diversi da guida a guida? Perché le aziende più facoltose conquistavano sempre le migliori valutazioni? Perché si osannavano i vini più veri e tipici e poi si premiavano quelli più monotoni e ripetitivi? Furono subito accusati di eresia, ma la calunnia iniziò ad infiltrasi e ad ottenere i suoi primi frutti. Alcuni consumatori osarono addirittura degustare da soli, senza alcun appoggio esterno. In altre parole, si vollero sostituire agli esperti, dopo tutto i sacrifici che questi avevano fatto per loro. Qualcuno arrivò perfino a comprare bottiglie non recensite da nessuno dei portatori di verità. Il mondo del vino stava per crollare per colpa di pochi facinorosi. Si sarebbe tornati alla barbarie ed alle scelte individuali. Si sarebbe bevuto un Sauvignon anche senza apprezzare compiutamente e profondamente quello splendido profumo che solo il gatto di casa riusciva così bene e inconsciamente a riprodurre.
Ci furono anni di caos e di sgomento, finché non comparve sulla scena enoica la poderosa e illuminata figura del ?Grande Estimatore?. Nessuno seppe mai quale fosse veramente il suo nome né come riuscì ad imporsi su tutto e su tutti. La sua scalata fu imperiosa e senza ostacoli. Cancellò facilmente ogni tipo di guida e ridusse all?anonimato il nutrito gruppo di portatori delle verità vinicole. E pensare che non dava classifiche e nemmeno consigli od ordini da seguire come atti di fede. Tutto ciò che faceva era di mostrarsi in qualche cantina e discorrere allegramente con i produttori davanti ad un bicchiere. Poi ringraziava ed usciva contento, tallonato dai Mass Media che lo seguivano ovunque, ma che non riuscivano mai ad ottenere il benché minimo commento. Le cantine visitate erano sempre più numerose ed i vignaioli facevano di tutto per migliorare i prodotti, sperando di accoglierlo un giorno o l?altro nelle loro abitazioni. Non chiedeva mai niente: assaggiava e parlava, parlava ed assaggiava. Sorrideva sempre, anche quando magari il vino non era stato di suo completo gradimento. Riusciva a non fare trasparire alcuna emozione.
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I consumatori iniziarono a seguire il suo esempio ed a decidere con il proprio naso e palato. Costretti a provare in prima persona, iniziarono essi stessi a valutare ed a confrontare, sempre più coinvolti non solo dalle caratteristiche del vino, ma anche dalla simpatia del produttore, dalla bellezza del territorio circostante e da tutte quelle sfumature difficilmente esprimibili con aridi punteggi. Scomparve in una giornata di autunno. Fu visto l?ultima volta su una collina delle Langhe, seminascosta da una fitta ed umida nebbiolina. C?è chi giura che non era solo, ma circondato da un gruppo di giovani festanti e giocosi che suonavano e ballavano. Poi più nulla, ma il vino ormai veniva apprezzato per quello che riusciva a trasmettere: praticamente tutti erano in grado di decidere da soli.
Nessuno volle mai credere a quel vecchio ?maestro di vigna? che in mezzo all?umida foschia di quel giorno, con il mozzicone di sigaro in bocca, si stava godendo solitario il languido panorama delle sue vigne di Nebbiolo. Eppure lui era proprio convinto di aver udito il gruppo festante chiamare il ?Grande Estimatore? con quello strano nome mai sentito prima ?Διονύσος, Διονύσος !!? (Dioniso, Dioniso !!)
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