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Mondo Di Vino
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[10/24/2008, 02:13] Il tempo delle Guide ...
Ove si vendemmian Grappoli (meglio se 5!) , Bicchieri (meglio se 3), Bottiglie (meglio se 5), Corone e Superstelle. Quel che penso delle Guide del Vino, che stanno riempiendo gli scaffali delle librerie e le varie "Location" del vino (Aziende,...
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[10/21/2008, 20:10] Falafel, kefteji e kebab con Stanislao Porzio: la passione di Oasis

L’ho scritto adesso, vuoi per il lavoro pressante di oggi al giornale vuoi per dare a Stanislao Porzio la possibilità di parlarne per primo: all’Oasis di via Castaldi si mangia una delle migliori cucine mediterranee di Milano.
C’ero passato di fronte innumerevoli volte, perché la strada è vicinissima a Libero. Era stato Mr. Oz a parlarmene per primo, in una vecchia discussione sul kebab più gustoso. Allora, l’ho provato un paio di volte, toccando con mano la passione del proprietario, un tunisino di mezza età sposato con una donna di origini pugliesi. Oggi però la circostanza era particolare: dovevo incontrare Stanislao Porzio, che ha un blog molto bello, dedicato ai cibi di strada, che meriterebbe di finire in ogni blogroll gastronomico. Stanislao mi ha fatto avere una copia del suo libro, un viaggio amoroso nel mangiar rapido del centro e nord Italia, di cui vi parlerò al più presto.
Ho scelto di portarlo all’Oasis, mi interessava molto il suo giudizio. E, come potete intuire dalle sue parole, è stato molto positivo. La sua descrizione è veritiera, genuina, sentita. Io però aggiungo la mia. Da Oasis si mangia alla marocchina, alla berbera, alla libanese, alla mediorientale. Ci sono alcuni sgabelli e mensole per pranzare in loco, oppure si porta tutto via. Nel banco, cibarie di ogni genere, come pollo alla curcuma, cuscus di carne (provato in altra occasione, ottimo), riso in vari modi. Dietro, lo spiedone col kebab. Un kebab diverso dagli altri, effettivamente eccezionale, il migliore finora provato assieme a quello del Joy Grill di via Noè (a breve racconto) e della macelleria islamica di via Imbonati. Il rotolone di carne è approntato artigianalmente, non è surgelato. Ed è di solo vitello di razza piemontese, come tiene a comunicare il proprietario a chiunque si dimostri particolarmente appassionato (e qui sono molti). Io e Stanislao abbiamo preso due kebab completi, io con cipolla lui senza. Abbiamo apprezzato l’equilibrio assoluto, senza eccessi grassi e bruciaticci, né strani sapori di una carne davvero buona. Buona anche l’insalata e la verdura con cui è stata farcita la pita.
Ma non è finita. Godereccio fino in fondo, Stanislao mi spinge a prendere il piatto che vedete in foto. Sono polpette falafel (un classico bistrattato dalle pessime kebbaberie, qua morbido e benissimo curato, perfetto con la salsa di ceci) e kefteji, un’insalata fredda tipicamente tunisina di peperoncino verde lungo, uova, zucca, pomodori e altro. E’ piccante, molto saporita ma fresca. A corredo, patate fritte non richieste, aggiunte dalla moglie del proprietario per “riempire” il piatto.
Che dire? Siamo stati bene. Decisamente consigliato, nel mare magnum della ristorazione etnica d’asporto della Madonnina.

