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Mondo Di Vino
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[08/05/2008, 00:10] Cannonau di Sardegna 2006 Vigne Deriu

VendemmiaCon questo caldo so bene che non viene proprio voglia, nemmeno a me che rossista convinto sono e rimango, di stappare vini rossi, soprattutto se strutturati, corposi e dal tenore alcolico elevato.
Ciononostante, data la provenienza del vino in oggetto da una zona, la Sardegna che soprattutto per gli happy few (che ovviamente trovandosi lì non saranno certo impegnati a ?smanettare? per siti e wine blog su Internet) che la frequentano è ora località di vacanza, voglio ugualmente segnalare alla vostra attenzione un eccellente e incredibilmente poco noto Cannonau di Sardegna.
Il produttore è lo stesso, Vigne Deriu di
Codrongianos nel sassarese, di un Vermentino di Sardegna 2007 di cui ho già parlato bene recentemente.
Lascio la parola alla produttrice, Margherita Cabras, per presentare tecnicamente il vino, un Cannonau di Sardegna annata 2006.
?Il vigneto di Cannonau occupa circa tre ettari e rappresenta il 50% dell?intera superficie vitata della nostra Azienda. Dei vigneti impiantati nel 1974  con allevamento a guyot abbiamo conservato circa un ettaro mentre il resto è stato rinnovato nel 2003 con allevamento a cordone speronato.
Come può intuire  abbiamo utilizzato per il vino destinato a queste bottiglie le uve provenienti dal vecchio vigneto  vendemmiate a inizio ottobre.
Notizie tecniche sul vino? L?uva (100% Cannonau)   è stata  immediatamente diraspata e pigiata. Il mosto fatto fermentare in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata (max 28°) quindi  svinato dopo una settimana  a fine fermentazione. L?affinamento è avvenuto per 6 mesi in serbatoio di acciaio inox , altri 6 mesi in bottiglia  E? ancora?si  sta  ulteriormente affinando nel nostro magazzino.
Abbiamo scelto (pur avendole a disposizione) di non utilizzare  barriques (o altro)  perché è  nostro desiderio che in questo Cannonau siano riconoscibili tutte le caratteristiche proprie del  vitigno e del nostro particolare terreno calcareo-marnoso.
Come vede non abbiamo riservato a questo vino delle lavorazioni particolari ma solo molta cura nella raccolta e selezione delle uve e molta attenzione durante la vinificazione che curo personalmente insieme a mio marito (sotto le direttive dell?enologo), con particolare riguardo alla quotidiana e costante pulizia di tutte le attrezzature (mio marito  un po? mi prende in giro  però sa benissimo che è necessaria)?.
Quanto all?azienda, Margherita ci tiene a sottolineare che ?la nostra è una piccola azienda familiare, mio marito si occupa sia dei vigneti che della cantina, io aiuto in cantina, mi occupo delle vendite, a volte i nostri stessi bimbi (Filippo 12 anni Giovanna 6 anni) mi aiutano per gioco  a etichettare e confezionare le bottiglie già riempite in precedenza con attrezzature semiautomatiche che per noi vanno più che bene. Il nostro orgoglio oltre i vigneti è la Cantina, nuova di zecca, non si immagini però la cantina tipica, bassa, con luci soffuse, fatta apposta per ricevere le visite dei turisti, ma un locale funzionale, alto, arioso e molto facile da pulire?.
Modo simpatico e schietto di presentarsi e altrettanto genuino, autenticamente sardo nel carattere è questo bel vino (prezzo intorno ai 7 euro + Iva) che ho gustato su un filetto di maiale una sera che la temperatura a Bergamo era diventata più umana.
Colore rubino violaceo di bella densità, ma agile nel bicchiere non inutilmente viscoso e super concentrato, naso caratteristico, caldo, ben maturo, con tessitura ampia e consistente, ed uno spiccato carattere selvatico, di more di rovo, liquirizia, ciliegia, macchia mediterranea (la garrigue si direbbe in Francia come nota distintiva di un Grenache?), non privo di un?area, fragrante freschezza floreale.
Al gusto, dopo il primo attacco, asciutto, saldo, con sostegno tannico presente ma non aggressivo, emerge progressivamente, sino ad impadronirsi della bocca e darle soddisfazione, un frutto ben polputo, goloso, croccante ancora pieno d?energia e di nerbo, una giusta rotondità e pienezza, una bella stoffa calda, da vino davvero ben fatto, equilibrato, figlio di vigne ben condotte e di un?epoca di maturazione ben scelta e di savoir faire non invasivo, in cantina, davvero rimarchevole.
Se siete in Sardegna e capitate da quelle parti, non mancate di fare visita (telefonando preventivamente allo 079 435101  - 347 4830449 e-mail) a questa bella cantina: garantisce Vino al Vino?

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[08/04/2008, 17:28] la casa dei vedovi
Vendemmia

Con il racconto "La casa dei vedovi" di Miriam Casalini Serni termina la pubblicazione dei racconti segnalati da Villa Petriolo per il concorso letterario "I giorni del vino e delle rose". Complimenti a Miriam e a tutti i partecipanti, i cui racconti, tutti, verranno diffusi su Divinando i prossimi mesi.



Miriam Casalini Serni è nata a Firenze e risiede a Panzano in Chianti. Appassionata cultrice di memorie di vita paesana e di tradizioni toscane, ha pubblicato: ?Dal tetto al pagliaio. Bricciche del vecchio Chianti?, Edizioni Pagnini e Martinelli, 2001/2002, ?La triste storia della Mucca Pazza. Funerale della Fiorentina?, ?Cuore di luce. Storia di un trapianto di cuore?. Ha collaborato, inoltre, con racconti mensili, all?Informatore Coop Firenze e al settimanale Metropoli. Ha vinto il secondo premio Slow Food ?Galeotta fu la cena? con il componimento ?I? mal di? lesino?; ha vinto, nel 2002, il premio del concorso di GoWine e La Nazione ?Il vino e gli over 50?, oltre al premio del concorso ACI 2007 ? Automobil Club Firenze e al premio del concorso di poesia CALCIT , aggiudicandosi la Medaglia del Presidente nel maggio 2008.


racconto

"LA CASA DEI VEDOVI"

