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| [08/04/2008, 17:07] | inebriamenti... |  | 
I complimenti di Villa Petriolo a Roberto Bellini, autore di "Inebriamenti", racconto segnalato per "I giorni del vino e delle rose".
Roberto Bellini è nato a Marradi (FI) nel 1953 e risiede a Pontelungo (PT). Consulente enogastronomico e del gusto, collabora con le riviste del settore enologico De Vinis (rivista nazionale Associazione Italiana Sommelier), rivista regionale Toscana A.I.S., Bibenda e Accademia dei Vini (AIS Japan). Dal 2005 è Ambassadeur du Champagne Italie C.I.V.C.
racconto
"INEBRIAMENTI"
di Roberto Bellini
Io che non vivo senza te ?, dello chansonnier Pino Donaggio, usciva, con un suono striminzito e ranocchieggiante da un Radiomarelli avvolto in uno chasseuil in legno, che dava un colpetto chicheggiante ad una cucina agreste. Mio zio lasciava, come al solito, una scia fumosa di schietto sigaro toscano triturato e alloggiato nella pipa consunta; il fumo usciva filtrato dai suoi baffi con una soavità così aerea che sembrava immobile. Per la verità non mi pareva che quel fumo fosse puro tabacco, ho sempre pensato ad un mix plasmato anche dai vapori del vino Sangiovese e dell?Albana, di cui ricordo ancora un colore rossiccio, come il manto della volpe e tante bottiglie a sonnecchiare, immerse nella sabbia, nella parte più bassa e buia di una umida e malsana cantina. Anche quell?anno, era il 1965, stavo trascorrendo gli ultimi giorni delle vacanze scolastiche in Romagna; i miei genitori pensavano che una sana attività contadina, dopo un periodo balneare, mi ritemprasse in quello spirito vagabondeggiante che mi ha accompagnato nell?allevamento esistenziale e poi s?è trasferito in un pensiero meno acerbo. In quegli anni, noi marmocchi, indossavamo i pantaloni corti e le gambe erano così secche che i miei stinchi assomigliavano alle canne che sostenevano i tralci delle viti. Ogni mattina il profumo della ruralità mi svegliava senza rumori metallici; coniglio o pollo in umido alle erbette selvatiche, con fette di pane a scarpettare il piatto, era la consueta colazione, fatta prestissimo, a combinar la fioca luce con il riverbero di un sole che non avrebbe illuminato il casolare fino alle dieci. E poi vino, e non caffellatte, semmai un caffè preparato nella napoletana, al fuoco delle braci del camino. Purtroppo a me era consentito bere solo acqua: troppo giovane per l?alcool; ma i germi di una immaginaria rivoluzione con le enologiche rose nei cannoni stavano già ansimando nei miei titubanti pizzicori. Come ogni mattina, era la prima decade di ottobre, cominciava il rito della vendemmia. In quell?epoca non c?erano le macchine a camminare le vigne, si andava nella stalla, si addobbavano due vacche, bianche e ornate da lucidi cunei cornuti, si agganciavano al carro riempito di lunghe casse di legno a forma rettangolare, nerastre nel colore, nette a tal punto da irrorarsi in riverberi di guscio di cozza. Era una viticoltura vaccina e a braccia. Non comprendevo allora perché si spargesse tanta frenesia ed energia nella giornata, la mia curiosa indolenza mi impediva di resistere a lungo nel taglio dei grappoli, preferivo la parte dell?accoglienza in cantina, dove non regnava la pigia diraspatrice e la pressatura era soffice perché prodotta dal peso di altri bimbetti come me. E? in quell?anno che iniziai ad odorare le essenze della vinosità, dell?inebriante vapore del ?sanzves? e del colore che macchiava la pelle delle gambe, disegnando rivoli dalla tinta petalo di rossa rosa, per profumarsi in un floreale infinito, quando il sapone di Marsiglia scivolava sui pori per illimpidire la cute. Il ritorno degli zingari vendemmianti era una vera festa, incontaminati sorrisi sbocciavano come rose di maggio sui volti accaldati di uomini e donne. Io credevo di vivere in un favola, immaginavo quei signori della vendemmia come masnadieri o pirati, che si rifugiavano nella tana dopo aver predato i campi invasi da pancate di filari, che si spartivano frizzi e cibi e sbevazzavano fino a notte tarda, raccontandosi l?un l?altro dei particolari di vita degni di un gossip d?altri tempi: la tivvù non c?era e l?intermezzo pubblicitario era il brindisi nei francesini, direttamente dal fiasco impagliato e più volte riciclato. Non so? che qualità avesse quel vino, so? ch?era bianco, quello della veglia (véggia in dialetto) vendemmiale, di certo una Albana rossiccia, che entrava e usciva dallo stesso fiasco per giorni e giorni, tanto che mi chiedevo che fosse un fiasco senza fine, o un infinito fiasco. La curiosità di quel fiasco fu presto esaudita da un?indagine dal facile epilogo: direttamente dalla botte si spillava, alla bisogna, nel solito fiasco, la quantità di vino per riempirlo. Il fatto di non dover bere quei vini mi riempiva di istinti sovversivi, a frenarmi era l?odore dei loro aliti, da me inteso come acetoso e asprigno. I giorni passarono e il tino cresceva di volume