Rosticceria gastronomia Oasis
Via Panfilo Castaldi, 39
Milano
Tel. 022046442

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[10/17/2008, 15:05] La mortadella tipo Bologna? E? anche di struzzo

Pensavate che l’Ocadella, la mortadella d’oca di Jolanda de Colò, fosse la massima estrosità in campo di “Bologna”? Dovrete ricredervi. Dalle mani di un’altra donna, la simpatica Alessandra Lupo, viene questa novità: la mortadella di struzzo. L’ho comprata un mesetto fa al farmer market di via Ripamonti a Milano, e l’ho assaggiata all’epoca. Oggi ve la racconto.
Alessandra Lupo è partita nel 2000 con in testa l’idea di allevar struzzi. L’Azienda Agricola Il Cascinetto partì da 9 capi nella campagna cremonese. Oggi sono circa 150, tutti trasformati in pregevoli prodotti di norcineria e di carne, acquistabili nel punto vendita aziendale.
A dire il vero, qualche loro salume lo conoscevo già. La mortadella, invece, m’era del tutto nuova. Il magro è quasi tutto di carne degli struzzi aziendali. Il resto, lardelli compresi, è maiale. Il profumo è quello inequivocabile delle ben note mortadelle, mentre in bocca s’apprezza una nota di “selvatico”, e la magrezza del tutto. Fate una prova.
Il resto della produzione? Salsicce, salame crudo (anche nella versione insaccata in budello gentile), uova di struzzo (non le ho mai comprate) ed altro.

Azienda Agricola Il Cascinetto
Via Ca’ del Facco, 4
Salvirola (Cremona)
Tel. 0373 729156
Cell. 328 6481686

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[10/16/2008, 20:09] Fatelo anche a casa vostra: la ricetta del risotto di Bartolini

Su richiesta di eMMe, pubblico la ricetta del risotto al gelato di rape rosse e crema di Gorgonzola, che ieri Bartolini mi ha fornito.

Mi sono accorto solo trascrivendo tutto quanto che la modalità di preparazione del gelato di rape non è stata spiegata. Visto che la fatica di arrivare scrivendo fino a qui l’ho fatta, ve lo tenete così com’è.
Purtroppo le indicazioni quantitative di alcune ingredienti sono approssimative.

INGREDIENTI PER QUATTRO PERSONE
300 gr di riso Carnaroli
mezza cipolla di Breme (una cipolla rossa della Lomellina, sostituibile con altri tipi di cipolle rosse, a patto che siano molto ma molto dolci)
20 gr di burro
800 gr di brodo (ottenuto da mezzo pollo, carota, sedano, cipolla, zucchina, finocchio, basilico)
50 gr di Parmigiano Reggiano
Gorgonzola dolce
Sale
Succo di limone
Rape rosse
Glucosio
Acqua

PREPARAZIONE
Tostare il riso con pochissima crema di cipolla (ottenuta stufando adagio i bulbi tagliati a julienne senza aggiunte di grassi, per poi frullare e passare al setaccio). Bagnatelo col brodo (ottenuto rosolando il pollo, bagnandolo con vino e affogandolo con il ghiaccio - non so cosa voglia dire, Bartolini ha scritto più o meno così -. Quando è fuso, si aggiungono le verdure e si lascia consumare per mezz’ora).
Bagnare il riso con vino bianco, salare, aggiungere brodo fino a cottura ultimata. Togliere dal fuoco, mescolare lasciandolo all’onda, aggiungere burro, parmigiano e poco succo di limone.
Poi si aggiunge il gelato di rape rosse, aggiustando di gusto.
Si stende nel piatto e si schizza con la salsa al Gorgonzola, ottenuta dalla fusione a bagnomaria della panna fresca e del Gorgonzola dolce.

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[10/16/2008, 18:24] Gianluigi Balestra: vita enoica ed eroica in Franciacorta
Soavemente e gli AmiciDiVini, rispondendo all'invito di Umberto Stefani ch'è caro amico e profondo conoscitore delle Terre di Franciacorta, hanno fatto visita, sabato scorso, all' Azienda di Gianluigi Balestra a Monticelli Brusati. Esperienza indimenticabile raggiungere l 'Azienda "Il Pendio", che...
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[10/15/2008, 18:54] Mangiare il risotto di Enrico Bartolini nei piatti del Savini

E non è un’illusione ottica. Ieri a pranzo Enrico Bartolini ha cucinato al Savini, per una stretta platea di giornalisti, il suo famoso risotto mantecato al gelato di rape rosse e salsa di Gorgonzola. Si presentava il Festival dell’Alimentazione, legato all’Expo 2015. L’organizzazione ha chiamato tre chef a imbandire una “cena low cost” di alta cucina: grandi piatti, materie prime povere. Bartolini ha partecipato con il suo proverbiale risotto, già assai noto a chi frequenta questo blog.
Gli altri “intervenuti”?
Anzitutto, il “padrone di casa” Cristian Magri.

