Visto che sabato finiscono le mie ferie fiorentine (ovvero al lavoro ma con famiglia al mare lontana 1400 km e casa libera e serate a spasso) e cominciano le ferie “vere“, in questi giorni cerco di sfruttare ogni occasione per rimettermi in pari con le aperture di locali sulla scena cittadina. Da quasi ultimo (già Leonardo [...]
L?architetto Marco Casamonti l'ha definito "un luogo sacrale, un po? chiesa, fabbrica e campagna" il suo progetto, destinato a diventare la nuova cantina della Casata Antinori. Progettata dallo studio Archea Associati di Firenze ? fra i cui fondatori c?è anche il giovane e già illustre architetto fiorentino ? la nuova Cantina Antinori, sarà, a lavori ultimati previsti per il 2008, un'altra "Cattedrale del vino", meta di chi desidera scoprire tutti i segreti di una buona bottiglia.
Un tempio, che accoglierà il riposo di etichette come Tignanello, Badia a Passignano, Solaia ? questa ultima ha segnato il rinascimento enologico italiano ? e che il Marchese Piero Antinori, a capo dell?azienda omonima e tra i più grandi proprietari di vigneti in Europa -, ha voluto fortemente.
Vero gioiello sotto il profilo progettuale e ingegneristico, la Cantina di Casamonti si presenta come una suggestiva astronave, dolcemente inserita nel paesaggio toscano. Un edificio concepito come una sequenza di volte e navate, incassate nella terra e costruite a partire da un drappeggio di cotto, che ne colora la luce interna. Un progetto talmente armonizzato con il contesto naturale in cui è inserito, da presentare come facciata dell?edificio la collina stessa, mentre come copertura il vigneto. Strade, piazzali di carico e scarico merci, parcheggi, impianti e ogni altro elemento accessorio utilizzano il sottosuolo, per non offendere il paesaggio circostante.
Più che una Cantina, una città sotterranea di 37 mila metri quadrati, di cui 23 mila coperti. Una cittadella, all?interno della quale, si troverà il nuovo quartiere generale Antinori, che dopo decenni, si sposta dal centro di Firenze in piena campagna.
L?edificio, che sorge nel cuore del Chianti, oltre a essere concepito come culla che accompagna l?uva dalla sua nascita ai singoli passaggi fino a quello dell'?imbottigliamento, è stato pensato anche come luogo di accoglienza per il pubblico. E' stato previsto anche un museo, attraverso il quale sarà possibile intraprendere un percorso alla scoperta dei segreti su come viene prodotto e conservato il vino, un frantoio per l?olio della casa, un forno per il pane, la fabbrica delle barrique, dove viene conservato il vino, uno spaccio con i prodotti tipici della zona e un ristorante....una sorta di "fattoria toscana" del terzo millennio.
Dopo le altre celebri "Cantine-design" realizzate dai più importanti architetti del momento - Mario Botta per la Tenuta Petra a Suvereto, Renzo Piano per Panerai vicino a Gavorrano, e Piero Sartogo per i Frescobaldi a Montalcino - ecco un progetto pensato per il futuro...
Un bel regalo, ancora uno, mi giunge dai partecipanti del concorso letterario di Villa Petriolo. Ilaria, Marco e Michela, come promesso, hanno contribuito a redarre il loro METARACCONTO, il racconto dei racconti... I giorni del vino e delle rose continuano a sprigionare aromi buoni...Grazie!
SAGGEZZA DELLA BOTTIGLIA OFFERTA
Come fare a parlare di qualcosa, come fare perché l?orecchio non si rifiuti di sentire. Comunicare diventa sempre più un baccanale in cui il rumore di fondo copre la sostanza delle cose. I sapori, gli aromi. La vita. Un vespaio di input modaioli: Elogio del Verbo, l?Aggettivo è morto, via la punteggiatura, guai agli Avverbi, tutto in breve, che i filosofi si impicchino e gli ermetici con loro.
Chissà mai se la vita è così chiara. Così limpida. Così sbattuta in faccia con evidenza tale che non abbia bisogno anche solo di un misero aggettivo. Uno ogni tanto ? così, giusto per dire che li sappiamo ancora usare.
In fondo ? sul fondo bruciato della bottiglia spazzolata ? in fondo l?aggettivo cosa fa mai. E? un ottimista. L?aggettivo aggiunge.
Passeggio matrimoniale dell?aggettivo brillo
Impertinente La storia di questo matrimonio comincia così. Lui è impertinente, lei riservata. Come direbbe Michela, è una donna del nord.
?Il profumo del geranio arrivò per primo, impertinente. Sbuffo di bimba nel grembiule rosa.? Da ?Rosso dischiuso? di Marco
Delicato E poi Michela direbbe anche che lei si può toccarla senza vederla, direbbe che è delicata, si immaginerebbe le prime parole di lui. Le sue prime parole nell?orecchio, piano piano come le note di un pianoforte.
?Miky,please, ogni sorso un petalo!?diceva. E io delicatamente eseguivo?. Da ?Ogni sorso? di Michela
Sanguigno La storia dei due non è lineare. E? da sbrogliare. E va a rilento ? come una balena. E va veloce ? come l?ape sul calice da corteggiare.
?Pupille antiche sprofondate nella pozza sanguigna? Da ?Rosso dischiuso? di Marco
Vicino Ma poi chissà se è proprio come diceva Michela, chissà se sarà lei la prima a cadere. Per adesso il profumo della bottiglia stappata è sulle labbra prima del bacio. Più vicino il vino, più vicino alla ragione.
?Le cerca lo sguardo con cecità di squalo ? lenti cerchi sempre più vicini, e ci sta cadendo, e forse c?è già caduto?. Da ?Il calice di Dio? di Ilaria
Migliore Per chi la posizione migliore? Chi ha le mani impastate più nell?esistenza, nella pasta di vita, nella tortura sfacciata della seduzione? Dentro e fuori la prima notte matrimoniale. Più e più notti, in un unico sole passato al contrario.
?Era il tempo dell?attesa, del decantare. Ci sarebbe stata un?altra generazione d?uomini, nuovo raccolto. Un?annata migliore? Da ?Rosso dischiuso? di Marco
Timido Si guardano. Lui ha gli occhi più scuri del mondo. Sono suoi i segreti più molecolari.
??serio e timido come solo gli uomini del nord a volte sanno essere?? Da ?Ogni sorso? di Michela
Lunghissimo La lunghissima notte del loro stupore. Le sostanze sfatte della carne non hanno niente da invidiare agli ubriachi. Ai sobri la compassione. Entrambi dannati.