e di calore; il primo stanco sobbollimento lasciò il passo a un brusio più rumoreggiante, tutt?intorno si spandeva un aroma di triturati acini, dolcissimi nell?odor, come lo sciroppo di rose. La mia curiosità su ciò che accadeva in quel largo tino troncoconico prosperava, niente volli chiedere ai villici; é sì, pensavo in quel tempo che vivere in città significasse essere superiore: beh, cacchiate molto puerili. Poi venne finalmente il giorno del sangue di fragola e di rosa, dell?inviolettato e dolcissimo profumo fermentatosi dalla natura, di un qualcosa che poi compresi come ?atto a divenire?, e più tardi ancora ?fatto per il divenire?. Quel succo che sembrava uno sciroppo di more selvatiche diluito, poi scoprì chiamarsi mosto, attirava la mia immaginifica invasione di una realtà che ancora non comprendevo e decisi, non visto, di sorbir quel succo. Dolcissimo mi parve, come marmellata spalmata sul pane, inebriante il ritorno di sapore, illuminante in tutti gli attimi in cui stordiva le mie orecchie, con un ronzio delicato e insistente e si impossessava della mia volontà di essere partecipe di ciò che mi stava accadendo. Assaggio dopo assaggio mi ritrovai non più in grado di decidere delle mie immaginazioni, non riuscivo più a abbinare la favola alla realtà, avevo perso l?idea della sovversione, della fierezza di aver disubbidito a qualcuno; i lunghi lanciafiamme del tramonto aranciato e violaceo si impossessarono delle mie pupille e posero fine ai miei barcollamenti labirintitici. Fu la mia prima scuffia enologica, beata e incontrollata, la mia mente favoleggiava in giardini immaginari, come roseti, aleggiava in una situazione razionale priva di gravità e uno dei timori più grandi che mi attanagliò, fu quello di perdere la facoltà di sognare ad occhi aperti, perché rubatami dall?incontrollato che mi pervadeva. Quel senso della meraviglia non conosciuta, l?abbinai più avanti ad altre scoperte esistenziali, tipo il godere del sesso e l?eccitazione per la vittoria. Ricordai che il ?Doppio Rhum? dei fumetti beveva caffè nero per smaltir l?eccesso, così accadde anche a me, con quel liquido nero e amaro, che allora aborrivo, e il solo pensiero di bere mi procurava un senso di fastidio. Il passaggio dal paradiso artificiale di baudleriana memoria, alla realtà riluttante nei conati, generò in me un senso di rigetto e di opposizione, un elasticizzato fastidio che attanagliò il mio allontanamento dal vino per molti anni. Quel sangue di fragole e rose lasciò però una traccia indelebile nella corteccia della mia memoria, un ricordo che procurava un batticuore, identico all?atto di accostare le labbra su quelle di una donna molto desiderata. Fu come allontanarsi dalla prima cotta giovanile, e far promesse di non volersi innamorare più, poi ti ritrovi a comprar rose rosse e presentarle alla desiderata con un celato senso di sconvolgimento interiore, perché ti vedi esposto a offrir te stesso e temere i dinieghi. Infine, eccomi spensierato a riappropriami di quelle incertezze, sfogliare i petali di molte rose intellettuali, distillare le gioie delle emozioni regalando brindisi e sorrisi, odorando il vino come vitale assenzio e non temendo il suo confronto birichinamente alcolico. La maturità può presentarsi anche con un ipocrita auto controllo, ma il controllo spesso impensierisce i sorrisi, e il vino e le rose non son raccolti per meditare l?introverso, ma per eternizzare l?esuberanza e la rigogliosità della vita. E i canti campestri di quell?anno non sono ancora usciti dai nastri della mia memoria, tanto che potrei cantare: ?io che non vino senza te?. | | TrackBack> |  |  |  |
| [08/02/2008, 13:47] | the days of wine and roses... |  |  "I giorni del vino e delle rose" di Luigi Bellucci è tra i racconti segnalati del concorso letterario di Villa Petriolo. Complimenti all'autore!
Luigi Bellucci è nato a Verucchio (RN) nel 1949 e risiede a Genova. Nel 1957 dalla Romagna i genitori, ristoratori, si trasferiscono a Genova. Luigi dà una mano nel servizio, ma nel 1972 si laurea in ingegneria elettronica e lavora come esperto di elaboratori e consulente. Dal 1995 è libero professionista. Dal 1997 è membro CCIAA delle commissioni di assaggio dei vini DOC e del panel dell?olio e partecipa a numerose selezioni di vini e oli in Italia. Sul sito www.tigulliovino.it, nella rubrica Viaggi, scrive le sue cronache minuziose in Italia e in Europa.
racconto
"I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE"
di Luigi Bellucci
?Cazzo se brucia il vino sulla pelle? e intanto soffiava sulla ferita appena aperta per attenuare il dolore mentre lui con estrema parsimonia faceva cadere ancora qualche goccia di liquido rosso da quella bottiglia straordinaria che suo padre custodiva così gelosamente. Quel brachetto aveva dei profumi di rosa che salivano dal ginocchio di lei e lo eccitavano ancora di più di quanto non facesse la vista della coscia mezza scoperta sotto la gonna a fiori.