di Miriam Casalini Serni




Facevo villeggiatura in un agriturismo in collina. Avevo dovuto portarmi dietro Tigre, il mio gatto, non avevo nessuno a cui lasciarlo, e poi era la mia compagnia.
Per quante precauzioni avessi preso a scanso di fughe, un giorno, il lazzerone, sentita aria di libertà, era evaso.
Nel corso delle feline ricerche seppi che era stato visto aggirarsi nei pressi della ?Casa dei Vedovi?, dove pare ci fosse una micetta da corteggiare.
Vi andai munita di allettanti bocconcini di ?ciccia?.
Era pomeriggio inoltrato.
Nell?attesa che le gentili persone di quella casa me lo recuperassero, passeggiai un po? attorno. Ammirai il panorama, vigne, olivete, guardai il vento piegare le punte dei cipressi, aspersori benedicenti la campagna. Passo dopo passo mi ritrovai in uno
spazio fatato.Orto o giardino?
I pampini di una grande pergola mossi da un lieve venticello, scomponevano la luce del sole che vi filtrava attraverso, pareva giocare a nascondino facendo sperluccicare acini d?oro di uva matura.
Stavo in un quadro di Silvestro Lega.
Altra magia: gli odori. Emanavano dal muro caldo e sbrecciato azzurro di ramato che sosteneva una spalliera di rose spampanate, quasi sfatte, complici in alchimia con malvoni, cespugli di cedrina e violacciocche. Più lontano, ma distinto, afro di conciaia. Un ronzare di api ritardatarie affaccendate a bottinare, in gran crescendo il frinire delle cicale. Tutto questo mi riportava a istantanee di memorie infantili nell?orto di una canonica.
Recuperai il mio gatto riottoso, anzi, inca..volato nero, per ritrovarsi dietro le grate della gabbietta dopo tanta salace avventura.
Ringraziamenti e saluti.
?L?aspetti signora, gli si coglie dalla pergola du? be? grappoli d?uva salamanna, la sentirà bona. Poi la ci rammenta.?
Li rammentai per la cortesia e per la bontà dell?uva.
Mi erano rimaste due curiosità.
La prima la soddisfece il dizionario, ?salamanna?, avevo pensato a un toscanismo. Infatti : ?...pregiata uva da tavola a grossi acini ovoidali polposi e dolci, dal nome di S(er) Alamanno Salviati che ne importò il vitigno in Toscana dalla Catalogna nel secolo XVIII°.?
La seconda, lo strano nome del luogo, ?la Casa dei Vedovi?, me ne spiegò il motivo la padrona dell?appalto in paese.
Vi abitava una famiglia di contadini, padroni del loro podere da generazioni, che l?avevano sempre coltivato direttamente. Facevano un buon vino, spremuto dall?uva di vigne allineate su morbide colline che si intersecavano su incostanti livelli, esposte a mezzogiorno proprio come Dio comanda per dare il vino migliore.
Solo al Catasto e sul carro agricolo rosso sbiadito, era scritto il nome del podere, un nome gaio e poetico, ?Pero Giugnolo?. Antica toponomastica di luoghi senza un perchè, o forse dimenticato nei secoli, in questa Toscana dove la poesia sta di casa.
Ma ormai per tutti quella era la ?Casa dei Vedovi?.
Erano rimasti prematuramente vedovi i due fratelli, le mogli morte alla svelta, una dietro l?altra, poverette.
Un affanno tirar su quell?unico figlio, l?altro era volato in cielo con la sua mamma, senza aver toccato la terra con i piedini.
Gente faticatora, Cesare e Omero, con la passione per il podere, per la campagna, coltivavano la vigna alla maniera antica, con quel magico equilibrio fra terra e cielo, retaggio di una sapienza ancestrale.
Potare, piegare i tralci al tempo giusto, con un occhio alla luna, uno speranzoso al cielo benigno, i trattamenti per combattere tutti quei nemici che fan danni, poronospora, muffe, parassiti, quando la troppa pioggia, quando la siccità... la grandine!
Il Vino. Bevanda. Alimento. Sangue vivo della terra.
Il tempo che passa, il figlio, Marco, ormai grande, studente di agraria ed enologia era la gioia del padre e dello zio. Zio? Due padri erano, due genitori di un solo figlio, il loro orgoglio.Il ragazzo ne sapeva di cose.
Aveva ereditato amore alla terra, alla vigna
Cominciò presto a dare suggerimenti per migliorare il vino già buono.
A volte il giovane cozzava con antichi pregiudizi, ma anche se dubbiosi, Cesare e Omero si adeguavano volentieri.
Quando il figlio saggiando il vino diceva di bouquet, di mora, di tabacco, di tannini, i due scuotevano la testa: ?Quante storie, il vino è buono, sa di quel che deve sapere?.
E Marco: ? Prima della vendemmia si devono togliere alcuni tralci per fare assorbire ai grappoli il sole più pieno.?
?Codesto l?abbiamo sempre fatto.?
?Lo so, infatti è un?abitudine di secoli. Lo dice anche Marco Bussato, alla fine del 1500 in un suo manoscritto che ho trovato alla Biblioteca Nazionale...?
I vedovi si guardano negli occhi compiaciuti. Loro non sanno di manoscritti, ma conoscono un proverbio: ? Dice la vite: fammi povera, ti farò ricco e felice?
Marco ogni tanto ha idee un po? spinte.
?Si devono eliminare i grappoli stenti e guasti.?
Questo no, non possono accettarlo. E? per loro una sofferenza, uno spreco.
Comunque ora il prodotto è davvero migliore, uniforme, abbondante, richiestissimo. Si può imbottigliare ed etichettare con la dicitura ? Podere Pero Giugnolo?.
Un giorno il giovane portò a casa due dozzine di cespugli di rose con il loro ?pane?, acquistati a un vivaio Pesciatino.
?Dove li vuoi piantare??, chiesero i due genitori
?A capo dei filari della vigna. Ci staranno bene.?
I due fratelli ricordarono allora che il vecchio nonno Simone parlava di questo uso antico. Un ?roso ? nella vigna era una vigile sentinella d?avanguardia per la sanità della vite. Se il ?roso? dava segni di sofferenza, anche le viti si sarebbero poi ammalorate, cosìcchè si doveva provvedere subito alle cure del caso.
Con i nuovi trattamenti preventivi che il figlio attuava non c?era bisogno di quell?espediente a tutela delle viti, ma l?idea piacque senza riserve ai due fratelli.
Il pensiero di un ?roso? nella vigna li conquistò, sapeva di buono. Tradizione e innovazione
Come in una danza il vino arrubinava il calice mosso da mano esperta, sprigionava intriganti fragranze e sapori. Ora avrebbe rivelato anche un delicato sentor di rose.
Ero ormai entrata in confidenza con quella brava gente, onorata e felice per l?amicizia che mi dimostravano. Seppi la loro vita, ammirai i vigneti, la cantina. ?Desinai? nella grande cucina.
Centellinai il loro vino. Svelava in bocca un?emozione, una festa. Scendeva ?...come una cascata di seta episcopale...?, invadeva lo stomaco di amabile tepore.
Ascoltai la storia dei ?rosi?, l?antica e la moderna.
Dedicai loro una poesia.

? Ho sognato una rosa...?

? Il tralcio reciso che geme
salute mi reca,
non pene.
Sento l?acqua d?aprile
che fruscia
tra pampini e foglie,
il sole l?asciuga, le scrolla,
ci mette fastelli di luce.
Io suggo
da terra e da cielo la vita.
Va lenta la giostra del tempo
co? cicli che ?l tempo comporta.
Anelo
al profumo d?un fiore.

O rosa,
ai giardini rapita,
non fu confine
tra reale e sogno.
Un refolo di vento,
muove lieve nell?aria
odor di rosa.
E io lo chiudo in me.?
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[08/04/2008, 17:07] inebriamenti...
Vendemmia

I complimenti di Villa Petriolo a Roberto Bellini, autore di "Inebriamenti", racconto segnalato per "I giorni del vino e delle rose".

Roberto Bellini è nato a Marradi (FI) nel 1953 e risiede a Pontelungo (PT). Consulente enogastronomico e del gusto, collabora con le riviste del settore enologico De Vinis (rivista nazionale Associazione Italiana Sommelier), rivista regionale Toscana A.I.S., Bibenda e Accademia dei Vini (AIS Japan). Dal 2005 è Ambassadeur du Champagne Italie C.I.V.C.


racconto

"INEBRIAMENTI"

di Roberto Bellini



Io che non vivo senza te ?, dello chansonnier Pino Donaggio, usciva, con un suono striminzito e ranocchieggiante da un Radiomarelli avvolto in uno chasseuil in legno, che dava un colpetto chicheggiante ad una cucina agreste. Mio zio lasciava, come al solito, una scia fumosa di schietto sigaro toscano triturato e alloggiato nella pipa consunta; il fumo usciva filtrato dai suoi baffi con una soavità così aerea che sembrava immobile. Per la verità non mi pareva che quel fumo fosse puro tabacco, ho sempre pensato ad un mix plasmato anche dai vapori del vino Sangiovese e dell?Albana, di cui ricordo ancora un colore rossiccio, come il manto della volpe e tante bottiglie a sonnecchiare, immerse nella sabbia, nella parte più bassa e buia di una umida e malsana cantina. Anche quell?anno, era il 1965, stavo trascorrendo gli ultimi giorni delle vacanze scolastiche in Romagna; i miei genitori pensavano che una sana attività contadina, dopo un periodo balneare, mi ritemprasse in quello spirito vagabondeggiante che mi ha accompagnato nell?allevamento esistenziale e poi s?è trasferito in un pensiero meno acerbo.
In quegli anni, noi marmocchi, indossavamo i pantaloni corti e le gambe erano così secche che i miei stinchi assomigliavano alle canne che sostenevano i tralci delle viti. Ogni mattina il profumo della ruralità mi svegliava senza rumori metallici; coniglio o pollo in umido alle erbette selvatiche, con fette di pane a scarpettare il piatto, era la consueta colazione, fatta prestissimo, a combinar la fioca luce con il riverbero di un sole che non avrebbe illuminato il casolare fino alle dieci. E poi vino, e non caffellatte, semmai un caffè preparato nella napoletana, al fuoco delle braci del camino. Purtroppo a me era consentito bere solo acqua: troppo giovane per l?alcool; ma i germi di una immaginaria rivoluzione con le enologiche rose nei cannoni stavano già ansimando nei miei titubanti pizzicori.
Come ogni mattina, era la prima decade di ottobre, cominciava il rito della vendemmia. In quell?epoca non c?erano le macchine a camminare le vigne, si andava nella stalla, si addobbavano due vacche, bianche e ornate da lucidi cunei cornuti, si agganciavano al carro riempito di lunghe casse di legno a forma rettangolare, nerastre nel colore, nette a tal punto da irrorarsi in riverberi di guscio di cozza. Era una viticoltura vaccina e a braccia. Non comprendevo allora perché si spargesse tanta frenesia ed energia nella giornata, la mia curiosa indolenza mi impediva di resistere a lungo nel taglio dei grappoli, preferivo la parte dell?accoglienza in cantina, dove non regnava la pigia diraspatrice e la pressatura era soffice perché prodotta dal peso di altri bimbetti come me.
E? in quell?anno che iniziai ad odorare le essenze della vinosità, dell?inebriante vapore del ?sanzves? e del colore che macchiava la pelle delle gambe, disegnando rivoli dalla tinta petalo di rossa rosa, per profumarsi in un floreale infinito, quando il sapone di Marsiglia scivolava sui pori per illimpidire la cute.
Il ritorno degli zingari vendemmianti era una vera festa, incontaminati sorrisi sbocciavano come rose di maggio sui volti accaldati di uomini e donne. Io credevo di vivere in un favola, immaginavo quei signori della vendemmia come masnadieri o pirati, che si rifugiavano nella tana dopo aver predato i campi invasi da pancate di filari, che si spartivano frizzi e cibi e sbevazzavano fino a notte tarda, raccontandosi l?un l?altro dei particolari di vita degni di un gossip d?altri tempi: la tivvù non c?era e l?intermezzo pubblicitario era il brindisi nei francesini, direttamente dal fiasco impagliato e più volte riciclato. Non so? che qualità avesse quel vino, so? ch?era bianco, quello della veglia (véggia in dialetto) vendemmiale, di certo una Albana rossiccia, che entrava e usciva dallo stesso fiasco per giorni e giorni, tanto che mi chiedevo che fosse un fiasco senza fine, o un infinito fiasco. La curiosità di quel fiasco fu presto esaudita da un?indagine dal facile epilogo: direttamente dalla botte si spillava, alla bisogna, nel solito fiasco, la quantità di vino per riempirlo.
Il fatto di non dover bere quei vini mi riempiva di istinti sovversivi, a frenarmi era l?odore dei loro aliti, da me inteso come acetoso e asprigno.
I giorni passarono e il tino cresceva di volume e di calore; il primo stanco sobbollimento lasciò il passo a un brusio più rumoreggiante, tutt?intorno si spandeva un aroma di triturati acini, dolcissimi nell?odor, come lo sciroppo di rose. La mia curiosità su ciò che accadeva in quel largo tino troncoconico prosperava, niente volli chiedere ai villici; é sì, pensavo in quel tempo che vivere in città significasse essere superiore: beh, cacchiate molto puerili.
Poi venne finalmente il giorno del sangue di fragola e di rosa, dell?inviolettato e dolcissimo profumo fermentatosi dalla natura, di un qualcosa che poi compresi come ?atto a divenire?, e più tardi ancora ?fatto per il divenire?. Quel succo che sembrava uno sciroppo di more selvatiche diluito, poi scoprì chiamarsi mosto, attirava la mia immaginifica invasione di una realtà che ancora non comprendevo e decisi, non visto, di sorbir quel succo. Dolcissimo mi parve, come marmellata spalmata sul pane, inebriante il ritorno di sapore, illuminante in tutti gli attimi in cui stordiva le mie orecchie, con un ronzio delicato e insistente e si impossessava della mia volontà di essere partecipe di ciò che mi stava accadendo. Assaggio dopo assaggio mi ritrovai non più in grado di decidere delle mie immaginazioni, non riuscivo più a abbinare la favola alla realtà, avevo perso l?idea della sovversione, della fierezza di aver disubbidito a qualcuno; i lunghi lanciafiamme del tramonto aranciato e violaceo si impossessarono delle mie pupille e posero fine ai miei barcollamenti labirintitici.
Fu la mia prima scuffia enologica, beata e incontrollata, la mia mente favoleggiava in giardini immaginari, come roseti, aleggiava in una situazione razionale priva di gravità e uno dei timori più grandi che mi attanagliò, fu quello di perdere la facoltà di sognare ad occhi aperti, perché rubatami dall?incontrollato che mi pervadeva.
Quel senso della meraviglia non conosciuta, l?abbinai più avanti ad altre scoperte esistenziali, tipo il godere del sesso e l?eccitazione per la vittoria.
Ricordai che il ?Doppio Rhum? dei fumetti beveva caffè nero per smaltir l?eccesso, così accadde anche a me, con quel liquido nero e amaro, che allora aborrivo, e il solo pensiero di bere mi procurava un senso di fastidio. Il passaggio dal paradiso artificiale di baudleriana memoria, alla realtà riluttante nei conati, generò in me un senso di rigetto e di opposizione, un elasticizzato fastidio che attanagliò il mio allontanamento dal vino per molti anni.
Quel sangue di fragole e rose lasciò però una traccia indelebile nella corteccia della mia memoria, un ricordo che procurava un batticuore, identico all?atto di accostare le labbra su quelle di una donna molto desiderata.
Fu come allontanarsi dalla prima cotta giovanile, e far promesse di non volersi innamorare più, poi ti ritrovi a comprar rose rosse e presentarle alla desiderata con un celato senso di sconvolgimento interiore, perché ti vedi esposto a offrir te stesso e temere i dinieghi. Infine, eccomi spensierato a riappropriami di quelle incertezze, sfogliare i petali di molte rose intellettuali, distillare le gioie delle emozioni regalando brindisi e sorrisi, odorando il vino come vitale assenzio e non temendo il suo confronto birichinamente alcolico. La maturità può presentarsi anche con un ipocrita auto controllo, ma il controllo spesso impensierisce i sorrisi, e il vino e le rose non son raccolti per meditare l?introverso, ma per eternizzare l?esuberanza e la rigogliosità della vita. E i canti campestri di quell?anno non sono ancora usciti dai nastri della mia memoria, tanto che potrei cantare: ?io che non vino senza te?.
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[08/04/2008, 00:01] Librandi: sentirsi (ed essere) vignerons in terra di Calabria