Prima, il preantipasto, i classici stuzzichini da aperitivo che al Savini si gustano sempre volentieri: patate viola, rivisitazione dello gnocco fritto, croccante di Parmigiano…
Poi, un miniassaggio della cassoeula, che stupidamente non ho immortalato.
Dopo Magri, ecco irrompere Matteo Pisciotta, anima dell’amena Osteria del Sass, di Besozzo (Varese).

Il piatto è il baccalà revolution: una variazione sul baccalà, unico pesce di mare consumato nella provincia lombarda prima della seconda guerra mondiale. La più sorprendente? Quella con l’arcaica, meravigliosa zucca-spaghetto.
Dopo questo sostanzioso antipasto, è arrivato il risotto di Bartolini.
Poi, per il piatto forte, la palla è ritornata a Magri.

Manzo all’olio con verdure autunnali e mirtilli. Il classico bresciano completamente rivisto ma assai gustoso, rimarchevole per la tenerezza burrosa della carne e per la dolcezza equilibrata della salsa.
Finito qui? Non proprio. Magri ha tirato fuori un pre-dessert di tirmaisù caldo-freddo, poi è arrivato il vero dolce.

Per questo piatto, come per il precedente, non ho potuto usare la macchina fotografica “vera” come avrei voluto, accontentandomi del cellulare e del ritocco di Picasa. Però si trattava comunque d’un gran bel dolce. Era il piatto meno “low cost” del novero, comprendendo pure le mandorle d’Avola. Un dessert espansivo e amichevole, materno e femminile.
Potrei anche parlare dei vini, ma qui ho preferito parlare dei piatti. Anzi: far parlare i piatti.
In Lombardia abbiamo davvero dei giovani chef che fanno ben sperare per il futuro.

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[10/14/2008, 16:26] La pasta alle sarde dei Capricci Siciliani

Arieccomi, dopo un momento di lontananza totale dal blog e da molto altro. Abbiate fede, non sono morto.
E domenica sera, per una circostanza che non starò a citare, ho pure mangiato con piacere in un ristorante di Roma: Capricci Siciliani, centralissimo. E siculo, come si può intuire.
Avevo trovato questo locale perché segnalato sulla Roma del Gambero Rosso come vicino alla casa dove mi appoggio quando scendo nella Capitale (cioè: non è che sulla guida i ristoranti sono citati in base alla lontananza dalla casa di Tommaso Farina: ho guardato in zona Navona…). Invogliato dalla chiusura domenicale serale del San Lorenzo, dove avrei voluto recarmi, ho scelto questo posticino come “ripiego”. Si è rivelato molto di più: un posto consigliabilissimo per l’onestà della cucina, la gentilezza del servizio, il prezzo non da salasso.
E l’ambiente. Sul sito web, potrebbe non dirvi molto. Invece, varcata la porta sarete in una sala calda, illuminata in modo un po’ peculiare ma avvincente. Più carine ancora sono le salettine in fondo, che ho sbirciato per puro caso.
Venendo alle cose più “serie”: si mangia bene. Pesce, pesce in tanti modi, in onore della Trinacria. Un tavolo vicino, presidiato da gastronomi avveduti, aveva deciso di godersi una monumentale pezzogna al sale. Noi due abbiamo fatto (rara avis, con questa dieta) un bel pranzetto completo, pescando da un menù esteticamente bellissimo.