Lei si era alzata particolarmente allegra, forse per il sole che brillava già alto nel cielo o forse per qualcosa di magico che volava nell?aria quel giorno, o forse perché c?era nell?aria un profumo di fiori, di mosto, di vino nuovo. Aveva voglia di regalare a qualcun altro la sua gioia, così prese la bicicletta sotto al portico, appoggiata alla porta del granaio, vi salì energica e iniziò a pedalare verso la Fratta. L?aria le lisciava le guance. Era calda e piacevole, si infilava nelle maniche corte del vestito e le accarezzava la pelle, risaliva sulle gambe in movimento e le faceva provare sensazioni quasi dimenticate di quando da bambina aveva iniziato a pedalare con l?aiuto del nonno. La strada cominciava poi a degradare molto lentamente e la bicicletta aumentava pian piano la sua velocità, ma la prudenza quella mattina non faceva parte dei suoi pensieri. Sentiva il rumore delle gomme che schiacciavano il pietrisco della carreggiata e quello scricchiolare strano e continuo dava gioia alle sue orecchie e a tutto il suo corpo e la pedalata era sempre più sciolta. Alla curva del Doccio non ricordava quella strettoia, il rumore improvviso che si avvicinava e aumentava spaventò una innocua biscia nera che se ne stava a prendere il sole sul bordo alto della scarpata e la fece scivolare verso la ruota anteriore che stava arrivando veloce. Fu un attimo perdere il controllo del mezzo e ritrovarsi, dopo uno zigzagare di una decina di metri verso la casa vecchia del Doccio, sdraiata a pancia sotto sul lato erboso della carreggiata, proprio vicino alla rete che separava la strada dall?orto, che stava proprio di fronte alla casa, con il grande noce al centro. Non era svenuta ma le ginocchia le bruciavano terribilmente e la bicicletta era rimasta in mezzo alla strada biancastra, a qualche metro da lei.
Lui era ancora stanco stamattina. Ieri aveva raccolto uva nel campo tutto il giorno. Forbici e mani nerastre e ceste riempite e tagli e ciocche sulle dita. Non ne poteva più. Ma non avevano ancora finito e dovevano per forza completare il raccolto in quella vigna perché l?uva era matura al punto giusto e bisognava tirarla via tutta. La stanchezza lo aveva tenuto a letto un po? più a lungo. Si era alzato e guardando dalla finestra della camera aveva visto gli altri già giù nella vigna. Un senso di rimorso lo aveva preso mentre si scaldava il caffé che la zia gli aveva lasciato nel tegame sul fornello e si tagliava dal violino una fetta di prosciutto crudo da accompagnare a un pezzo di pane del giorno prima preso dalla madia nel corridoio tra la camera e la cucina. Non stava pensando a nulla quando uscì di casa per andare giù nella vigna a fare la sua parte. Si stava tirando dietro la porta verde quando senti un tonfo strano alle sue spalle e uno strano rumore di lamiere sull?asfalto. Si girò di scatto e intravide al di là della rete dell?orto una sagoma dolorante. Per istinto corse lungo i dieci metri che lo dividevano dalla ragazza e la vide con la faccia a terra e le mani allungate sull?erba a proteggersi istintivamente il viso dalla caduta improvvisa. Capì che era proprio lei ed era quasi imbarazzato ad avvicinarsi per aiutarla ma si fece coraggio. ?Ti sei fatta male??. ?Cacchio! Se non cadevo stavo meglio!? rispose lei cercando di alzarsi. ?Ahi, ahi, ahi! Le ginocchia!?. Lui vide per primo il ghiaino della strada sporco di sangue. Le due rotule di lei erano rosse e lembi di pelle sollevata si mischiavano alle piccole pietruzze che la pressione del suo corpo aveva fatto quasi incollare alla carne. Le mani di lei erano messe anche peggio. ?Aspetta, che prendo qualcosa per disinfettarti. Non ti muovere di qui?. Lei si mise seduta per terra, sull?erba, con le spalle appoggiate alla rete morbida dell?orto. Raccolse le ginocchia ferite vicino al volto e iniziò a soffiare lentamente sulla carne delle palme e delle ginocchia, da cui usciva lentamente il sangue rosso. L?ombra del grande noce la proteggeva dai raggi del sole che ormai era alto nel cielo sopra di lei. Lui corse veloce verso casa, ma istintivamente non entrò, prese invece la porta della cantina.