Vendemmia

Credo di essere sufficientemente rigoroso e dotato di una buona dose di onestà intellettuale da non farmi condizionare dall?amicizia, antica, profonda, saldissima con la famiglia Librandi, titolare della più bella casa vinicola cirotana e calabrese e una delle migliori di tutto il Sud Italia, da potere tranquillamente affermare che con quest?anno, con le produzioni attualmente in commercio, l?azienda, che pure ci aveva abituato negli anni a standard importanti, ha toccato vertici qualitativi straordinari e mai raggiunti, con così tanta evidenza, in passato.
Quello che mi ha sorpreso, nei giorni ? bellissimi ? passati la scorsa settimana a Cirò marina, degustando tecnicamente i vini, ma soprattutto mettendoli ripetutamente alla “prova del nove”, quella che taglia la testa al toro, ovvero la verifica del loro funzionamento a tavola, in abbinamento ai piatti dell?appetitosa, saporita, colorata cucina locale, e girando per i vigneti ? uno spettacolo ? situati negli areali di Cirò, Crucoli, Strongoli, Casabona in Val di Neto, e discutendo di tante cose con gli amici Tonino e Nicodemo Librandi e con i figli di quest?ultimo Raffaele e Paolo, perfettamente inseriti in azienda e impegnatissimi, perché quando si hanno 240 ettari vitati e si producono circa due milioni di bottiglie, c?è da tirarsi su le maniche e da correre, è la assoluta consequenzialità di un percorso operativo.
Un lavoro che parte dalle vigne, dalla loro concezione e gestione e cura minuziosa, sia che si tratti si vigne di proprietà sia di vigne di conferenti, con alcuni dei quali è stato creato un rapporto di collaborazione e di co-gestione votata alla qualità di stampo trentin-altoatesino, si trasferisce in cantina e finisce, secondo una logica di assoluta imprenditorialità, che prevede la giusta promozione del prodotto, il collocamento sui vari mercati, nella bottiglia.
Contenitore il cui valore intrinseco si carica di ulteriori legati alla valorizzazione, e posso dirlo?, al ?riscatto? di un territorio splendido ma che gira ancora a tre marce su cinque a disposizione, ad iniziative di comunicazione e progetti di tipo culturale, ad operazioni coraggiose che richiedono tempo e pazienza per essere non solo condotte in porto, ma capite nella loro giusta portata.
Bene, tutta questa serie di cose, una ricerca e una sperimentazione assidua condotta nel vigneto, centro di tutto il pensiero e dell?azione della famiglia Librandi, e giustissima pertanto la recente assegnazione del Premio Veronelli a Nicodemo, viticoltore nel sangue e vigneron di tempra langhetta o borgognona - con la collaborazione di ricercatori universitari ed esperti al massimo livello, lavoro che si è tradotto in diversi convegni organizzati negli anni e in uno splendido libro curato dal professor Mario Fregoni, Gaglioppo e i suoi fratelli, che fa egregiamente il punto su tutto quanto è stato fatto nel corso di quindici anni, ed un concetto di qualità cui offre un contributo fondamentale la consulenza tecnica del più serio dei nostri enologi, Donato Lanati, con il formidabile staff dei suoi collaboratori, costituirebbe un ?bluff? o qualcosa di gratuito se poi non si traducesse in vini veri che sanno esprimere la verità e l?unicità di questa autentica Enotria tellus.
VendemmiaInvece, e mai come quest?anno, quando mi sono trovato di fronte ad una qualità complessiva altissima, ad una gamma compatta dove ogni vino ha una precisa identità e non cannibalizza nessun un altro proponendosi come doppione, da questo lavoro serissimo quasi ?matto e disperato? per dirla in termini leopardiani, esce un?idea di vino, cirotano, calabrese, meridionale, mediterraneo, italiano che ti fa capire, ad ogni sorso, in ogni circostanza di servizio, come quel vino non sia casuale, ma finalizzazione (come lo è un grande gol dopo una veloce azione in linea, condotta secondo schemi ed estro e tecnica), di un sentimento, di una coscienza viticola, vinicola, enologica di assoluto rigore e grande anima. Troppo facile parlarvi dei ?gioielli? di casa Librandi, di quel collaudatissimo Gravello, mirabile sintesi-dialogo di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, elegantissimo, morbido, avvolgente nella sua versione 2006 (prodotta in centomila esemplari), oppure di uno dei miei prediletti, il Magno Megonio la cui annata 2006, ancora scalpitante, bisognosa di tempo in bottiglia, imponente e dotato già ora di quel timbro che lo rende unico ed inimitabile, promette mirabilie.
Provate invece a misurarvi, con una versione 2005 da standing ovation per eleganza, morbidezza, perfetta sintesi di struttura tannica (e che tannini signori!) e dolcezza calibrata del frutto, con il vino simbolo dei Librandi, con il Cirò riserva Duca San Felice, quintessenza di Gaglioppo, dimostrazione della grandezza e della duttilità di quest?uva cirotana per antonomasia (che solo gli ingenui possono pensare possa dare il proprio meglio sui rosati e non vinificata in rosso), e ricordarvi che di questo capolavoro sono disponibili qualcosa come 180 mila esemplari, oppure rimanere di sasso di fronte all?equilibrio assoluto, alla piacevolezza contagiosa, al nitore del frutto, ad un carattere ?nordico e piemontese? che ricorda quasi un grande Dolcetto, raggiunto dal Melissa Doc Asylia rosso 2007 (80 mila esemplari), alla perfetta sintesi di corpo, solarità, giusta maturità di frutto, tannino presente ma levigato, carattere leggermente e piacevolmente selvatico ma elegante raggiunta da un Cirò rosso 2007 (diverse centinaia di migliaia di pezzi) mai così diretto, compiuto, sinuoso nel suo modo di porsi!
E poi, che dire - solo un miope e uno stolto può mettere in dubbio che rappresentino, e di gran lunga, il meglio della produzione regionale per questa particolare tipologia (e preferir loro vini sulla qui qualità preferisco tacere?) ? dei due rosati, il Cirò Doc e l?Igt Val di Neto Terre lontane che con l?edizione 2007 (e posso dirlo visto che li bevo e li seguo da almeno 10-12 anni) raggiungono la loro definitiva consacrazione? Cerasuolo corallo rubino smagliante il primo, naso profumato di lampone, ribes, rosa, succoso, ben polputo, eppure freschissimo, mirabilmente equilibrato e sapido il primo, un?enfatizzazione del rosato importante il secondo, tornato ad essere Gaglioppo in purezza dopo aver accolto per anni una quota di Cabernet franc (i Librandi stanno sensibilmente riducendo la quota dei vitigni internazionali a bacca rossa presenti in vigna), vino succulento e perdonatemi la metafora, sensuale e malioso come una bella moracciona calabrese con tutte le curve, un bel 90-60-90, al punto giusto e una terza abbondante che ti fa prendere dalla vertigine quando scruti nella sua scollatura!
Vino ricchissimo, imponente nelle dimensioni, nella ricchezza di polpa, nell?avvolgente rotondità carnosa da seno non rifatto, pieno di tutto quel che vorresti un rosato, anche se tutto lascerebbe pensare, dal colore cerasuolo corallo acceso ? rubino trionfante, alla sinfonia fruttosa dei profumi, alla loro densità, alla materia quasi masticabile, golosa, alla lunghissima persistenza, con un tannino presente ma non aggressivo, trattarsi di un rosso.
Un rosato per estimatori ?con gli attributi?, che ho iscritto d?imperio al club ristretto dei super rosati, il Montepulciano Cerasuolo Pié delle Vigne di Cataldi Madonna, Il Magilda di Barsento, il Campo di Mare Duca Guarini, il Montepulciano Cerasuolo Cerano di Pietrantonj, talvolta il Rogito di Cantine del Notaio, il Montepulciano Cerasuolo Villa Gemma del povero Gianni Masciarelli, che mi fanno letteralmente ?pazziare? con i loro proclamati eccessi.
VendemmiaE poi che dire, se non che degustati alla cieca faticheresti a pensare che siano nati in Calabria, tanto sono eleganti nello stile, tecnicamente ineccepibili, freschi, vivaci (anche se bevuti dopo due o tre anni dalla vendemmia), dei bianchi, dal più impegnato e impegnativo Efeso base Mantonico, il cui 2007, del nitore cristallino e dal naso petroso, profumato di muschio e frutta esotica ha solo bisogno di almeno 7-8 mesi in bottiglia per emergere con la sua sorprendente personalità ai due Greco, Cirò bianco e Asylia bianco, dotati di una piacevolezza di beva, di una sapidità, di una facilità di accompagnare i cibi che lascia senza parole? ?Filosoficamente? m?interessa meno, con la sua composizione base Chardonnay e Sauvignon, ma come non negare che con le sue 350 mila bottiglie prodotte (che puntualmente si esauriscono e creano problemi di assegnazione all?azienda) il Val di Neto Critone, è una perfetta case history, un esempio di vino moderno, ma fatto con cuore e sensibilità, in terra meridionale?
Come non dire sì, si stappi e si beva con piacere, evviva!, di fronte al suo giallo paglierino scintillante e multiriflesso, al naso svettante di gelsomino e agrumi e mandorla, al gusto ricco, vivo, sapido, di grande ampiezza, ad una magnifica acidità che tempera la materia succosa del frutto?
Troppo generose e amicali le mie osservazioni? Niente affatto! Chiunque abbia occhi, naso e cuore ed intelligenza per capire e relazionare il tutto al particolare contesto potrebbe cogliere la particolarità ed il fascino innegabile della realtà Librandi, farsi coinvolgere ed emozionare, percorrendo con lo sguardo la tenuta Rosaneti (nelle prime tre foto), che visitai per la prima volta quando non era ancora stata piantata una sola vite e che oggi è un giardino vitato, toccando con mano quello che questa famiglia ed i suoi collaboratori (un team ricco di giovani motivati da un vero e proprio orgoglio aziendale) anno dopo anno realizzano.
Ci saranno, com?è abitudine e gusto di casa Librandi, ulteriori sviluppi e addirittura sorprese (su cui mi è obbligo tacere, ma che mi paiono in prospettiva straordinarie e che mi hanno già dato in nuce testimonianza del loro significato) e nuovi prodotti verranno ad arricchire una gamma già articolata e vivace.
Novità tutte attentamente meditate, studiate in ogni dettaglio, con tutto il tempo necessario a disposizione perché arrivino a giusta maturazione e al grado di espressione ottimale per renderle delle scommesse ben calcolate e vinte e non degli inutili azzardi. Il giusto tempo per tutto, in questo universo dominato dalla luce, in questo oceano di vigneti dove in fondo, all?orizzonte? riluce e ti richiama il mare?
Vendemmia