?La notte era ancora giovane quando ci incamminammo verso casa mia, gli offrii di provare un vino che aveva fatto mio nonno?. Da ?Ogni sorso? di Michela
Arioso Dell?aria non hanno bisogno. Sono nella vita, la bottiglia è finita.
?Per Bianca è un lungo sonno quello dei sensi, una cellula che ancora se ne sta in boccio nel grembo delle sue lentiggini ariose, adolescenziali.? Da ?Il calice di Dio? di Ilaria
Impertinente, delicato, elicoidale, vicino, migliore, timido, lunghissimo, arioso. L?aggettivo si sposa. Si sposa col vino (come essere contrari). Si sposa con il Nome. Il Verbo l?accompagna all?altare.
Con il gentile contributo di Marco Taddei e Michela Ricciarelli. A cura di Ilaria Morbidini
Un altro film sul vinoooo..... Dopo Sideways e MondoVino ecco un film sul Merlot. Merlove, un documentario che celebra il merlot è un viaggio tutto americano attraverso il merlot (o meglio....il loro Merlot...) guidato dall'esperienza personale dei wine lover.
Il messaggio del documentario è che nessuna varietà può essere considerata superiore ad un'altra, nè tanto meno inferiore ad un'altra. Affianca il documentario il blog , mentre sul sito si potrà "percorrere" virtualmente il tour che è stato compiuto toccando la Napa Valley, la Sonoma, Washington State, st. Emilion e Pomerol.
Sono online le nuove mappe d'insieme di Vinix. E' ora possibile visualizzare tutti gli abitanti di vinix all'interno di ampie mappe dinamiche, sia per l'Italia che per l'estero anche se ovviamente per il momento la stragrande maggioranza dell'utenza è italiana. Ogni abitante di vinix è rappresentato da un marker - un segnaposto - che ne indica la collocazione geografica, ogni marker ha un colore che ne identifica la tipologia (azienda vinicola / olivicola, enoteca, ristorante, vendite / distribuzione, giornalisti / blogger, macchinari / servizi, appassionati). Cliccando sul marker è possibile visualizzare i dati essenziali del contatto ed eventualmente aprire la scheda di dettaglio.
Ieri è stata una giornata di piacevoli visite in cantina: su una Spitfire rosso fiammante sono arrivati Mirco, pregiato blogger di Blog&Wine nonchè produttore ed il suo fedele compare Alessio, che non poteva non essere un grande appassionato del bere bene.
Oltre al piacere della loro visita, ho ricevuto un gradito e sospirato regalo, l'ormai mitica Saba: un mosto d'uva estremamente concentrato, ridotto a fuoco lento.
Ora posso sbizzarrirmi negli esperimenti gastronomici ed usarla sia negli abbinamenti sia come ingrediente; Mirco mi hadecisamente incuriosito suggerendomi di usarla nella preparazione del pane dolce per la colazione...
Del resto, lui con la saba ha fatto pure la birra!
Sono affezionata a Brognoligo e ai suoi vini, primo tra tutti il Vin Santo, di cui ho avuto occasione di scrivere e per il quale ho auspicato un consolidamento della tradizione e una rinascita analoga a quanto è avvenuto per...
Il primo ottobre di 49 anni fa nasce a Dakar Youssou N'Dour, in Senegal, un Paese al quale è sempre stato profondamente legato, tanto da spingerlo a fare un percorso di vita e musicale assai diverso dalla maggior parte degli altri musicisti connazionali. Qui non sono mancati mai, purtroppo, tutti i problemi che assillano non pochi popoli africani, come la siccità, le enormi difficoltà economiche, l'apartheid, la schiavitù, l'emigrazione, l'Aids.Fin da bambino era straordinariamente portato per la musica, tanto da essere diventata parte naturale della sua esistenza. Discendente da parte di madre di un'antica famiglia di "griots", poeti e cantori che hanno lo scopo di conservare e diffondere la tradizione orale degli antenati, ma anche il ruolo di interpreti e ambasciatori della propria cultura, Youssou è diventato con il tempo una figura di spicco non solo in campo musicale, ma per il suo impegno nelle lotte sociali per il popolo senegalese e africano.Musicalmente è un autentico trascinatore, il suo stile si è evoluto negli anni fondendo ritmi africani al pop e alla musica caraibica; voce straordinaria e di ampissima estensione, riesce ad incantare con il suo entusiasmo e la sua profondità espressiva, sia nella lingua originale, il wolof, che in francese e inglese. Vanta collaborazioni con musicisti del calibro di Peter Gabriel, Paul Simon, Sting, Nene Cherry, Johnny Dollar. Il 1994 segna la sua consacrazione come artista grazie al bellissimo album The Guide (Wommat), contenente il singolo 7 Seconds cantato con Nene Cherry, che vende quasi 2 milioni di copie e con cui viene nominato ai Grammy Awards nella sezione World Music.La sua discografia vanta numerose pietre miliari, fra cui amo ricordare lo splendido Egypt del 2004. Bellissimo anche il suo ultimo lavoro, Rokku mi Rokka (Give and Take), del quale ha presentato numerosi brani sabato sera alla Cavea dell'Auditorium di Roma.Una serata straordinaria, anche per la mumerosa presenza di senegalesi e africani fra il pubblico, che hanno ballato e coinvolto anche i più pigri e restii "uomini bianchi". La straordinaria umanità e sensibilità di questo musicista lo pone sul gradino più alto della comunicazione, al di là di mode e commercializzazioni, il suo contributo all'Africa è un elemento prezioso che va ben oltre la semplice diffusione di un linguaggio musicale, toccando temi fondamentali che fanno riflettere e mettono in discussione il nostro sistema sociopolitico sin nelle sue più profonde contraddizioni.
Sbirciando qua e là la blogosfera, ho notato con piacere che impazzano i post con ricette per la colazione. Con piacere perchè io A-D-O-R-O fare colazione: per me è un momento sacro, un rito che rispetto anche a costo di alzarmi in anticipo.
Le basi della mia colazione sono una moka da 3 persone di caffè nero, bollente, che mi dà la carica già con il suo profumo, ed il giornale (ma in caso d'emergenza va bene anche una rivista, un volantino, qualsiasi cosa basta che io possa leggerla!).