Afferrò quella bottiglia di vino rosso sul coperchio di una botte che aveva aperto la sera prima per un assaggio e prese anche i due bicchieri di vetro, quelli piccoli e robusti, col fondo pesante. Corse fuori sulla strada dove lei si stava dando da fare per togliersi i sassolini dalle ginocchia con un fazzolettino a fiori ricamati che portava nella tasca del vestito e continuava a soffiarsi sulle ferite per sentire meno dolore. La gonna era scesa a metà coscia e mentre lui si inginocchiava al suo fianco non potè non godere della vista di quella coscia bianca che altre volte aveva desiderato accarezzare, ma il primo pensiero andò alla cura delle ferite.
Posò i due bicchieri sull?erba, prese la bottiglia per il collo e versò un dito di vino in entrambi. Afferrò deciso il primo bicchiere e lo porse a lei. ?Bevi che ti farà bene. Ti fa passare la paura della caduta?. Lei prese il bicchiere con le tre dita della mano destra perché il palmo le faceva ancora troppo male. Intanto lui buttò giù di un fiato il suo. Ne aveva più bisogno di lei perché questo incontro imprevisto e improvviso lo aveva sconvolto, ma era riuscito per miracolo a mantenere il controllo, apparentemente. Mentre lei sorseggiava timorosa dapprima e poi soddisfatta quel liquido rosso con quel buon profumo di rose che non aveva mai sentito prima, lui si fece coraggio e, tenendo il pollice della mano destra sull?apertura della bottiglia, la inclinò per spruzzarne sul ginocchio di lei, ma il liquido uscì con troppa velocità e andò a macchiare la gonna di lei un po? sollevata sulla coscia. ?Ma cosa combini?? gridò lei stizzita e stava per alzarsi, ma le ginocchia e le mani le facevano ancora troppo male e lui corresse subito la posizione del pollice e la direzione del liquido che usciva indirizzandolo verso il ginocchio più insanguinato: ?Scusami, scusami. Vedrai che ti fa passare il bruciore e poi ti disinfetta anche. Me lo ha sempre detto, mio nonno, che il vino è un toccasana per le ferite?. Anche per quelle del cuore, aggiunse nei suoi pensieri per completare la frase. Lei lo lasciava fare. Le piaceva quel suo armeggiare impacciato tra la sua gonna, le ginocchia ferite, il suo fazzolettino ricamato che usava come garza, la bottiglia da cui uscivano con grande parsimonia le gocce di quel liquido rosso che lei intanto stava sorseggiando con piacere. ?Me ne versi due gocce sulle mani, che mi bruciano??. Lui la guardò negli occhi e mentre le gocce di vino scivolavano sulle palme rosse e ferite le trasmise tutto il suo amore. Senza staccare gli occhi uno dall?altra dalla bocca di lei uscì un?altra richiesta: ?Me ne versi ancora un dito??. Non si fece pregare, riempì prima il bicchiere che lei teneva in mano e poi anche il suo. Sempre guardandosi negli occhi ognuno centellinava quei sorsi che davano piacere al naso, sollievo alle ferite esterne e interne, incantavano le papille in bocca e portavano un calore nuovo giù per la trachea fino allo stomaco. Istintivamente i bicchieri furono posati sull?erba, i visi si avvicinarono lentamente e le labbra si incontrarono calde e profumate di rosa. La lingua accarezzava dolcemente la bocca dell?altro mentre la mano di lui saliva lenta a sollevare la stoffa a fiori della gonna ampia in cerca della carne calda sui fianchi. | | TrackBack> |  |  |  |
| [07/12/2008, 11:17] | Il mantra dell'incomprensibilita' (contiene rece) |  | O mondo incomprensibile: e' il mio mantra preferito, meglio potrei dire il mio tormentone, che ripeto spesso e volentieri. Nel farlo, evito di approfondire le cause: se sia io che non ci arrivo oppure e' l'universo che non si spiega. In questi ultimi giorni, per dire, ho avuto notevoli difficolta' a spiegare al cliente curioso cosa e' successo col Brunello, e col Decreto Zaia: e' tornato tutto a posto? Bacchetta magica? Oppure: non e' proprio, mai, successo niente? Onestamente, qualcosa mi sfugge; appare certo che tutto, ora, sia a posto - un po' come la spazzatura a Napoli, e' sparita dal Tg4; segno che il problema e' risolto. Forse.
E certo, non e' colpa di internet che ci rende piu' stupidi - per fortuna qualcuno spiega perche': "la tesi stupida che i sistemi internet ci rendano meno intelligenti è stata messa in giro con molto clamore. E' un segno di paura da parte di chi controlla l'informazione, in particolare i giornali tradizionali (non a caso la notizia è stata molto diffusa dai quotidiani) e le televisioni (che hanno dato all'argomento ampio spazio). In realtà, hanno paura che il pubblico li abbandoni (o, come si direbbe con un linguaggio in voga, li mandi dove avete ben compreso)" - E grazie al qualcun altro che segnala il pezzo.