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[08/01/2008, 20:38] obbiada
Vendemmia
"Obbiada", il racconto di Tiziano Toracca, tra i segnalati da Villa Petriolo. All'autore i nostri complimenti.


Tiziano Toracca è nato a Pietrasanta nel 1980 e risiede a Massa.
Dopo il diploma di maturità classica, si laurea in Giurisprudenza. Attualmente, sta conseguendo anche la laurea in lettere moderne all'Università di Pisa. Tra le varie esperienze lavorative, quella di raccoglitore agricolo presso l'Azienda Aiola di Siena.



racconto

"OBBIADA"

di Tiziano Toracca



Non si toglie mai la sete se non col proprio vino


Ti scrivo con la speranza di sentirti parlare, che ancora oggi risuonano allegri le siepi e gli orti.
Quasi estate, sotto la pergola il sole svizia la cicala.

Da quando ho preso a dormire nella stanza col balcone le notti si sono fatte più umide.
Nella cucina, sotto la finestra ci sta l?acquaio, su questo le brocche e le mezzine di rame per l?acqua; sul bordo una catinella, e sul muro la piattaia dove sempre si spegne la luce, il caldo e la fame.
Mi attardo, rientrando, nel buio di questo sterrato breve e fermo, pensando allo sguardo del poeta che tutto e insieme vede. Riconosco la lavanda, sopra ogni sasso, per via dei tuoi vestiti ripiegati.
Ogni cosa è pulita e ha il suo posto in questa casa; ho tolto lo specchio dall?ingresso, come volevi. I fiori del cortile sono appassiti, persino il glicine è senza l?ape.
Il cameriere diceva di averti conosciuta per le strade quando Lisa Merlin chiuse le case di tolleranza
- puttana -
e così mi fecero cattiva impressione le sue spalle curve che ridevano a sproposito e quel suo brancicare senz?anima, la sua voce schiva e la fretta con cui aveva pronunciato il tuo nome. L?anno dopo Salvatore Quasimodo vinse il premio Nobel, trafitto da un raggio di sole.
Il cameriere medicava il vino con uve fresche, mellarius, botti, legna profumata, mestiere, gout de lumière e ciliegie, queste, perlomeno fino all?arrivo degli stormi.
- C?è mai stato? -
- Si. -
- Ho sentito parlare di una vedova. -
- No, non siamo entrati. -
- Ci vollero tre ore. -
- Adriano? -
- Beh, no, era primavera. ?
- La Chiesa è quasi sempre chiusa alla sera. ?
- D?accordo, grazie. -
Al Castello di Brolio c?ero stato, molti anni addietro.
Madonna uva! Decapitata del suo grappolo di foglia d?oro pestato dal piede di rame del villano e imprigionato come un malfattore negli ovali.
C?ero stato con l?affanno dei primi baci, per intere giornate.
- Beato te, che sei così giovane. ?
Ora mi dava del tu, come si fa dove si può, e gli sorridevo, acceso, nonostante queste parole, le ultime, lasciassero al tempo un sapore ingiusto, come di una farfalla all?altezza della sera.
Ma io gli dissi che il vino lo preferivo aspro, che mi piaceva tenerlo sui denti davanti, con le labbra pronte per un bacio grande. Ed era di te che non sapevo più nulla.
La strada folle a Cagnes: mi è sembrato di correrla ad ogni vendemmia, all?afa del mezzodì, fra il pane e il vino che è per tutti allo stesso modo. Quel Chaim Soutine morì a Parigi nel 1943, mentre la città era occupata dai nazisti.
Sognando il desiderio, prima del sonno, ancora oggi lascio nel fondo dell?occhio qualcosa che sempre vedo ai vetri d?intorno ai bar chiassosi, con una paura strana che corre per il collo e sotto le vesti informi, all?ultimo giro di bevute, senza distrarsi, qualcuno ha cantato le nostre radici? il nostro pudore? chè troppo hanno detto dell?amore e dei malanni, molte volte e sempre, i rimpianti, la fortuna.
Mi lasciavo vincere dallo spiritoso, l?odoroso, l?austero, il dolce passante, come ai bei tempi della nostra ebbrezza, accanito d?ogni faccia dolente che scambiasse con me la propria catena, il fresco della sera, una macchia di caffè.
Parlavo di te come della prima e dell?ultima delle mie confidenze e non sono riuscito a nascondere gli occhi feriti dal ricordo di quel vivere senza pena.
Ha detto di chiamarsi Mino. Salute. Sono undici anni che lavora qua alla Chiacchera.
Ti ricordi?
Cencio molle vien da te, se ci vien che ti farà? Se tu ridi e sgrugnerai cencio molle bacerai.