Per quanto riguarda il cibo, seguo l'andamento delle stagioni e la voglia estemporanea del momento, perciò vario piuttosto spesso. L'unica colazione che davvero non mi dà soddisfazione (lo so, sono un'italiana degenere) è l'intramontabile e noiosissima abbinata latte+biscotti. Non me ne vogliate... ;-)
Vi propongo una ricetta deliziosa, da riservare magari alle mattine festive, in cui ci si può prendere qualche minuto in più.
Pain perdu con le fragole del mio orto
per 4 persone vi serviranno:
- 4 fette di pan brioche - 2 uova - 2 dl di latte freddo - cannella
- 30 gr di zucchero di canna
- 300 gr. di fragole...se non potete usare quelle del mio orto, potete tranquillamente comprarle ;-)
- una noce di burro
Sbattete le uova con zucchero, cannella a piacere e latte. Lavate ed asciugate le fragole, poi tagliatele a pezzetti (se amate i sapori dolci, zuccheratele un pochino).
Passate le fette nelle uove, sgocciolandole in un piatto; poi cuocetele in padella nel burro spumeggiante per un minuto, girandole a metà cottura. Devono essere ben dorate, mi raccomando. Asciugate eventualmente il burro in eccesso con della carta assorbente.
Infine servitele ricoperte di fragole, spolverizzando, se volete, con dello zucchero a velo.
Un soave incontro diVino è il sottotitolo della mostra che si apre il 6 giugno prossimo presso il Palazzo del Capitano di Soave (sede municipale). SI potranno ammirare opere di uno dei più grandi geni della pittura del '900: Pablo...
Pubblichiamo, tra i racconti segnalati del concorso letterario di Villa Petriolo, "Il vino dell'amicizia" di Vanni Marchioni, a cui vanno i nostri complimenti.
Vanni Marchioni è nato nel 1974 a Firenze, dove risiede. Dopo il diploma in Gestione d'impresa conseguito presso SSA - Scienze Aziendali - Specializzazione in Marketing, distribuzione e tecniche di vendita, diviene responsabile marketing/commerciale di Pitti Immagine. Sommelier A.I.S., si interessa di lettura, teatro, viaggi, fitness, cinema, canoa fluviale, pesca con la mosca, entomologia e micologia.
racconto
"IL VINO DELL'AMICIZIA"
di Vanni Marchioni
Gli occhiali si appannano sempre sul più bello. Quando vorresti vedere le cose più nitide, le lenti si velano di un velo invisibile ma percepibile. Forse per pulirle veramente bene e vederci finalmente chiaro sarebbe necessario entrare in un autolavaggio con una macchina coupè. Quale soddisfazione indescrivibile.
Ferruccio, ottantasette anni compiuti lo scorso martedì, gli occhiali li porta da tempo immemorabile. Da quando sognava, lui per primo, che fossero le spazzole di un autolavaggio a pulire le sue lenti appannate. Questo pomeriggio sta leggendo il suo giornale in un parco di Milano e si annoia da diventare matto. Le sue lenti, come la sua anima, hanno preso quel colore grigio fatto di smog e architetture da quattro soldi, che circonda il giardino e la sua panchina di legno vecchio, smaltato con un verde approssimativo.
Seduto accanto, come in un viaggio, Corso guarda nel vuoto. Chissà a che cosa pensa. Forse alla guerra, tutte le persone anziane pensano alla guerra, una volta al giorno. La terza età che ricorda la prima, o la seconda, fase della propria esistenza. Perché sebbene la miseria e la follia degli uomini facessero da padroni, quel tempo era il tempo della giovinezza. Che si fugge, tuttavia. Corso si è seduto sulla stessa panchina di Ferruccio un paio d?ore fa. Come passa lentamente il tempo, quando non si ha niente da fare. Ha salutato educatamente il suo sconosciuto compagno di banco occasionale, il quale ha risposto toccandosi il cappello con la mano sinistra.
Chi li vedesse adesso, senza avere appreso il buon gusto di non giudicare dalle apparenze, vedrebbe solamente due uomini soli. Ma quando la solitudine fa rumore, sono le sensazioni che prendono il posto delle parole.
I due uomini si guardano negli occhi, per la prima volta da quando sono fianco a fianco e non credono che sia vero, che sia possibile. Come un lampo improvviso che divide il dipinto del cielo, avviene la medesima reazione chimica nei due stanchi agglomerati di cellule e si apre un cassetto in quella parte del cervello che si dice richiami la memoria storica. Quel giorno di marzo del ?43 erano lì, nella stessa parte di mondo. Nel posto sbagliato e al momento sbagliato. L?un contro l?altro armati, entrambi credenti nei valori della patria, dell?esistenza indubbia di un essere superiore che tutto vede e giudica. L?importanza della libertà e della passione. Sebbene oggi sia così difficile da percepire, si credeva in un obiettivo anche quando era solo raccontato da terze persone e appariva così lontano, quando mancava il pane. Fatto sta che la Linea Gotica divise due paesi e due mondi confinanti. Famiglie che fino a ieri avevano pranzato insieme e che oggi impugnavano fucili rudimentali per spararsi addosso dalle finestre. I due uomini si guardano negli occhi e vedono dentro, vedono lontano. Nella memoria del tempo, tornano giovani e si ritrovano sporchi e stanchi. Magri e polverosi. Faccia a faccia, uno con un fucile scarico e l?altro con il colpo in canna.
- spara! che cosa aspetti, spara!
Ma quella cadenza emiliana, quella esse morbida strascicata tra le sillabe dell?aspettativa di morire fermò qualcosa nella testa e nelle mani di Ferruccio. Non premette il grilletto per un tempo immemorabile durante il quale non pensò a niente o forse a tutto, confusamente. Al fatto che stava per uccidere un ventenne, come lui, per il solo credo in un?altra bandiera. Eppure fratelli della medesima Italia e figli delle stesse madri che pregavano allo stesso modo, in due case poco distanti. Invece di fare fuoco disse qualcosa come anche tu sei di queste parti? A ripensarci adesso, avrebbe potuto tirar fuori qualcosa di più epico, ma meno vero e sincero. Pochi minuti più tardi si avviarono insieme verso la casa di Corso, a poche centinaia di metri da quel luogo di morte.
Adesso Ferruccio e Corso stanno bevendo assieme lo stesso vino che aprirono allora. Un lambrusco semplice semplice, un vino locale che sapeva - allora come oggi - di amicizia e lealtà. Così facile da bere, morbido e frizzante come una bella storia. Il resto del mondo ha abbandonato il grigio e assume i riflessi violacei che macchiano il bicchiere. Non c?è bisogno di parole, in un momento come questo. I due vecchi nemici sorseggiano insieme, senza fretta, il vino della loro amicizia.