Come forse avrete letto in giro (vi basti la copertina dell'ultimo Espresso) siamo probabilmente sull'orlo dell'abisso economico-finanziario; per chi, come me, opera (comunque) in quell'ambito commerciale riconducibile al termine "accoglienza" (che mi piace una cifra, sottolineo) e' grande la sopresa nel vedere che c'e' chi insiste a darsi da fare, nonostante chi ci governa sia intento ai casi propri, per cui e' normale che si vada a rotoli - ma questo non si puo' dire, perche' si chiamerebbe qualunquismo. Quindi, rinunciamo a capire perche' stiamo scrutando l'orlo del suddetto abisso.
Piuttosto, diamo un senso vagamente food a questo post, inserendo la rece (sta a significare recensione, tutto ti devo spiegare?) d'un ristorante visitato ierisera. La sorpresa, probabilmente, e' tanto piu' piacevole quando nel corso della giornata ti hanno tenuto compagnia i cupi pensieri su esposti; ti siedi a tavola e ti sorprendi di ogni minuzia positiva, alla fine probabilmente la enfatizzi, ma appunto se non t'aspetti niente di buono godi due volte. Andiamo con ordine.
Il ristorante sta in una stradina interna al quartiere di Pegli, Genova, non distante dalla mia magione; una strada senza pretese in un quartiere ex-glorioso, l'unico nel ponente della mia citta' ad esibire un lungomare e qualche vestigia d'un passato turistico; la porta, rossa, e' una nota cromatica cospicua, che fa molto bistro' - con stile vezzoso e buona misura, che, vedro' poi, e' la cifra complessiva degli arredi e degli interni. D'accordo, entrando, tra gli arredi aggraziati, la barrique con le bottiglie e varie leziosita' compare la solita Berkel; sull'eccesso di Berkel ad uso arredo molti altri si sono gia' dilungati, quindi eviterei d'infierire; resta sempre il dubbio: sopravvive qualcuno che usi una Berkel per affettare la mortadella? Comunque, esploro brevemente gli interni pieni di belle cose buttate qua e la', ed arrivo ad una stanzetta adibita a sala per bimbi: incredibile, in una citta' a crescita zero un ristoratore che pensa ai bambini; l'ho ancora detto che il mondo e' incomprensibile? La parte piu' bella, pero', e' il piccolo giardino all'aperto, dove mangeremo, su sedie in ferro battuto non comodissime ma stilose e coerenti; grandi ombrelloni coprono i pochi tavoli, ravvicinati (ma questa e' Genova, mica la Pianura padana) e, finalmente, ti godi una location, incredibile a dirsi, fighetta ma non banale. Sono seduto al limite dello spiazzo aperto, lungo il quale corre un antico muro che, immagino, divideva le proprieta' con i giardini di questi vecchi palazzi patrizi, anticamente ville fuori citta' ad uso dei borghesi che "uscivano" da Genova per andare al mare; oggi questi quartieri sono annegati nella citta'; ma questo muro, coperto dai rampicanti, sbrecciato e cadente, e' puramente retro' senza infingimenti, e' antico e basta, non mente, non e' evocazione posticcia di antichita': e' antico di suo. Osservare da vicino qualcosa/qualcuno che non mi racconta storie, da solo, e' gia' appagante. E ancora: personale simpatico e cordiale. Da queste parti, scusate, e' praticamente un optional che volentieri pagheresti. Cosa si mangia? Diciamo subito: niente voli pindarici, cucina riconoscibile, facile, forse un po' riluttante, ma che ci volete fare, io sono il genere di gurmè che, quando gli presentano "paccheri con pomodorini e pancetta" fatti bene e golosi, non si lamenta. Gia' gli antipasti si annunciano godibili, con i muscoli (cozze) perfetti, con mozzarella piaciona, con peperoni in agrodolce - ecco, questi davvero - memorabili per dolcezza. E ottimo pane. Da queste poche cose si capisce che le evocazioni iberiche sono, ovviamente, ignote. E va bene cosi'; i piatti sono, ci crederesti? rotondi e bianchi. In generale le preparazioni hanno spunti da meridione d'Italia (non ho indagato piu' di tanto) e le esecuzioni sono, come dicevo, improntate sulla facilita', sono confortanti e confortevoli. Il menu e' scritto a mano su un foglio di carta-paglia (la stessa che ti fa da tovaglietta) e la carta dei vini, eh, quella non c'e'. Io chiedo un bianco ligure, la signorina mi propone un Vermentino (quale, ovvio, non si sa). Questa e' la classica premessa per una brutta sorpresa, e invece ti servono un clamoroso Vermentino Riviera Ponente 2007 di Ruffino, azienda assolutamente sugli scudi, che conosco ed apprezzo: applauso. Salto il secondo, passo al dolce, una pastiera ricottosa quanto basta, di ottima esecuzione. Antipasto, primo, dolce, vino serissimo e acqua: sui trenta euri a personcina. Coordinate:
Ristorante Antica Via Venti Specialita' genovesi e napoletane Via Martiri della Liberta' 63R - Genova Pegli Tel. 010 664665 Esci col piacere d'aver trovato un esercente che onora la categoria, e quasi rinfrancato nel vedere un ristorante aperto da poco, ma al gran completo, segno di buon successo, a dispetto delle crisi e dei tracolli. | | TrackBack> |  |  |  |