Mentre chi mi accompagnava ha optato per una discreta insalata di gamberi (di buona qualità) e arance, io ho fatto un tentativo con un antipasto alla siciliana di ispirazione terragna. La qualità della foto (quella sopra) è quella che è, penalizzata sia dal buio che dalla fotocamera del mio Nokia E71. Un antipasto anch’esso non malvagio: salame tipo Sant’Angelo; ricotta infornata; caciocavallo; sapido pecorino stagionato; sottoli vari (non eccelsi, ma neppure biasimevoli); buone melanzane gratinate di fine stagione. Tanto per provare, abbiamo ordinato un terzo antipasto da gustare in due.

Un pani caliatu, un pane biscottato tipico delle Eolie, servito con tonno, insalata, olive e pomodorini. Sullo sfondo, una bottiglia di buon olio extravergine marchigiano (non chiedetemi perchè).
Poi, il primo piatto.

La pasta con le sarde. Piatto “interpretativo” come pochi, questo monumento gastronomico siculo conosce varianti da paese a paese, da casa a casa. Può essere più sapido, più morbido, più dominato dal finocchietto. Questa dei Capricci è pregevole, equilibrata, suadente. Il formato scelto? Giustamente i bucatini. In cima, due sarde intere croccanti. Chi mi accompagnava ha optato per buone linguine con scampi, cozze, calamari. C’erano comunque altri piatti di ispirazione eoliana e messinese, che mi riprometto di assaggiare.
Poi, il secondo.

Qui obbedisco al diktat, e prendo il fritto misto. La foto è “disordinata” perché l’ho scattata dopo aper piluccato qualcosa. A destra, i gamberi carnosi, tenuti leggeri, giustamente con la testa al loro posto. Al centro, buoni calamari di carne corposa, anch’essi non troppo infarinati. A sinistra, i franceschini, minuscoli calamaretti spillo che vanno come le ciliegie: uno tira l’altro.
Alla fine, un sacrosanto assaggio di cannolo in due (l’occasione era speciale).
Da bere, un Kuddia del Gallo 2006 di Abraxas, all’equo prezzo di 15 euro. La cantina è di spessore, della Sicilia c’è quasi tutto, compresi rari spumanti. Non mancano comunque Champagne e altro.
Sul menù appare un balzello per il “pane” (1 euro, peraltro non male) e una percentuale di servizio del 10%, che peraltro non ci è stata messa in conto. Alla fine, si spendono 45-50 euro a persona, sempre che non ci si orienti su pesci di mare di gran pezzatura.
Morale della favola: un posticino ragionevolmente consigliabile, gradevole, gustoso.

Capricci Siciliani
Via di Panico, 83
Roma
Tel. 06.45433823
Chiuso lunedì

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[10/13/2008, 11:47] Verso il Foscarino...Vendemmia
E' nel periodo di vendemmia, in giornate autunnali piene di luce ancora calda, che metto più a fuoco tutte le ragioni della mia passione per questa terra. Son salita verso il Foscarino, colle ventoso che guarda la pianura (in giornate...
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[10/12/2008, 17:09] Master MASV 2008
A
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[10/09/2008, 17:48] Autunno... Cantar Bacco
Incede l'autunno, stanno per terminare le fatiche della vendemmia... A Soave si potrà festeggiare tutto ciò ascoltando alcuni "Canti di Bacco" in tre sedi: Venerdì 17 ottobre presso il Duomo di San Lorenzo alle 20.45 Sabato 18 ottobre presso l'Auditoriun...
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[10/09/2008, 17:17] Chocolando... Chocoday... e solidarietà
Da venerdì 10 a domenica 12 ottobre ritorna a Soave Chocolando in Tour, Festa del Cioccolato Artigianale, quest'anno arricchita da concerti di musica jazz e blues, degustazioni e abbinamenti tra vino e cioccolato. Apertura degli stands dalle ore 12.00 alle...
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[10/01/2008, 14:33] La crisi incalza, ma resta la voglia di bollicine. Aumentano le importazioni di Champagne

Dovremo tirare la cinghia, ma allo Champagne difficilmente sappiamo rinunciare. Bello no? Ogni anno vogliamo sempre più scoppiettanti bottiglie del re degli spumanti.
Ne parlo da Gabriele Mastellarini, dove riporto un articolo che è stato pubblicato da Libero venerdì scorso, con richiamo in prima pagina.
Leggete e commentate, è tutto qui.