Gli occhiali di Ferruccio sono di nuovo appannati. Per fortuna non si vede la pioggia sotto le lenti bifocali. Deve essere entrata un po? d?acqua durante il lavaggio dell?auto.
Credo di essere sufficientemente rigoroso e dotato di una buona dose di onestà intellettuale da non farmi condizionare dall?amicizia, antica, profonda, saldissima con la famiglia Librandi, titolare della più bella casa vinicola cirotana e calabrese e una delle migliori di tutto il Sud Italia, da potere tranquillamente affermare che con quest?anno, con le produzioni attualmente in commercio, l?azienda, che pure ci aveva abituato negli anni a standard importanti, ha toccato vertici qualitativi straordinari e mai raggiunti, con così tanta evidenza, in passato. Quello che mi ha sorpreso, nei giorni ? bellissimi ? passati la scorsa settimana a Cirò marina, degustando tecnicamente i vini, ma soprattutto mettendoli ripetutamente alla “prova del nove”, quella che taglia la testa al toro, ovvero la verifica del loro funzionamento a tavola, in abbinamento ai piatti dell?appetitosa, saporita, colorata cucina locale, e girando per i vigneti ? uno spettacolo ? situati negli areali di Cirò, Crucoli, Strongoli, Casabona in Val di Neto, e discutendo di tante cose con gli amici Tonino e Nicodemo Librandi e con i figli di quest?ultimo Raffaele e Paolo, perfettamente inseriti in azienda e impegnatissimi, perché quando si hanno 240 ettari vitati e si producono circa due milioni di bottiglie, c?è da tirarsi su le maniche e da correre, è la assoluta consequenzialità di un percorso operativo. Un lavoro che parte dalle vigne, dalla loro concezione e gestione e cura minuziosa, sia che si tratti si vigne di proprietà sia di vigne di conferenti, con alcuni dei quali è stato creato un rapporto di collaborazione e di co-gestione votata alla qualità di stampo trentin-altoatesino, si trasferisce in cantina e finisce, secondo una logica di assoluta imprenditorialità, che prevede la giusta promozione del prodotto, il collocamento sui vari mercati, nella bottiglia. Contenitore il cui valore intrinseco si carica di ulteriori legati alla valorizzazione, e posso dirlo?, al ?riscatto? di un territorio splendido ma che gira ancora a tre marce su cinque a disposizione, ad iniziative di comunicazione e progetti di tipo culturale, ad operazioni coraggiose che richiedono tempo e pazienza per essere non solo condotte in porto, ma capite nella loro giusta portata. Bene, tutta questa serie di cose, una ricerca e una sperimentazione assidua condotta nel vigneto, centro di tutto il pensiero e dell?azione della famiglia Librandi, e giustissima pertanto la recente assegnazione del Premio Veronelli a Nicodemo, viticoltore nel sangue e vigneron di tempra langhetta o borgognona - con la collaborazione di ricercatori universitari ed esperti al massimo livello, lavoro che si è tradotto in diversi convegni organizzati negli anni e in uno splendido libro curato dal professor Mario Fregoni, Gaglioppo e i suoi fratelli, che fa egregiamente il punto su tutto quanto è stato fatto nel corso di quindici anni, ed un concetto di qualità cui offre un contributo fondamentale la consulenza tecnica del più serio dei nostri enologi, Donato Lanati, con il formidabile staff dei suoi collaboratori, costituirebbe un ?bluff? o qualcosa di gratuito se poi non si traducesse in vini veri che sanno esprimere la verità e l?unicità di questa autentica Enotria tellus. Invece, e mai come quest?anno, quando mi sono trovato di fronte ad una qualità complessiva altissima, ad una gamma compatta dove ogni vino ha una precisa identità e non cannibalizza nessun un altro proponendosi come doppione, da questo lavoro serissimo quasi ?matto e disperato? per dirla in termini leopardiani, esce un?idea di vino, cirotano, calabrese, meridionale, mediterraneo, italiano che ti fa capire, ad ogni sorso, in ogni circostanza di servizio, come quel vino non sia casuale, ma finalizzazione (come lo è un grande gol dopo una veloce azione in linea, condotta secondo schemi ed estro e tecnica), di un sentimento, di una coscienza viticola, vinicola, enologica di assoluto rigore e grande anima. Troppo facile parlarvi dei ?gioielli? di casa Librandi, di quel collaudatissimo Gravello, mirabile sintesi-dialogo di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, elegantissimo, morbido, avvolgente nella sua versione 2006 (prodotta in centomila esemplari), oppure di uno dei miei prediletti, il Magno Megonio la cui annata 2006, ancora scalpitante, bisognosa di tempo in bottiglia, imponente e dotato già ora di quel timbro che lo rende unico ed inimitabile, promette mirabilie. Provate invece a misurarvi, con una versione 2005 da standing ovation per eleganza, morbidezza, perfetta sintesi di struttura tannica (e che tannini signori!) e dolcezza calibrata del frutto, con il vino simbolo dei Librandi, con il Cirò riserva Duca San Felice, quintessenza di Gaglioppo, dimostrazione della grandezza e della duttilità di quest?uva cirotana per antonomasia (che solo gli ingenui possono pensare possa dare il proprio meglio sui rosati e non vinificata in rosso), e ricordarvi che di questo capolavoro sono disponibili qualcosa come 180 mila esemplari, oppure rimanere di sasso di fronte all?equilibrio assoluto, alla piacevolezza contagiosa, al nitore del frutto, ad un carattere ?nordico e piemontese? che ricorda quasi un grande Dolcetto, raggiunto dal Melissa Doc Asylia rosso 2007 (80 mila esemplari), alla perfetta sintesi di corpo, solarità, giusta maturità di frutto, tannino presente ma levigato, carattere leggermente e piacevolmente selvatico ma elegante raggiunta da un Cirò rosso 2007 (diverse centinaia di migliaia di pezzi) mai così diretto, compiuto, sinuoso nel suo modo di porsi! E poi, che dire - solo un miope e uno stolto può mettere in dubbio che rappresentino, e di gran lunga, il meglio della produzione regionale per questa particolare tipologia (e preferir loro vini sulla qui qualità preferisco