| [05/09/2008, 15:50] | Indici |  | | Per tenere sotto controllo lo sviluppo vegetativo della vite nel corso della stagione, gli agronomi sono soliti ricorre agli indici pedoclimatici. Tali indici sono solo elaborazioni numeriche delle condizioni del pedoclima, cioè dell'insieme delle condizioni fisiche e chimiche dello strato superficiale del terreno, dipendenti dal clima stesso. Fra le grandezze fisiche e chimiche che normalmente si prendono in considerazione, la temperatura T in prossimità del suolo è probabilmente la più importante. Prima di proseguire con questo post, pregherei l'incauto lettore di scaricare e leggere quanto riportato in questo link. Lo so, sono pigro, ma quantomeno chi non ha trovato l'argomento interessante, può tranquillamente transitare su un altro blog. | | TrackBack> |  |  |  |
| [03/10/2008, 14:02] | Stormhoek e il nuovo utilizzo dei social media |  |  Stormhoek ha usato strategie di marketing 2.0 sin dal suo debutto nella blogosfera nel 2005, quando veicolò il suo brand attraverso una campagna virale tra i blogger inglesi. Nel giro di un anno aumentò le casse di vino vendute nel Regno Unito di sei volte con un budget annuale speso in comunicazione di appena 20.000 dollari. Non male per un brand del vino locale con una riconoscibilità ormai globale. Ma, poche settimane fa, il suo partner inglese Orbital ha dichiarato bancarotta, una crisi che va al di là del controllo di Stormhoek. Sebbene l’azienda sia ancora in una situazione finanziaria buona, tuttavia i suoi sub-contractor non lo sono: il che significa licenziamenti. Fin qui ci siamo. Ma cosa sta succedendo adesso? Stormhoek vuole evitare questa situazione di crisi e di licenziamenti. Come? Con un altra campagna di marketing online virale. Own a vine. Save a job Sfruttando sempre il passaparola della blogosfera, l’azienda a chiesto al suo pubblico un prestito di poche centinaia di euro per affittare una vigna sulla quale verrà posto il nome del supporter. Quest’ultimo riceverà una fotografia della vigna e una bottiglia di vino fatta con l’uva di quella vigna. Nello stesso tempo Stormhoek stanzierà il 5% dei suoi costi di produzione a un fondo per la restituzione del prestito, per restituirlo con gli interessi. In pochi giorni dal lancio della nuova iniziativa sono stati pubblicati oltre 70 articoli online su di essa; il gruppo Facebook si è attivato; il passa parola si è diffuso all’interno del servizio di social bookmarking del Sud Africa Muti e del microblogging Twitter. Inoltre, il servizio di social media locale Zoopy.com sta facendo la sua parte anch’esso. Oltre 11 mila persone hanno visitato il nuovo sito di Stormhoek (www.stormhoek.co.za ? il vecchio sito www.stormhoek.com era controllato dalla compagnia inglese e sta finendo di funzionare). Per il momento poi sono state vendute 22 vigne, ancora ben lontani dall’obiettivo di 3000 vigne, ma Graham Knox, il proprietario, sembra essere confidente nel fatto che anche stavolta i social media faranno il loro dovere. Considerazioni Apertura e trasparenza Nella sua prima campagna online, Stormhoek invitò i blogger ad assaggiare il loro vino gratis. Non c’era alcun obbligo di scrivere qualche post su di esso, nè di scrivere solo cose buone. La trasparenza ha pagato e il passaparola si è diffuso velocemnte online. Conversazione continua Sebbene ci siano stati periodi di stallo nella conversazione, Stomhoek possiamo dire che abbia comunque tenuta sempre alta l’attenzione su di sè. In Sud Africa sponsorizza il suo vino laddove i geek, i tecnologici, si radunano. E questi, ovviamente, parlano del brand. Evoluzione continua Niente è stabile sul web, tutto è mutevole. Anche Stormhoek lo è, mutando continuamente la sua conversazione online e offline. La prossima mossa sarà quella di inserire i video attraverso il sistema di aggregazione Zoopy. Tra l’altro l’azienda sta mutando anche fisicamente. Lato umano  In questo mondo virtuale è importante che ci sia la presenza effettiva di una persona dietro al blog, in altre parole il suo lato umano. Visitando il blog di Stormhoek si possono vedere le facce delle persone che lavorano nelle vigne (vedi immagine sopra), le loro vite, le loro esperienze. Vedrete quindi le persone cui realmente andrete a salvare il lavoro con il vostro prestito. Maggiori info sull’iniziativa e la strategia di Stormhoek cliccando qui. ShareThis | | TrackBack> |  |  |  |