Abbiamo lasciato pochi bicchieri sulla tavola quasi ogni sera.
Un tempo, qua attorno, in mezzo a viti di vermigli e di bianchi maritate agli alberi, sorgevano bellissime ville rinascimentali, e a Radda, negli anni venti, costituirono il consorzio, la denominazione, la storia e la geografia.
Io vi aggiunsi gli inni, i germogli e il colore dei frutteti in pieno agosto. Gli amori della carne, allora, cantavano sotto gli usci e contro quelle sottane che d?ottobre erano sudate dal bere. Parlavano ancora la lingua dei padri: l?uno che tiene il tralcio della vite e l?altro che spinge la gruccia in profondità, coi cappelli di paglia e la camicia sulle maniche, a spalla, fino alla bigoncia.
Quella sera, come altre volte, ritornai alla botte di Santa Caterina, feci il giro lungo per sostenermi, senza gettarmi in questa o quella cosa, senza sviare da alcun sospetto, e con umore religioso vidi le orme che fanno le scarpe sul bagnato che odora, erba o sabbia dove eravamo, e il crepitìo delle cose nascoste e buone, come l?acqua che giunge ai pozzi.
Peppe faceva il giro dei vinai, tutti i giorni, ma doveva smetterla, era il dottore a dirglielo.
- Resisti Peppe ? resisti Peppe ? si diceva.
E resisteva Peppe, tenace, a malincuore.
? Bravo Peppe ? si diceva ? hai resistito, bravo Peppe, hai meritato un bicchierino. -
E tutti lo vedevano arrivare sorridente.
Diceva: - Non per piacer mio ma per amor di Dio. -
Salute a te Peppe.
Attaccava l?Inferno, il canto dell?amore lussurioso ch?al cor gentil ratto s?apprende, e le nostre bocche rimanevano zitte d?incantamento. E certe volte ci restituiva la misura del nostro perdersi e incontrarci, la trama di una città grandissima, il senso di ciò che Matilde fotografava la domenica sui colli dietro Altopascio.
Le magne e le parve, i bigoncioli e i bigoncetti: quando bevevi ti mettevi scalza e l?espressione del tuo volto ti dava un corpo magro. Ci piaceva l?odore delle cantine dove chiunque, a quel tempo, teneva un po? di vino insieme alla falce alla forca e al forcone. Così immaginavo di te nei giorni di festa.
Oggi che ti scrivo, torno al ramo potato e alle alture, alle forme fenicie dei mercanti che ci hanno baciato con le mani appiccicate e roseabonde di gazzarre per i bellissimi occhi delle loro figlie che non abbiamo mai smesso di guardare, sotto il sole che il vino rendeva grave. Erano giornate lunghe le nostre e fuori erano i tempi delle valigie ricolme di codici segreti e parole d?ordine mezzo straniere.
Ho incontrato chi mi ha raccontato le notti di sbornia sul fronte, la macchina del mondo, la paura di trentavecchie, la terra: perché ciascuna botte dà il vin che ha. Ascoltavo ogni cosa, tutta una civiltà in poche stanze, come una cornucopia gigantesca che si vede dalle scale, poiché thesaurus est optimarum in omni genere rerum. Il liceo quasi non lo ricordo più.
Il circolo ha chiuso perché il Comune ha deciso così, forse faranno un asilo; ho incontrato un uomo che risistemava la tavolata, mi ha detto che Sergio è tornato dai suoi, in Piemonte, almeno per qualche giorno.
Sono uscito, mi sono abbandonato al pallore della luna, passeggiando verso il cinema nuovo di Sant?Andrea continuando a guardare i riflessi dei lampioni sulle cose, attorno, intorno, piano.
- Non siamo di qui. Ti mancherà il mare - dicevi.
Avevi ragione senza dire perché, quasi sempre.
Fragile, varia, incerta, risibile e tragica, chi così, chi altrimenti, la vinolenza.
Lavoro quasi ogni sera al giornale, talvolta mi lascio girovago, soprattutto all?inizio della settimana. Domenica devo andare a Monsagrato con Andrea il ballerino, gliel?ho promesso. Tutte le intenzioni incontrano i propri limiti, per questo voglio ricordarmi di dare priorità al tempo rispetto allo spazio innumerevole, per difendere le mie azioni: mi colpiscono forte, ancora, i treni che vanno via e il ventre delle donne anziane.
Sono riuscito a tirare tardi al lumicino della bottega del pane in via Porta. Quando finisce la sete comincia sempre la fame, e poi qua mi conoscono bene, anche il padrone, si possono fidare e lamentarsi con me dell?alzataccia che duole le ginocchia oppure, al solito, del governo. Non voglio smettere questa grandiosa attesa che gonfia i miei movimenti e tutto colora assurdamente, ma vado pensando alle disarmonie sottili che ci rendono pronti al gelo di certi risvegli.
Domani, tu ricorda di noi, tu che quando bevevi carezzavi chissà quale sogno.
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[08/01/2008, 13:06] luca 6-13
Vendemmia
Labirinto di Leonardo





Continua su Divinando la pubblicazione dei racconti segnalati per il Concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2008.

I complimenti di Villa Petriolo ad Andrea Ciresola, autore del racconto "Luca 6-13".


Andrea Ciresola, nato a Verona nel 1961, vive la sua vita a Monteforte d'Alpone (VR) con la moglie Gabriella e i figli Alice e Alberto. Si occupa di restauro e conservazione delle opere d'arte dal 1982, anno in cui diventa artigiano. Da sempre coltiva la passione del comunicare, realizza infatti opere di arte visiva, teatro e scrittura. Ha messo in scena la commedia "Buono da morire", pubblicato il romanzo "Una fragola per capello" (Perosini editore) e il racconto "Vangog" (edizione ETS/Perosini editore).
Nel 2007 ha vinto il premio letterario Villa Petriolo "I paesaggi del vino" ed è stato fra i vincitori del XXV Premio Firenze.


racconto

"LUCA 6-13"

di Andrea Ciresola



« Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici,
ai quali diede il nome di apostoli »


Si fa presto a dire Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Ultima cena, Vangelo, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen! Per quanto mi riguarda la storia dei Dodici Apostoli segnò tutta la mia vita e non per eventi di fede. Tutt?altro.
La vicenda ebbe inizio molti anni fa, in un pomeriggio passato a Sotheby?s dove all?asta vennero battuti alcuni dipinti del Seicento italiano. Londra ama il Seicento italiano.
Anch?io.

La Direzione di M.me Tussaud?s, il museo delle cere, si risentì di quella mia ennesima assenza, tuttavia lasciai il laboratorio di restauro di cui ero il responsabile, per uscire dal portone secondario e dileguarmi tra la gente a passeggio. L?asta più appassionante quel pomeriggio fu per un dipinto, scuola di Annibale Carracci, 76x85 olio su tela, dove vi era rappresentato un curioso labirinto di vigne, tralci e grappoli d?uva. L?immagine del vigneto, notturna e dominata dal candore della luna, riportava nel cielo nuvole aggrovigliate, ora in luce ora confuse con la notte. Forme riconoscibili di donne, abbracci, amori saffici.
?Centonovantamila uno, centonovantamila due, centonovantamila tre! Il labirinto, olio su tela di scuola italiana è aggiudicato al signore là in fondo, con i capelli bianchi per centonovantamila euro. Grazie!?
Il signore là in fondo con i capelli bianchi rispondeva al nome di Giorgio Antelami e quando mi avvicinai per congratularmi con lui, la mia vita cambiò. Ad un primo sguardo, l?avevo definito, come tutti quelli che lo avevano conosciuto, un uomo d?altri tempi.
La famiglia Antelami vantava un albero genealogico piantato in terra ben ottocentosedici anni prima da Antelamo Antelami e Isadora di Altavilla e da allora la stirpe aveva fatto storia con personaggi di eccellenza..
Nonostante lo stile antico Giorgio Antelami fu uomo invece che seppe coniugare tradizione e modernità attraverso l?uso moderato di genio e sregolatezza. In questo non si smentì nemmeno nella sua uscita da questo mondo.
?Collezionista d?arte?? chiesi quel pomeriggio a Sotheby?s.
?Produco vino! Italia.? rispose secco, ma in quel dare la mano e ritrarla, proferire parole e accenti, qualcosa, non so cosa , fra di noi accadde.
Lo servii per ben ventidue anni.
Il primo maggio di un anno qualsiasi l?uomo fu trovato riverso sulla scrivania preferita con a fianco un bicchiere di vino rosso decantato da una bottiglia del 2004. Una vendemmia memorabile che le Cantine Antelami avevano interpretato con un Chianti leggendario.
Davanti alla bara in legno di ulivo, nella camera ardente c?era il foglio con le sue ultime volontà e la gente sfilò davanti alla salma e al testamento con uguale rispetto e commozione. Le onoranze funebri avevano lavorato in modo perfetto, utilizzando gli stessi abiti dell?ultimo giorno come previsto dal signor Giorgio. La salma sembrava una statua. Per arrivare alla villa, i mezzadri delle sue terre, quelli degli altri proprietari, le autorità, le amanti e le mogli, gli amici, insomma tutti avevano percorso a piedi un sentiero che scriveva le iniziali del suo nome sulle colline nei pressi di Firenze.
G. A.