tacere?) ? dei due rosati, il Cirò Doc e l?Igt Val di Neto Terre lontane che con l?edizione 2007 (e posso dirlo visto che li bevo e li seguo da almeno 10-12 anni) raggiungono la loro definitiva consacrazione? Cerasuolo corallo rubino smagliante il primo, naso profumato di lampone, ribes, rosa, succoso, ben polputo, eppure freschissimo, mirabilmente equilibrato e sapido il primo, un?enfatizzazione del rosato importante il secondo, tornato ad essere Gaglioppo in purezza dopo aver accolto per anni una quota di Cabernet franc (i Librandi stanno sensibilmente riducendo la quota dei vitigni internazionali a bacca rossa presenti in vigna), vino succulento e perdonatemi la metafora, sensuale e malioso come una bella moracciona calabrese con tutte le curve, un bel 90-60-90, al punto giusto e una terza abbondante che ti fa prendere dalla vertigine quando scruti nella sua scollatura! Vino ricchissimo, imponente nelle dimensioni, nella ricchezza di polpa, nell?avvolgente rotondità carnosa da seno non rifatto, pieno di tutto quel che vorresti un rosato, anche se tutto lascerebbe pensare, dal colore cerasuolo corallo acceso ? rubino trionfante, alla sinfonia fruttosa dei profumi, alla loro densità, alla materia quasi masticabile, golosa, alla lunghissima persistenza, con un tannino presente ma non aggressivo, trattarsi di un rosso. Un rosato per estimatori ?con gli attributi?, che ho iscritto d?imperio al club ristretto dei super rosati, il Montepulciano Cerasuolo Pié delle Vigne di Cataldi Madonna, Il Magilda di Barsento, il Campo di Mare Duca Guarini, il Montepulciano Cerasuolo Cerano di Pietrantonj, talvolta il Rogito di Cantine del Notaio, il Montepulciano Cerasuolo Villa Gemma del povero Gianni Masciarelli, che mi fanno letteralmente ?pazziare? con i loro proclamati eccessi. E poi che dire, se non che degustati alla cieca faticheresti a pensare che siano nati in Calabria, tanto sono eleganti nello stile, tecnicamente ineccepibili, freschi, vivaci (anche se bevuti dopo due o tre anni dalla vendemmia), dei bianchi, dal più impegnato e impegnativo Efeso base Mantonico, il cui 2007, del nitore cristallino e dal naso petroso, profumato di muschio e frutta esotica ha solo bisogno di almeno 7-8 mesi in bottiglia per emergere con la sua sorprendente personalità ai due Greco, Cirò bianco e Asylia bianco, dotati di una piacevolezza di beva, di una sapidità, di una facilità di accompagnare i cibi che lascia senza parole? ?Filosoficamente? m?interessa meno, con la sua composizione base Chardonnay e Sauvignon, ma come non negare che con le sue 350 mila bottiglie prodotte (che puntualmente si esauriscono e creano problemi di assegnazione all?azienda) il Val di Neto Critone, è una perfetta case history, un esempio di vino moderno, ma fatto con cuore e sensibilità, in terra meridionale? Come non dire sì, si stappi e si beva con piacere, evviva!, di fronte al suo giallo paglierino scintillante e multiriflesso, al naso svettante di gelsomino e agrumi e mandorla, al gusto ricco, vivo, sapido, di grande ampiezza, ad una magnifica acidità che tempera la materia succosa del frutto? Troppo generose e amicali le mie osservazioni? Niente affatto! Chiunque abbia occhi, naso e cuore ed intelligenza per capire e relazionare il tutto al particolare contesto potrebbe cogliere la particolarità ed il fascino innegabile della realtà Librandi, farsi coinvolgere ed emozionare, percorrendo con lo sguardo la tenuta Rosaneti (nelle prime tre foto), che visitai per la prima volta quando non era ancora stata piantata una sola vite e che oggi è un giardino vitato, toccando con mano quello che questa famiglia ed i suoi collaboratori (un team ricco di giovani motivati da un vero e proprio orgoglio aziendale) anno dopo anno realizzano. Ci saranno, com?è abitudine e gusto di casa Librandi, ulteriori sviluppi e addirittura sorprese (su cui mi è obbligo tacere, ma che mi paiono in prospettiva straordinarie e che mi hanno già dato in nuce testimonianza del loro significato) e nuovi prodotti verranno ad arricchire una gamma già articolata e vivace. Novità tutte attentamente meditate, studiate in ogni dettaglio, con tutto il tempo necessario a disposizione perché arrivino a giusta maturazione e al grado di espressione ottimale per renderle delle scommesse ben calcolate e vinte e non degli inutili azzardi. Il giusto tempo per tutto, in questo universo dominato dalla luce, in questo oceano di vigneti dove in fondo, all?orizzonte? riluce e ti richiama il mare?
La sangria è una bevanda alcolica a base di vino e frutta di origine spagnola e portoghese. Inoltre, va servita fredda. Per il resto, non esiste una ricetta unica. La sangria è un drink che viene fatto molto con l’ispirazione, mettendo un po’ di questo e un po’ di quello.
Una versione base (che quindi lascia ampio spazio all’improvvisazione) può essere quella che segue.
Ingredienti: - 1 bottiglia di vino rosso (di qualità, se volete una sangria all’altezza delle aspettative!) - 2 arance - 2 limoni - 2 pesche - 1 cucchiaino di zucchero - soda (o gassosa), circa 25 cl
Procedimento: spremete una arancia ed un limone e versate il succo in una grossa coppa o un’ampia caraffa. Tagliate invece a fettine sottili l’altra arancia e l’altro limone. Mettete anche queste fettine nella coppa. Tagliate le pesche a pezzetti e mettete anche questi nella coppa. Versate anche il vino e aggiungete lo zucchero. A questo punto, mescolate un po’ il tutto e mettete in frigo per diverse ore (la sangria deve essere fredda!). Prima di servire, aggiungete la soda e del ghiaccio.
Come detto, questa è una versione base (molto base) della sangria. Spesso nella sangria si trovano anche altri ingredienti, come chiodi di garofano, cannella, vaniglia, qualche superalcolico (gin, cointreau, rhum, brandy, vodka, etc…), altra frutta (mele, pere, etc.).
Inoltre, in alcune zone della Spagna esiste anche una versione fatta con vino bianco anziché rosso e prende il nome di sangria blanca.