| [01/01/1970, 02:00] | L'appello in difesa dell'identità del vino italiano: fanatismo enoico secondo Focuswine |  | | E' passato ormai un mese da quando è partito l'Appello in difesa del vino italiano (al momento quasi 1000 firmatari) scritto e pubblicato sulla versione online di Porthos, il cui testo è frutto dell'impegno di Marco Arturi e Sandro Sangiorgi. Un appello il cui testo chiarisce in modo inequivocabile quale pensiero ne abbia determinato l'esigenza, e che invito a leggere per esteso tutti coloro che ancora non lo hanno fatto e a firmare se ne condividono gli intenti.Trattandosi di una rivista a pagamento, vi riporto un estratto dell'articolo di Mancini:"La vicenda Brunello, con il suo lungo strascico, non solo sta causando danni economici e d'immagine ma ha generato un livore da barricate tra comunicatori ammantando l'intero comparto di un'atmosfera cupa. Nei momenti di difficoltà si dovrebbero innescare solidarietà, coesione, riflessione costruttiva, ma così non è. Ancora una volta si rischia di gettare al vento l'opportunità, sia pure sofferta per come si è determinata, di un ampio confronto tra addetti ai lavori per giungere a un chiarimento onesto che spinga il settore fuori dalle sabbie mobili nelle quali sta sprofondando. Ma i puristi, lancia in resta, tornano all'assalto armati fino ai denti di micidiali autoctoni."E' evidente che Mancini si riferisce alla questione del disciplinare del Brunello di Montalcino e a quel benedetto 100% di sangiovese previsto. Ma che i "puristi" si siano fissati sul sangiovese per un forte amore per l'autoctono è cosa assai ridicola oltre che riduttiva.Le motivazioni sono altre e ben più profonde e si inseriscono in un discorso più ampio che coinvolge l'intero comparto vitivinicolo e, ancora di più, il modus operandi e la filosofia del mondo commerciale.Se Mancini vuole fare finta di non aver capito è suo diritto, ma farebbe bene a concentrarsi sui reali contenuti del pensiero di chi non è d'accordo con questa linea che segue pedissequamente l'andamento di un mercato che non ha alcun interesse verso la qualità e la diversità di ciascun territorio.Il concetto è molto ben espresso proprio nel testo di presentazione dell'appello:"I disciplinari di produzione sono stati creati allo scopo di salvaguardare e garantire l'identità e l'integrità dei vini italiani. Negli ultimi quarant'anni, con la complicità e la disattenzione delle autorità di controllo, alcuni dei territori più significativi sono stati trattati come dei contenitori da riempire, occupare o allargare a dismisura. In numerosi luoghi la vite si è trasformata da coltura specializzata a coltivazione dominante, togliendo varietà e respiro al paesaggio. Sì è assistito a un'invasione di vitigni alloctoni con l'obiettivo di "migliorare" le specialità italiane e realizzare prodotti più facili da consumare, senza badare allo svuotamento di contenuti a cui molti vini sarebbero andati incontro. L'establishment continua a modificare i disciplinari senza alcuna progettualità, ma fotografando di volta in volta il cambiamento proposto dal marketing. Tutto ciò in nome di un riscontro economico immediato e seguendo i capricci del mercato. Un grave errore dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo economico: la standardizzazione dei nostri vini ha come diretta conseguenza, nel medio-lungo periodo, un calo delle vendite e dell'attrattiva turistica esercitata dalle zone di produzione."E' proprio questo il punto focale. Ogni giorno si scopre che in una zona a denominazione, qualcuno non ha rispettato le regole del disciplinare, disciplinare che è stato creato dai produttori stessi. Come dire: "Vi dimostriamo che siamo seri stabilendo delle regole da rispettare", per poi scoprire che da un numero variabile di aziende questi stessi disciplinari non vengono rispettati. Allora qual è la proposta dei "non puristi", di quelli che, come Mancini stesso propone, sono per il "parliamone"? Visto che molti non rispettano i disciplinari, visto che per il consumatore quello che conta è che il vino sia buono e non costi molto, perché non adeguare i disciplinari alle esigenze del mercato?E visto che ad essere sotto inchiesta a Montalcino sono le aziende più grosse e importanti, cioè coloro (e Biondi Santi non conta nulla?) che hanno reso famoso il Brunello nel mondo, perché non dargli una mano rendendo legale ciò che oggi non è?E' questo il modo di affrontare i problemi? A quanto pare non è un tema caro solo a certi nostri politicanti, ma l'idea di modificare le regole in base alle proprie esigenze appare un fenomeno sempre più di massa.Continua Mancini: "Anche dinnanzi a fatti oggettivi gravidi di conseguenze si persevera a inneggiare istericamente alla tradizione dall'alto della propria torre d'avorio, con un atteggiamento intriso di snobismo drammaticamente distante da ciò che realmente chiede il consumatore. Cioè un vino buono e dal prezzo accessibile al di là della purezza di razza vegetale."Dunque secondo Mancini il consumatore se ne frega delle regole, se ne frega delle tradizioni e della cultura da cui nasce il vino, peccato che oggi più che mai si stia avvicinando con grande interesse ai cosiddetti "vini veri" o "vini naturali", espressione certamente