Anche oggi tutto mi riporta a quel pomeriggio londinese quando, in men che non si dica, mi convinse a trasferirmi a casa Antelami nel cuore dell?Italia per realizzare un vigneto con la forma di quel labirinto. Ci vollero un paio d?anni e non fu nemmeno difficile. Altra cosa, invece, fu realizzare il progetto che il Marchese aveva espresso nel testamento: bisognava, dopo la sua morte, convincere i dodici proprietari confinanti con le terre delle Cantine Antelami a percorrere il labirinto per scoprirne il segreto. Una volta usciti dal vigneto e carpito l?arcano avrebbero potuto acquisire quella parte di terre confinanti con la proprietà dell?Antelami. Se non ci fossero riusciti avrebbero dovuto affidarsi al destino che la sorte (e il viaggio nel labirinto?) avrebbe scelto per loro e il pegno di consegnare i vigneti alle Cantine Antelami.
Il signor Giorgio Antelami nel testamento fece assumere ai dodici confinanti il nome degli apostoli e questi accettarono la sfida.
Cosa nascondeva il labirinto?
Di forma rettangolare, duecentodieci metri per duecentonovantasette, il labirinto di viti occupa tutt?ora il lato est del grande brolo della villa e arriva fino al giardino all?italiana, dove una tauromachia di roseti racconta storie di toreri e belle donne. Un?invenzione rinascimentale con varietà di rosa che inebriano i sensi fin dentro le stanze della villa e, ovviamente, nei meandri del labirinto.
I filari di vigna sono disposti con misteriosa geometria e da un ingresso si accede, se si riesce a scoprire la strada, nel cuore del labirinto dove si trova una torre senza finestre, costruita in blocchi di marmo Carrara. Un solo ingresso; da una scala esterna si accede sul tetto della torre ad un terrazzino utile per individuare la via d?uscita. Un labirinto di Sangioveto, Canaiolo, Malvasia con qualche pianta di Trebbiano, disposta qua e là secondo le storiche indicazioni del Barone Bettino Ricasoli descritte in un documento della metà dell?Ottocento di proprietà del signor Giorgio. Piante disposte ad arte, discusse, scelte, amate. Pensate.
Gli apostoli entrarono, uno alla volta, uno per anno nella stagione dell?uva matura, a metà settembre, andando incontro al loro destino, pieni di speranza. Sicuri della vittoria.
Per nessuno di loro fu così.
Dopo che Pietro fu entrato, alle 14 del nove settembre e dopo che tutto il mondo l?aveva visto in religioso silenzio prima sul terrazzo, poi nella torre e aveva atteso la sua uscita fino a notte tarda tanto da azzittire le cicale prima e grilli poi? dopo tutto questo, la gente se ne tornò a casa rinchiusa nei suoi pensieri, ma sicura che l?Apostolo Pietro non sarebbe più tornato. Gli stessi pensieri ebbero per Andrea, Matteo e Giacomo e poi per tutti gli altri.
E quelli furono giorni di silenzio per le cicale e i grilli.
Pur sapendo quale rischio potevo correre, ma con un inconfessabile segreto che mi ero portato nel cuore per ben dodici anni, il tredicesimo settembre di quell?incredibile serie, fu il mese del mio ingresso nella selva di Sangioveto e Canaiolo e Malvasia. Trebbiano qua e là.
Piante di rose damascene, della rara varietà purpurea, modellavano i corpi dei toreri e la chioma di Lucia Bosè. Nell?arena spettatori in visibilio. Settembre.
Entrai.

Vendemmia
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[07/31/2008, 13:26] Pegasos (Soldera) vola alto sopra le miserie di Montalcino e del suo Brunello

VendemmiaFacciano pure quello che vogliano a Montalcino - dove amici (pochi e veri me ne sono rimasti, gli altri evidentemente non lo erano…) mi segnalano che sono apparsi comici manifesti di ?militanti leghisti? ilcinesi recanti questa scritta ?Brunello: crisi risolta. Grazie Lega. Grazie ministro Zaia? ? sequestrino vini, li dissequestrino, facciano i pesci in barile, continuino a presentare chi crede nel vero Brunello (forse più di loro) come un ?nemico?.
Oppure non trovino il modo, e mi riferisco ai ?puristi del Brunello?, la rete di piccole e medie aziende (quante siano non si sa bene) che hanno rispettato le leggi e vorrebbero un Brunello adamantino e incontaminato, di fare gruppo, di comunicare insieme, di farsi sentire, di reagire a questa situazione a metà tra Kafka e il vaudeville ed il tran tran da piccola provincia toscana, dove tutti sanno tutto di tutti e un’immaginario (ma non troppo) Grande Fratello politico-sindacale-economico-finanziario-bancario controlla ogni movimento e unifica il pensiero…
Da questa sporca vicenda usciranno a testa alta solo le persone per bene, le aziende dotate di un marchio forte, di una credibilità incrollabile agli occhi dei consumatori e degli appassionati di tutto il mondo.
Tra queste, dalla più seria e prestigiosa, per esiti qualitativi non solo al di sopra di ogni possibile sospetto, ma ben al di sopra della qualità media raggiunta dagli altri, arriva un?iniziativa chiara e forte che farà discutere. Gianfranco Soldera, alias Case Basse, alias IL Brunello di Montalcino, con una lettera indirizzata agli amici comunica ?un?importante novità?, la prossima uscita in commercio, con consegna a partire dal primo settembre 2008, di un?IGT Toscana rosso 2005, denominato Pegasos.
Oddio, cosa è successo a Soldera, gli ha dato di volta il cervello da indurlo, anche lui, a proporre, dalle sacre vigne ilcinesi, l?ennesimo Super Tuscan dove l?uva canonica du pays, il Sangiovese, viene imbastardita dai soliti banalissimi Merlot, Cabernet, Syrah?
Niente paura! Con altri questi ?sbandamenti?, magari dovuti al caldo o a incertezze più commerciali che ?filosofiche?, sarebbero possibili o da non escludere a priori.
Con Gianfranco assolutamente no, perché per lui, ?custode del Sangiovese? in quel di Montalcino, cultore della sua possibilità di grandezza (che altri non capiscono o fanno finta di non capire?), il Sangiovese continua ad essere l?alfa e l?omega, il paradigma saldissimo di ogni possible operare vinicolo in quel territorio magico.
Ecco perché la sua decisione, le cui motivazioni affido direttamente alle sue parole, al testo della comunicazione giunta agli amici (quorum ego), non fa una grinza ed é perfettamente coerente e dotata di una precisa logica. 
?Caro amico, della vendemmia 2005, caratterizzata da un particolare andamento climatico estivo, ho selezionato parte delle uve 100% Sangiovese dell?Azienda che hanno fermentato naturalmente in un grande tino grazie a lieviti autoctoni.
Questo vino, ottenuto mantenendo le basse rese produttive che ci contraddistinguono, senza pressature né filtrazioni, ha raggiunto la piena maturazione dopo 32 mesi di affinamento in una grande botte di Rovere di Slavonia.
L?ambiente particolarmente vocato, l?eccellente ecosistema, la coltivazione naturale di uva Sangiovese sana e matura prodotta in quantità contenuta, la vinificazione naturale e le grandi botti di rovere di Slavonia, gli studi e i controlli delle Università, sono il patrimonio distintivo del marchio Soldera che oggi presenta Pegasos 100% Sangiovese. Siamo lieti di unire qui la nuova etichetta, disegnata ancora da Pietro Leddi, che riprende la figura mitologica del cavallo alato Pegaso, che già ci ha contraddistinto nel passato.
Data la limitata produzione di 10.000 bottiglie, Vi invitiamo ad inviarci quanto prima il Vs. cortese ordine. Vi informiamo che la consegna sarà a partire dall?1 settembre p.v. e che, come tutti i vini Soldera, anche questa Igt Toscana Rosso è certificata 100% Sangiovese?.
Questa la presentazione del Pegasos da parte di Gianfranco: per chi volesse saperne di più non resta che visitare il sito Internet aziendale o inviare una mail a questo indirizzo di posta elettronica.
Il prezzo del vino è di 390 euro + Iva per sei bottiglie, ovvero un totale di 468 euro per un costo unitario a bottiglia di 78 euro.
Un prezzo ?solderiano? anche per questa Igt che, ne sono certo, sarà all?altezza del blasone di Case Basse e decisamente più brunellesca, anche senza riportare il nome Brunello in etichetta, di tanti ?Brunello di Montalcino? o presunti tali.
Mi piace sottolineare la scelta, sicuramente simbolica, del nome, quello del più celebre dei cavalli alati, che dopo essere stato utilizzato da Zeus per trasportare le folgori sino all?Olimpo e una volta terminate le proprie imprese, ?prende il volo verso la parte più alta del cielo e si trasforma in una nube di stelle scintillanti che hanno formato una costellazione?.
Forza Pegasos, vola alto sopra le miserie di Montalcino e la sua ordinaria, provinciale, mesta e grigia quotidianità!

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[07/29/2008, 15:00] Vini buoni d?Italia 2009 TCI: l?Umbria di Aldo Fiordelli e gli esiti delle finali, due Sagrantino a Corona
Aumento del peso specifico per l’Umbria nella guida 2009 del Touring Club ai Vini Autoctoni Italiani con ben 20 schede previste. Crescita grande anche qualitativa anche se con difficoltà per il Sagrantino 2005 che risente di piogge in vendemmia che hanno colpito le aziende in maniera poco uniforme con maggiori problemi nella parte alta (Montefalco) e [...]
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[07/24/2008, 07:45] Bum
VendemmiaLa centrale nucleare di Tricastin, avrete letto, ha dato piu' d'un problema, ultimamente. Oltre a quelli serissimi, pure qualcuno inaspettato: "il consorzio di produzione del 'Coteaux du Tricastin', prestigioso vino a denominazione di origine controllata del 'Midi' francese, ne cambiera' probabilmente l'appellativo entro il 2009, in tempo per la vendemmia: preoccupa infatti i responsabili dell'ente vinicolo l'omonimia con il sito dove sorge la centrale nucleare da dove l'8 luglio scorso si verifico' una fuga di uranio allo stato liquido". [Agi].