Non esistendo una ricetta ufficiale, è chiaro che un ingrediente chiave diventa l’ispirazione del momento. L’unica cosa davvero importante da tenere a mente è che tutti gli ingredienti (a partire dal vino, ovviamente) devono essere di qualità. Con questo non dico che vada usato del Barolo, ovviamente. Però evitate vini da 1€ al litro, ecco
In particolare, vi consiglio un rosso abbastanza corposo: aglianico, cannonau, primitivo, etc.
L'effetto peeling (in italiano qualcosa di simile a "sbucciatura"), consiste nell'apporre sull'homepage del sito ospitante un particolare effetto che in assenza di azione da parte dell'utente si presenta in questo modo : In presenza di uno spostamento del mouse dell'utente sulla piccola "sbucciatura" della pagina, si apre invece una pubblicità sottostante con un effetto simile a quello che si ha quando si sfogliano le pagine di un libro. Questa immagine è ovviamente collegata alla pagina di destinazione dello spot. Ecco un esempio di quel che accade quando un utente posiziona il proprio mouse sul piccolo spazio in alto a destra dell'immagine precedente : Si tratta sicuramente di un effetto piacevole e discreto che non disturba l'utente in fase di navigazione come fanno per esempio le fastidiosissime e ormai desuete pop up, bloccate ormai da quasi qualsiasi browser. L'effetto peeling si fa notare solo nel momento in cui è l'utente ad incuriosirsi e a puntare il mouse sopra lo spazio pubblicitario in piccolo e non viceversa. Il peel advertising è uno strumento che VinoClic vende sui siti dei propri editori come sponsorizzazione fissa su base mensile. Per informazioni, clicca qui.
Riflessioni per un week-end estivo. Se per Aristide il sistema degli score del vino è morto, per il signore ritratto qui a fianco, Hugh Johnson (celebre scrittore di vino britannico), non è nemmeno mai nato: "La debolezza di questi sistemi...
I complimenti di Villa Petriolo ad Andrea Ciresola, autore del racconto "Luca 6-13".
Andrea Ciresola, nato a Verona nel 1961, vive la sua vita a Monteforte d'Alpone (VR) con la moglie Gabriella e i figli Alice e Alberto. Si occupa di restauro e conservazione delle opere d'arte dal 1982, anno in cui diventa artigiano. Da sempre coltiva la passione del comunicare, realizza infatti opere di arte visiva, teatro e scrittura. Ha messo in scena la commedia "Buono da morire", pubblicato il romanzo "Una fragola per capello" (Perosini editore) e il racconto "Vangog" (edizione ETS/Perosini editore). Nel 2007 ha vinto il premio letterario Villa Petriolo "I paesaggi del vino" ed è stato fra i vincitori del XXV Premio Firenze.
racconto
"LUCA 6-13"
di Andrea Ciresola
« Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli »
Si fa presto a dire Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Ultima cena, Vangelo, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen! Per quanto mi riguarda la storia dei Dodici Apostoli segnò tutta la mia vita e non per eventi di fede. Tutt?altro. La vicenda ebbe inizio molti anni fa, in un pomeriggio passato a Sotheby?s dove all?asta vennero battuti alcuni dipinti del Seicento italiano. Londra ama il Seicento italiano. Anch?io.
La Direzione di M.me Tussaud?s, il museo delle cere, si risentì di quella mia ennesima assenza, tuttavia lasciai il laboratorio di restauro di cui ero il responsabile, per uscire dal portone secondario e dileguarmi tra la gente a passeggio. L?asta più appassionante quel pomeriggio fu per un dipinto, scuola di Annibale Carracci, 76x85 olio su tela, dove vi era rappresentato un curioso labirinto di vigne, tralci e grappoli d?uva. L?immagine del vigneto, notturna e dominata dal candore della luna, riportava nel cielo nuvole aggrovigliate, ora in luce ora confuse con la notte. Forme riconoscibili di donne, abbracci, amori saffici. ?Centonovantamila uno, centonovantamila due, centonovantamila tre! Il labirinto, olio su tela di scuola italiana è aggiudicato al signore là in fondo, con i capelli bianchi per centonovantamila euro. Grazie!? Il signore là in fondo con i capelli bianchi rispondeva al nome di Giorgio Antelami e quando mi avvicinai per congratularmi con lui, la mia vita cambiò. Ad un primo sguardo, l?avevo definito, come tutti quelli che lo avevano conosciuto, un uomo d?altri tempi. La famiglia Antelami vantava un albero genealogico piantato in terra ben ottocentosedici anni prima da Antelamo Antelami e Isadora di Altavilla e da allora la stirpe aveva fatto storia con personaggi di eccellenza.. Nonostante lo stile antico Giorgio Antelami fu uomo invece che seppe coniugare tradizione e modernità attraverso l?uso moderato di genio e sregolatezza. In questo non si smentì nemmeno nella sua uscita da questo mondo. ?Collezionista d?arte?? chiesi quel pomeriggio a Sotheby?s. ?Produco vino! Italia.? rispose secco, ma in quel dare la mano e ritrarla, proferire parole e accenti, qualcosa, non so cosa , fra di noi accadde. Lo servii per ben ventidue anni. Il primo maggio di un anno qualsiasi l?uomo fu trovato riverso sulla scrivania preferita con a fianco un bicchiere di vino rosso decantato da una bottiglia del 2004. Una vendemmia memorabile che le Cantine Antelami avevano interpretato con un Chianti leggendario. Davanti alla bara in legno di ulivo, nella camera ardente c?era il foglio con le sue ultime volontà e la gente sfilò davanti alla salma e al testamento con uguale rispetto e commozione. Le onoranze funebri avevano lavorato in modo perfetto, utilizzando gli stessi abiti dell?ultimo giorno come previsto dal signor Giorgio. La salma sembrava una statua. Per arrivare alla villa, i mezzadri delle sue terre, quelli degli altri proprietari, le autorità, le amanti e le mogli, gli amici, insomma tutti avevano percorso a piedi un sentiero che scriveva le iniziali del suo nome sulle colline nei pressi di Firenze. G. A.