colorita e non proprio corrispondente, ma è un fatto che non sono tutti dei semplici "compratori". La cultura, la conoscenza, la semplice curiosità, le miriadi di corsi a cui un sempre più vasto numero di persone partecipano, sono la dimostrazione lampante che la gente non è tutta uguale e che chi si informa, chi capisce come vanno le cose, di certo non condivide una politica basata solo su interessi economici totalmente privi di qualsiasi etica.E l'articolo prosegue: "Altro elemento pesante come un macigno, continuamente rimosso e sempre rotolato a valle, come la pena eterna di Sisifo, è quello dei controlli. Così come congegnati evidentemente non funzionano, ne abbiamo già le prove ma certamente altre ne arriveranno. Parliamone!" Giusto, peccato che poi prosegue: "Certi disciplinari di produzione galleggiano sospesi in galassie poste a distanza siderale dal mercato, quindi dai consumatori; senza addentrarci in filosofiche acrobazie attorno al concetto di tipicità e tradizione, forse è il caso di intervenire con qualche ritocco. E il problema non riguarda soltanto il Brunello. Parliamone!" E ricadiamo nello stesso furbesco tema, modificare i disciplinari perché vecchi, obsoleti ecc., dimenticando che il parametro con cui si vorrebbe considerarli vetusti non ha nulla a che vedere con la qualità e la grandezza dei vini prodotti. Nel caso del Brunello di Montalcino, sono forse "vecchi" i vini di Soldera, Palmucci, Salvioni, Le Potazzine, Salicutti per citare i primi che mi vengono in mente?Infine Mancini conclude: "L'immobilismo al pari del puro discettare sono molto pericolosi come sta dimostrando l'esperienza. Ecco perché faccio molta fatica a comprendere l'appello dei colleghi di Porthos dai toni così esasperati, estremi rivolto contro un mostruoso nemico: l'establishment", "...Ma il riscontro economico non è alla base di qualsiasi attività imprenditoriale? E saper interpretare la domanda del mercato non è una sana quanto necessaria abilità? Ma di cosa stiamo parlando, di un'attività economica, sia pure dalla straordinaria ricchezza storico-culturale, oppure di un gingillo da vetrina per feticisti? Su questo tema provo un naturale feeling per molti colleghi, mentre altri, pur stimandoli come professionisti, non riesco a comprenderli e tra questi proprio i firmatari dell'appello. Forse, riconoscendone l'onestà intellettuale, il loro peccato è l'eccesso d'amore. E troppo amore può anche soffocare, essere fatale e scatenare fanatismi. Il vino ha bisogno sì di passione ma soprattutto di lucidità e visioni strategiche di mercato, altrimenti gli amici di Porthos non potranno più godere del loro "Nutrimento dello spirito"."Senza troppi giri di parole, il concetto è e rimane di una banalità sconcertante, ovvero solo adeguando costantemente i disciplinari all'andamento del mercato si può rimanere competitivi", errore madornale che non tiene conto minimamente dell'inevitabile appiattimento, in parte già ben visibile in molte denominazioni, a cui si andrebbe incontro, della mancanza totale di progetti a medio e lungo termine, dell'enorme rischio di perdere definitivamente proprio ciò che più ci rende unici e inimitabili, che fa del nostro vino una ricchezza fondamentale, il nostro patrimonio ampelografico, culturale e territoriale.Patrimonio che viene soffocato da pratiche sempre più spinte, e sulle quali i nostri "vecchi" disciplinari sono già molto "larghi". Ma allora perché non essere del tutto onesti? Togliamoli del tutto, i disciplinari, che senso ha mantenerli se vanno bene solo se modificati ogni volta che cambia il vento?Come dice bene il testo dell'appello: "In questo momento le aziende vinicole possono utilizzare prodotti sistemici che, progressivamente, tolgono vita alla terra e ai vigneti; nella realizzazione del vino non lesinano lieviti, batteri ed enzimi selezionati dalla biotecnologia; inoltre, sono autorizzate sostanze, giustificate da una supposta origine enologica, che dovrebbero aggiustare il liquido. Tutte queste azioni rendono vano il concetto di territorialità". E aggiungo che sono il sintomo di una politica dissennata, volta esclusivamente a compiacere un mercato viziato ma anche senza strumenti per potersi evolvere verso una cultura del vino, pressato a sua volta da un concetto produttivo massificante, dove la ragione non deve entrare, perché il denaro è l'unica regola e l'unica ragione. Il vino ridotto a puro fenomeno industriale, di business, non può che impoverirci tutti, la terra e gli uomini, perseguendo un fine autodistruttivo e autolesionistico, come sta avvenendo in modo a quanto pare inarrestabile in tutti i settori. Consumare meno e meglio è un bello slogan, peccato che finché le regole le detteranno le grandi industrie non potrà essere mai realizzato. | | TrackBack> |  |  |  |
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