Questa vicenda potrebbe essere d'aiuto, preventivamente, al nostro deprecato legislatore, che ha deciso di darsi all'obsoleta tecnologia nucleare nei prossimi (almeno) dieci anni, quando nel frattempo andremo tutti in bicicletta - oppure, sperabilmente, ci verra' concesso l'uso della tecnologia aliena reperita a Roswell.
Nel frattempo, dicevo, il nostro governo potrebbe evitare di impiantare centrali nucleari coincidenti coi toponimi enologici: immaginate un po' l'effetto che farebbe la "centrale nucleare di Neive"; oppure di Cormons, Montepulciano, Valdobbiadene.
A pensarci bene, praticamente ogni toponimo del belpaese coincide con qualche tipo di virtu' nazionale, sia essa turistica o produttiva; le centrale nucleari di Venezia o di Firenze sarebbero altrettanto sciagurate.
Si, a pensarci bene, sarebbe da cestinare l'idea stessa di centrale nucleare.
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[07/22/2008, 14:00] Vendemmia 2008 - previsioni di produzione di vino - Italia e Francia

Fonte: ISMEA/Agreste
Stravolgo un pochino il calendario del blog per dare la precedenza alle prime previsione relative alla vendemmia 2008 che sono state emesse questa mattina da ISMEA-UIV e qualche giorno fa da Agreste in Francia. Diciamo subito che sono stime soggette a forti revisioni (la stima dello scorso anno di Agreste aveva sbagliato di un buon 4-5m/hl), ma che danno la sensazione di una vendemmia in recupero sul 2007 (soprattutto in Italia), ma comunque sotto le medie degli ultimi 5 anni.
I am shifting the calendar of blog post to promptly report the first estimates of 2008 wine production in Italy and France, issued today by ISMEA-UIV (for Italy) and a couple of weeks ago for France by Agreste. These are very rough forecasts, with a potentially large forecasting error (last year Agreste in July was overestimating by 4-5m/hl the actual level of production), but they give a first flavour of what might happen: both expects are slight recovery (mainly in Italy), but production will anyway fall below the average of the last 5 years.


Vendemmia

Passiamo ai numeri brutali: (1) 46.8m/hl in Italia, il 10% sopra il 2007 e il 3% sotto la media quinquennale; (2) 47.1m/hl in Francia, 1% sopra lo scorso anno ma 8% sotto la media quinquennale. Per farla breve, sembrerebbe una vendemmia piu’ positiva in Italia che in Francia, per quanto nel 2007 si era verificato esattamente l’opposto.
(1) 46.8m/hl production seen in Italy, +10% vs. 2007 and about 3% below the historical level; (2) 47.1m/hl seen in France, 1% better than in 2007 but 8% below the 5-year average. Shortly said, it seems a better vintage in Italy than in France in terms of volumes, although in 2007 the exact contrary was happening.


Vendemmia
(more…)

Vendemmia

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[07/22/2008, 11:59] Previsioni sull'andamento della vendemmia 2009
No, non mi sono sbagliato a pistazzare: qui, in questo blog, siamo proprio piu' avanti.

Vendemmia
Sara' che ho appena letto le previsioni Ismea sulla vendemmia 2008 (in quattro cartelle dice: si produrra' un po' di piu' - fine; e con cio' risparmi tempo) sara' che ogni anno ci si deve cimentare con queste inevitabili profezie, insomma pure io non vorrei essere da meno, e comunque terrei a differenziarmi. Quindi, ecco le previsioni per la vendemmia 2009. Che la 2008 son capaci tutti.

In breve: dopo un inverno alquanto rigido, la primavera del 2009 portera' abbondanti piogge nel periodo di marzo; sicuramente piovera' durante la settimana del Vinitaly. E comunque piogge sono annuciate per i ponti prossimi al 25 aprile e primo maggio. Questo non inibira' lo sviluppo vegetativo, che anzi si annuncia nella norma; quanti faranno trattamenti per tempo, riuscendo a indovinare esattamente quando piovera', se la caveranno egregiamente; gli altri diranno che i trattamenti non servono, e comunque sono superati. L'estate si annuncia calda e/o caldissima, ma potrebbe pure essere fresca come quella del 2008, se anziche' il surriscaldamento globale si andra' incontro ad una nuova glaciazione - su questo il dibattito e' aperto. La vendemmia sara', comunque ed ineluttabilmente, "a macchia di leopardo". E verra' autorizzato l'uso del mosto concentrato pure nel 2009, a prescindere. E almeno su quest'ultima previsione coltivo qualche certezza.
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[07/17/2008, 19:02] Via, via (vieni via di qui)
[Il post non c'entra alcunche' con la canzone, ma mi piaceva il titolo]

Cose da fare a bottega quando sei morto (di noia): pigli l'auto e scappi in Langa. Cosi', per andare a vedere un paio di cantine di riferimento, per far rifornimento, per fare allenamento, per farti un po' contento. Oggi e' andata cosi'. Tra l'altro, per consueto amore del paradosso, in Langa cercavo un bianco, avevo voglia di assaggiare e comprare un bianco, ma comunque non un bianco ovvio e prevedibile; le declinazioni dello Chardonnay e dalla barrique sono infinite ed infatti in agenda avevo un Riesling, solo acciaio, di un barolista stranoto, Vajra - anzi, googlando un po' sul suo Langhe Bianco tra i primi risultati c'e' Franco Ziliani, manco a dirlo. Avevo assaggiato per caso un'annata risalente di quel Riesling, che nella maturita' esprime una potenza complessa e stratificata da grandezza; la vendemmia disponibile, 2007, non regala ancora le mineralita' goduriose che promette (in una decina d'anni, secondo Milena Vajra); ora stordisce con un bel cazzottone acido, bilanciato dall'alcol morbido. Eppure e' gia' una delizia. A listino e' sui 28 euri, quindi vino non piccolo, ma che merita d'essere dimenticato in cantina, per chi sa aspettare. Il resto della produzione riflette uno stile encomiabile, con l'austerita' tradizionalista che e' temperata, in ogni release aziendale, da sovrana eleganza.

[Update: pure Max scrive del biancone di Vajra qui. La fotina che correda non rende merito alla signora Milena, che e' di molto piu' graziosa]
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[06/29/2008, 12:49] Diritto di replica: Casa Vinicola Poletti

Dalla Casa Vinicola Poletti, finita nell'elenco delle ditte esaminate nell'ambito dell'indagine "Vendemmia Sicura", riceviamo la seguente mail:

"A seguito uscita su alcune testate giornalistiche nazionali dell'inchiesta "Velenitaly", la nostra azienda ha rischiato una gravissima perdita di credibilità e di immagine.

Nonostante ci sapessimo completamente estranei alla vicenda e totalmente consapevoli dell'infondatezza delle allusioni che ci indicavano come parte attiva nella possibile frode, non abbiamo mai voluto pubblicare niente in smentita fino a quando non fossimo stati certi della definitiva chiusura degli atti che ci riguardavano".

La chiusura a buon fine della vicenda è arrivata il giorno 26 Giugno, quando i funzionari del ministero sono venuti a ufficializzare il provvedimento del giudice che ci libera da qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, essendo il nostro prodotto totalmente e completamente regolare, conforme, genuino e idoneo al consumo".

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[05/07/2008, 21:44] Vini di Moda, Vini Sempreverdi, Fascette e Biodinamica

Si è svolto il 2 maggio, con l’organizzazione a cura della Festa dei Vini Classici della Valpolicella di Pedemonte (VR) e del Palio del Recioto di Negrar (VR), il convegno dal titolo “Vini Trendy, Vini Evergreen: quando il trionfo di oggi diventa un successo senza tempo”.
Molta la carne al fuoco, compreso una riunione del Consorzio della Valpolicella, con una novità abbastanza importante: quindi vedremo di parlarne e commentare.

Biodinamica e Champagne:anche Poiana Maggiore era Biodinamico?

Il primo intervento della serata è stato dell’enologo Hervè Jestin, della Maison Fleury Père et Fils Champagne (il sito): oltre a rappresentare il vero Sempreverde e sempre di Moda Champagne, la Maison da circa 10 anni pratica la viticoltura biodinamica, e nel settore in Francia è una delle voci più autorevoli, seconda forse al solo Nicholas Joly della Coulèe de Serrant.
Non starò a tediarvi con la viticoltura biodinamica, perché la conosco poco, e quindi la castroneria è in agguato, al limite guardatevi il sito italiano di Rudolf Steiner, colui che codificò la biodinamica, per avere notizie precise: se credete all’influenza delle varie forze naturali e cosmiche sulla vita animale e vegetale, allora qui c’è da divertirsi.
Monsieur Jestin, con l’ausilio di prove ed esperienze, dice che la viticoltura biodinamica dà grandi risultati, mentre per la vinificazione e tecniche di cantina la sperimentazione è ancora aperta, in quanto lo Steiner non fece in tempo a dedicarcisi, e quindi si opera rispettando i suoi principi.
Alla fine comunque l’esortazione ai presenti è di provare la Viticoltura Biodinamica: alla Fleury i risultati sono ottimi Champagne.
Una cosa soltanto: ho ricordi del nonno e di molti vecchi contadini che non muovevano foglia nei campi se Luna e Sole non erano “come si deve”o se non era Consigliato dal ” Lunario di Pojana Maggiore”, leggendario Astrologo-Contadino veneto, che tramite il suo lunario, appeso in ogni stalla e deposito agricolo, scandiva la vita contadina e le sue attività secondo la Luna ed altri astri.
Vuoi vedere che i nostri nonni ascoltando Pojana Maggiore praticavano l’Agricoltura Biodinamica senza saperlo?