Anche oggi tutto mi riporta a quel pomeriggio londinese quando, in men che non si dica, mi convinse a trasferirmi a casa Antelami nel cuore dell?Italia per realizzare un vigneto con la forma di quel labirinto. Ci vollero un paio d?anni e non fu nemmeno difficile. Altra cosa, invece, fu realizzare il progetto che il Marchese aveva espresso nel testamento: bisognava, dopo la sua morte, convincere i dodici proprietari confinanti con le terre delle Cantine Antelami a percorrere il labirinto per scoprirne il segreto. Una volta usciti dal vigneto e carpito l?arcano avrebbero potuto acquisire quella parte di terre confinanti con la proprietà dell?Antelami. Se non ci fossero riusciti avrebbero dovuto affidarsi al destino che la sorte (e il viaggio nel labirinto?) avrebbe scelto per loro e il pegno di consegnare i vigneti alle Cantine Antelami. Il signor Giorgio Antelami nel testamento fece assumere ai dodici confinanti il nome degli apostoli e questi accettarono la sfida. Cosa nascondeva il labirinto? Di forma rettangolare, duecentodieci metri per duecentonovantasette, il labirinto di viti occupa tutt?ora il lato est del grande brolo della villa e arriva fino al giardino all?italiana, dove una tauromachia di roseti racconta storie di toreri e belle donne. Un?invenzione rinascimentale con varietà di rosa che inebriano i sensi fin dentro le stanze della villa e, ovviamente, nei meandri del labirinto. I filari di vigna sono disposti con misteriosa geometria e da un ingresso si accede, se si riesce a scoprire la strada, nel cuore del labirinto dove si trova una torre senza finestre, costruita in blocchi di marmo Carrara. Un solo ingresso; da una scala esterna si accede sul tetto della torre ad un terrazzino utile per individuare la via d?uscita. Un labirinto di Sangioveto, Canaiolo, Malvasia con qualche pianta di Trebbiano, disposta qua e là secondo le storiche indicazioni del Barone Bettino Ricasoli descritte in un documento della metà dell?Ottocento di proprietà del signor Giorgio. Piante disposte ad arte, discusse, scelte, amate. Pensate. Gli apostoli entrarono, uno alla volta, uno per anno nella stagione dell?uva matura, a metà settembre, andando incontro al loro destino, pieni di speranza. Sicuri della vittoria. Per nessuno di loro fu così. Dopo che Pietro fu entrato, alle 14 del nove settembre e dopo che tutto il mondo l?aveva visto in religioso silenzio prima sul terrazzo, poi nella torre e aveva atteso la sua uscita fino a notte tarda tanto da azzittire le cicale prima e grilli poi? dopo tutto questo, la gente se ne tornò a casa rinchiusa nei suoi pensieri, ma sicura che l?Apostolo Pietro non sarebbe più tornato. Gli stessi pensieri ebbero per Andrea, Matteo e Giacomo e poi per tutti gli altri. E quelli furono giorni di silenzio per le cicale e i grilli. Pur sapendo quale rischio potevo correre, ma con un inconfessabile segreto che mi ero portato nel cuore per ben dodici anni, il tredicesimo settembre di quell?incredibile serie, fu il mese del mio ingresso nella selva di Sangioveto e Canaiolo e Malvasia. Trebbiano qua e là. Piante di rose damascene, della rara varietà purpurea, modellavano i corpi dei toreri e la chioma di Lucia Bosè. Nell?arena spettatori in visibilio. Settembre. Entrai.
Cogliendo l'inaspettato e gradito invito dei cari amici Lizzy (Elisabetta Tosi di Vino Pigro) e Giampiero Nadali alias Aristide, ci siamo ritrovati,in una serata di fine maggio, alla Locanda '800 in quel di Moron, presso Negrar (Verona). AmicidiVini nel vero...
La Val di Vara, in provincia di La Spezia, oltre ad essere un territorio selvaggio e di grandissima bellezza paesaggistica e naturalistica, ha anche grandi potenzialità enologiche. Ne sono convinto, l?ho sempre sostenuto (qui) e anche cercato nel mio piccolo di dimostrarlo (qui). D?altro canto la Valle è sempre lì, e chiunque può andarci e rendersene conto. Si tratta di un ?terroir? privo di una storia enologica nota ai più, quindi da ?inventare? intelligentemente, con rispetto di quel poco (o tanto) di tradizioni che ancora paesi come ad esempio Montale possono vantare.
Banzai è una parola giapponese che significa "diecimila anni (di vita)", lunga vita, e Sandra è la mitica Untoccodizenzero che ormai oltre ad essere food-blogger sta...
"Message on the Bottle" ovvero una bottiglia di vino ed il design, mostra tenutasi come parte del Design Festival di Amburgo 2007. In totale ci sono stati 70 contributi per la mostra, da designer provenienti da 16 paesi diversi. "Message on the Bottle" si è svolto dal 5 al 20 del mese di ottobre 2007.
Per farsi un giro nella creatività in ...Bottiglia, o meglio sulla Bottiglia vedi qui ... http://www.ondesign.de/downloads/message-on-the-bottle.pdf.
O mondo incomprensibile: e' il mio mantra preferito, meglio potrei dire il mio tormentone, che ripeto spesso e volentieri. Nel farlo, evito di approfondire le cause: se sia io che non ci arrivo oppure e' l'universo che non si spiega. In questi ultimi giorni, per dire, ho avuto notevoli difficolta' a spiegare al cliente curioso cosa e' successo col Brunello, e col Decreto Zaia: e' tornato tutto a posto? Bacchetta magica? Oppure: non e' proprio, mai, successo niente? Onestamente, qualcosa mi sfugge; appare certo che tutto, ora, sia a posto - un po' come la spazzatura a Napoli, e' sparita dal Tg4; segno che il problema e' risolto. Forse.
E certo, non e' colpa di internet che ci rende piu' stupidi - per fortuna qualcuno spiega perche': "la tesi stupida che i sistemi internet ci rendano meno intelligenti è stata messa in giro con molto clamore. E' un segno di paura da parte di chi controlla l'informazione, in particolare i giornali tradizionali (non a caso la notizia è stata molto diffusa dai quotidiani) e le televisioni (che hanno dato all'argomento ampio spazio). In realtà, hanno paura che il pubblico li abbandoni (o, come si direbbe con un linguaggio in voga, li mandi dove avete ben compreso)" - E grazie al qualcun altro che segnala il pezzo.
Come forse avrete letto in giro (vi basti la copertina dell'ultimo Espresso) siamo probabilmente sull'orlo dell'abisso economico-finanziario; per chi, come me, opera (comunque) in quell'ambito commerciale riconducibile al termine "accoglienza" (che mi piace una cifra, sottolineo) e' grande la sopresa nel vedere che c'e' chi insiste a darsi da fare, nonostante chi ci governa sia intento ai casi propri, per cui e' normale che si vada a rotoli - ma questo non si puo' dire, perche' si chiamerebbe qualunquismo. Quindi, rinunciamo a capire perche' stiamo scrutando l'orlo del suddetto abisso.