L’Egoismo Solidale della Franciacorta
Con questo semplice concetto, Mattia Vezzola, enologo gardesano della Bellavista, una delle maggiori aziende della Franciacorta, ha superbamente riassunto uno dei motivi che hanno reso questa zona vinicola come un nuovo classico, nell’attesa di diventare sempreverde, dello spumante in Italia, anche se giustamente si arrabbiano quando si chiama spumante un Franciacorta: questa denominazione, assieme a Champagne e la spagnola Cava, può escludere dall’etichetta la dicitura vino spumante e il metodo di produzione, Franciacorta vuol dire Franciacorta e basta, e lo stesso vale, ovviamente anche per Champagne e Cava.
L’Egoismo Solidale che ha portato a questo risultato, dovrebbe fare scuola anche nelle altre regioni vinicole, ma i classici interessi del quartierino tipici dell’Italietta Vinicola fanno in modo che l’insegnamento bresciano resti quasi una parola al vento, anche se fortunatamente non sempre è così: abbiamo l’esempio della DOC Breganze e della DOCG Montefalco Sagrantino che si stanno muovendo allo stesso modo, con una sola differenza, che i Bresciani lo fanno meglio.

Come Montefalco Sagrantino è diventato un classico
L’intervento di Marco Caprai, dell’omonima azienda, con un breve excursus, ha spiegato come pochi ma volenterosi viticoltori di Montefalco, abbiano recuperato il vitigno Sagrantino, e nonostante i pareri contrari dei “soloni” locali, siano riusciti, cavalcando il concetto di vino di nicchia di qualità e di produzione inferiore alla domanda, a creare un nuovo classico.

Amarone: le nuove fascette ne faranno un classico?
Su quanto detto al convegno sull’Amarone non posso riportarvi alcunché, essendomi perso gli interventi di Severino Barzan della Bottega del Vino, tempio del vino in Verona e nel mondo, e di Emilio Pedron, AD dell Gruppo Italiano Vini e fino a poco fa, presidente del Consorzio Vini della Valpolicella, se non che di sicuro è trendy e tira, vedi anche il mio articolo, e che a Villa Quaranta giocava in casa.
Quello che invece è interessante, invece, è l’assemblea del Consorzio Vini della Valpolicella, che nello stesso pomeriggio ha deliberato l’ormai mitica e più volte annunciata fascetta di stato per i vini della Valpolicella ottenuti da uve appassite, ovvero Recioto e Amarone, e atta a garantirne la tipicità e la qualità.
Ma quello che mi chiedo: a cosa serve la nuova fascetta?
Non è quella della di una volta della DOC, e nemmeno quella DOCG, e Dio ce ne scampi, visto che in Veneto la DOCG porta sfortuna, e vedi il caso Brunello, non salvaguarda nulla.
Poi col discutibile disciplinare della Valpolicella, che permette l’imbottigliamento dei suoi vini anche fuori zona DOC, non salvaguarda nemmeno gli ignari consumatori stranieri, visto che mi sembra di capire che la fascetta sia solo per i vini venduti in Italia.
Poi la fascettatura sarà obbligatoria non da una determinata vendemmia, ma per gli imbottigliamenti fatti dal 1 luglio 2008, e non è chiara la posizione delle bottiglie di quelle aziende che hanno già imbottigliato Amarone e Recioto, che lo stanno giustamente affinando in bottiglia prima di etichettarlo e commercializzarlo e che corrono il rischio di  ritrovarsi con Amarone e Recioto di “serie B” perché senza fascetta.
Sempre il disciplinare che dal 2003, ovvero dai vini in commercio dallo scorso anno, permette l’uso dei soliti vitigni gramigna cabernetmerlotsirah nella stessa percentuale dei veri vitigni veronesi come molinara e oseleta, che tipicità garantisce ai consumatori, quando storicamente i vini della Valpolicella sono sempre stati a base di uve corvina, rondinella, molinara e altre varietà realmente autoctone?
Insomma, forse sono ignorante nel senso che ignoro lo scopo della fascetta, che non è ne DOC ne DOCG, visto che nei punti citati non vedo alcuna salvaguardia per il consumatore straniero, che si vede spesso e volentieri proporre Amaroni al prezzo di un Valpolicella Superiore, ovvero casi simili al Parmesan, alla Mozzarella della Campana o della Pommarola cinese, e quanto all’italiano sa benissimo leggere l’etichetta.
E le tipologie Valpolicella, Valpolicella Superiore e Ripasso sono figlie di nessuno, visto che la “garanzia” è rivolta principalmente all’ Amarone e al Recioto?
Insomma, questa fascetta qualcuno me la spieghi.

Detto questo per adesso vi saluto.

Max Pigiamino Perbellini

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[04/22/2008, 23:10] Veline, Veleni e Vinitaly parte prima

Vediamo di analizzare tutto quello che è saltato fuori dall’ultimo Vinitaly. Cominciamo con le cose brutte, ovvero l’operazione “Vendemmia Sicura”, Brunellopoli e Velenitaly.

Vendemmia Sicura
L’operazione “Vendemmia Sicura”, è sicuramente quella che ha fatto più scalpore, anche perché giocata sull’enfasi data dalla tristissima vicenda del Vino al Metanolo degli anni ‘80, ma trattasi, fortunatamente, di altra cosa.
Le indagini sono ancora in corso, ma sembra, e sottolineo sembra, si tratti solo di “vino corretto”, ovvero bevanda ottenuta con l’aggiunta di vari zuccheri vegetali e altre sostanze: ovvero nulla di pericoloso per la salute, ma solo il classico “vino fatto col bastone”, per dirla alla Veronese.
Insomma, sembrerebbe l’ennesimo caso di truffa alimentare in cui si vende un prodotto per un altro: succede più spesso di quanto si creda anche in altri settori dell’agroalimentare, e le nostre leggi sono abbastanza lasche e carenti in materia, anche se qualcosa sta cambiando.
L’importante però è che non ci sono pericoli per la salute, per dirne una, in molti paesi europei lo zuccheraggio dei vini è legale, così come i vari liqueur de tirage e d’expedition, che sono ingredienti necessari nella preparazione di Vini Spumanti nonché croce vanto e delizia degli appassionati di bollicine, sono sempre sciroppi ad alto contenuto di zucchero.
Comunque maggiori notizie dal Dinamico Duo Lizzy-Giampiero, che sui rispettivi siti Vinopigro e Aristide hanno fatto ottime indagini sull’argomento, nell’attesa di ulteriori sviluppi e risultati delle varie inchieste.

Brunellopoli
Qui si tratta di un altro paio di maniche, perchè non si parla di vini a basso costo come in Vendemmia Sicura, ma di uno dei vini più famosi e cari al mondo.
Un mio piccolo e personale omaggio al Brunello l’ho fatto in questo articolo, e avrei poco da aggiungere: ma purtroppo sono cose che non fanno piacere.
Trattasi della deplorevole omertà e del voler insabbiare a tutti i costi la vicenda da parte del Consorzio Stesso del Brunello di Montalcino, ovvero colui che è stato per primo “truffato” in realta fà orecchie da mercante: sul sito istituzionale nemmeno un accenno alla vicenda, e come riportato in varie occasioni negli ultimi quindici giorni da Franco Ziliani sul suo sito, a Montalcino non si muove foglia.
Forse sarà per il fatto che le aziende sospettate sono le più potenti e che da sole commercializzano gran parte del Brunello, e che una loro caduta trascinerebbe nel gorgo anche le aziende serie di Montalcino, forse sarà il fatto che i Supertuscan a base di vitigni internazionali non hanno più il fascino e le vendite di una volta, e allora bisogna appellarsi ad un nome toscano famoso, forse perchè nel 2007 il vino dell’anno di una famosissima rivista americana è stato un Brunello ma poco Brunello, rispetto al classico, ma dalle caratteristiche molto vicine ai gusti dei curatori di detta rivista, forse chissa quali altri motivi, ma questi silenzi non mi dicono nulla di buono.
Magari i produttori seri sono talmente Signori da non voler sporcarsi la bocca commentando  simili abominii, e rispetto questa scelta (vedi il commento del Sig. Carlo Vittori dell’azienda Molino di Sant’Antimo nel mio articolo precedente), ma credo che la maggior parte degli appassionati avrebe gradito una presa di posizione ufficiale a favore delle persone serie.
Concludo per adesso l’argomento Brunello consigliando i miei fedeli lettori di fidarsi solo dei propri sensi quando si ha a che fare con il Brunello, sapendo che non è un Vino facile, spesso è Scontroso, Maschio e Burbero, ma è buono e famoso apposta per queste sue caratteristiche, e se invece se volete un Dandy Metrosexual Leccatino e Firmatino che certe “Sirene d’Oltreoceano” e i beoti seguaci italiani vogliono imporci , sappiate che questo ibrido MAI potrà chiamarsi Brunello.

Velenitaly
Noi Italiani siamo sempre come Tafazzi, il mitico wrestler che si martella i cosidetti con una bottiglia.
Vedi il caso Velenitaly, ovvero la copertina e gli pseudoscoop della rivista l’Espresso, inerenti i due argomenti citati sopra e uscito proprio il giorno del Vinitaly.
Il ridicolo è che per fare il botto, la rivista in questione ha corso troppo e ha dato notizie poco veritiere o con poco fondamento: perchè dico questo, lo dico per il semplice fatto che lo stesso gruppo editoriale pubblica anche una delle guide vinicole più importanti, I Vini d’Italia.
Il direttore della rivista avrebbe potuto almeno informarsi presso i curatori della guida per avere notizie più precise, essendo essi ben introdotti nell’ambiente, o almeno fatto loro correggere le bozze degli articoli incriminati, invece niente di tutto ciò.
Sembra che il sig. Vizzari, direttore della suddetta guida sia caduto dall