Piuttosto, diamo un senso vagamente food a questo post, inserendo la rece (sta a significare recensione, tutto ti devo spiegare?) d'un ristorante visitato ierisera. La sorpresa, probabilmente, e' tanto piu' piacevole quando nel corso della giornata ti hanno tenuto compagnia i cupi pensieri su esposti; ti siedi a tavola e ti sorprendi di ogni minuzia positiva, alla fine probabilmente la enfatizzi, ma appunto se non t'aspetti niente di buono godi due volte. Andiamo con ordine.
Il ristorante sta in una stradina interna al quartiere di Pegli, Genova, non distante dalla mia magione; una strada senza pretese in un quartiere ex-glorioso, l'unico nel ponente della mia citta' ad esibire un lungomare e qualche vestigia d'un passato turistico; la porta, rossa, e' una nota cromatica cospicua, che fa molto bistro' - con stile vezzoso e buona misura, che, vedro' poi, e' la cifra complessiva degli arredi e degli interni. D'accordo, entrando, tra gli arredi aggraziati, la barrique con le bottiglie e varie leziosita' compare la solita Berkel; sull'eccesso di Berkel ad uso arredo molti altri si sono gia' dilungati, quindi eviterei d'infierire; resta sempre il dubbio: sopravvive qualcuno che usi una Berkel per affettare la mortadella? Comunque, esploro brevemente gli interni pieni di belle cose buttate qua e la', ed arrivo ad una stanzetta adibita a sala per bimbi: incredibile, in una citta' a crescita zero un ristoratore che pensa ai bambini; l'ho ancora detto che il mondo e' incomprensibile? La parte piu' bella, pero', e' il piccolo giardino all'aperto, dove mangeremo, su sedie in ferro battuto non comodissime ma stilose e coerenti; grandi ombrelloni coprono i pochi tavoli, ravvicinati (ma questa e' Genova, mica la Pianura padana) e, finalmente, ti godi una location, incredibile a dirsi, fighetta ma non banale. Sono seduto al limite dello spiazzo aperto, lungo il quale corre un antico muro che, immagino, divideva le proprieta' con i giardini di questi vecchi palazzi patrizi, anticamente ville fuori citta' ad uso dei borghesi che "uscivano" da Genova per andare al mare; oggi questi quartieri sono annegati nella citta'; ma questo muro, coperto dai rampicanti, sbrecciato e cadente, e' puramente retro' senza infingimenti, e' antico e basta, non mente, non e' evocazione posticcia di antichita': e' antico di suo. Osservare da vicino qualcosa/qualcuno che non mi racconta storie, da solo, e' gia' appagante. E ancora: personale simpatico e cordiale. Da queste parti, scusate, e' praticamente un optional che volentieri pagheresti. Cosa si mangia? Diciamo subito: niente voli pindarici, cucina riconoscibile, facile, forse un po' riluttante, ma che ci volete fare, io sono il genere di gurmè che, quando gli presentano "paccheri con pomodorini e pancetta" fatti bene e golosi, non si lamenta. Gia' gli antipasti si annunciano godibili, con i muscoli (cozze) perfetti, con mozzarella piaciona, con peperoni in agrodolce - ecco, questi davvero - memorabili per dolcezza. E ottimo pane. Da queste poche cose si capisce che le evocazioni iberiche sono, ovviamente, ignote. E va bene cosi'; i piatti sono, ci crederesti? rotondi e bianchi. In generale le preparazioni hanno spunti da meridione d'Italia (non ho indagato piu' di tanto) e le esecuzioni sono, come dicevo, improntate sulla facilita', sono confortanti e confortevoli. Il menu e' scritto a mano su un foglio di carta-paglia (la stessa che ti fa da tovaglietta) e la carta dei vini, eh, quella non c'e'. Io chiedo un bianco ligure, la signorina mi propone un Vermentino (quale, ovvio, non si sa). Questa e' la classica premessa per una brutta sorpresa, e invece ti servono un clamoroso Vermentino Riviera Ponente 2007 di Ruffino, azienda assolutamente sugli scudi, che conosco ed apprezzo: applauso. Salto il secondo, passo al dolce, una pastiera ricottosa quanto basta, di ottima esecuzione. Antipasto, primo, dolce, vino serissimo e acqua: sui trenta euri a personcina. Coordinate:
Ristorante Antica Via Venti Specialita' genovesi e napoletane Via Martiri della Liberta' 63R - Genova Pegli Tel. 010 664665
Esci col piacere d'aver trovato un esercente che onora la categoria, e quasi rinfrancato nel vedere un ristorante aperto da poco, ma al gran completo, segno di buon successo, a dispetto delle crisi e dei tracolli.
Ci sono sempre più segnali che l'edificio della critica del vino stia pericolosamente riempiendosi di crepe. Per diversi motivi, guide dei vini, magazine specializzati e, soprattutto, i giornalisti e scrittori che si dedicano a questa attività, sono sempre più spesso...
Dove si va in vacanza? Spesso gli italiani scelgono la formula dell’agriturismo: benessere e relax all’insegna delle cose naturali. E proprio scegliendo la natura e l’ecologia che l’agriturismo Agrilandia, a Castiglioncello in provincia di Livorno, ha acquistato un impianto sfruttando l’energia solare. L’azienda Sogi Srl ha installato i moduli fotovoltaici distribuiti da Enerpoint SpA in una struttura vicina all’agriturismo che è stata adibita a stalla per i cavalli.
L’agriturismo, tramite questo impianto, riuscirà a coprire parzialmente il suo fabbisogno di energia elettrica, ma soprattutto aiuterà a non inquinare ulteriormente l’ambiente con anidride carbonica e a ridurre l’effetto serra. Il risparmio energetico è sicuramente un fattore importante e i gestori di questo agriturismo hanno investito in nome dell’ambiente e di chi ne usufruisce.
I costi per una struttura a moduli fotovoltaici di questo tipo, si sa non sono pochi, ma questo impianto riuscirà ad essere ripagato entro 9 anni.
Vacanze nel pieno rispetto dell’ambiente, quindi, consapevoli che non è importante solo la qualità dei cibi che portiamo in tavola, ma anche quella della terra dove viviamo e dove le materie prime come frutta e verdura vengono coltivate.