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[09/30/2008, 14:07] Jersey, la mucca dal latte d?oro dà formaggi-gioiello

Non sono scomparso. Sono sempre qui, ma molto occupato. Ciò non mi impedirà, stavolta, di parlare di un’altra scoperta del farmer market di via Ripamonti. Si tratta dell’Azienda Agricola fratelli Brambilla di Merlino (Lodi). Un’azienda dedita all’allevamento di vacche da latte con criteri biologici.
Metà dei 1500 capi aziendali sono le classiche frisone bianche e nere. Il loro latte viene conferito a un noto gruppo nazionale, per essere venduto fresco e col marchio del biologico. La parte più interessante della stalla è però la seconda metà: quella costituita dalle mucche di razza Jersey. Una razza che si sta giustamente diffondendo anche da noi, dopo che tutto il mondo ha imparato ad apprezzarne le qualità. Le mucche Jersey (le vedete in foto) provengono dall’isoletta omonima, nel canale della Manica. Si è mantenuta pura nei secoli perché nel ‘700 una legge locale proibì l’importazione di bestiame vivo, e lo stesso accadde nella vicina isola di Guernsey, dove si sviluppò una razza assai simile. I pregi delle Jersey? Un latte ricco di concentrazione e di qualità salienti. Certo, non produce come certe mostruose frisone della pianura padana, ma dalle mammelle esce un prodotto di molto maggior spessore.
Agraria.org si diffonde sul latte della Jersey, assicurando che sarebbe poco adatto alla caseificazione, e che sarebbe semmai buono per produrre ottimo burro. Con questa seconda considerazione è difficile essere in disaccordo (un latte grasso come questo per il burro è una manna), mentre la realtà dei fatti smentisce almeno in parte la prima: ormai l’allevamento delle Jersey in Italia è una realtà, e varie aziende sfornano formaggi di tutto rispetto.
Ultima scoperta, appunto, la realtà agricola dei Brambilla. Oltre a conferire il latte delle frisone, col latte delle Jersey caseificano in proprio una piccola linea di bontà col marchio La fontana di Comazzo. Al farmer market avevano predisposto un’offerta lancio: 4 formaggi con 10 euro. Magari domani ci saranno ancora. In ogni caso, è possibile fare acquisti anche in azienda.
E il buongustaio che troverà? Anzitutto, il FrescoBio (ogni formaggio nel suo nome ha la parola Bio): una sorta di crescenza compatta e gustosissima, pur nella sua freschezza. Altro che le crescenze industriali dal sapore indefinibile e solo acidulo, senza simpatia né espansione. Provatelo e fate il confronto. Altra bontà è il FioritoBio: uno stracchino a crosta fiorita molto dinamico e coinvolgente. Si sale di grado (e di stagionatura) col CacioBio, una caciottina a pasta fondente e piuttosto morbida, in cui il calore del latte della Jersey si evidenzia bene. Il vertice della gamma e del gusto se lo aggiudica invece il GranBio. E’ un cacio a pasta cotta semidura che davvero incanta. Volendo semplificare in modo brutale, potrebbe quasi essere una via di mezzo tra un Branzi e un Emmentaler elvetico (ma un Emmentaler serio, di quelli stagionati in grotta per decine di mesi, non certi blocchi di colla freschissima che si trovano da noi). La pasta è senza buchi, e per colore dorato e consistenza compatta ricorda un altro cacio svizzero, il Gruyère. Il sapore è dolce, ma non di quella dolcezza snervata tipica dei formaggi senza gusto. Il GranBio si espande in orizzontale, regalando alla fine sensazioni di burro e nocciole, miste a una generale contenuta sapidità. Un bel formaggio.

Azienda Agricola fratelli Brambilla - La Fontana di Comazzo
Loc. Marzano
Via IV Novembre, 1
Merlino (Lodi)
Tel. 02 90659949

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[09/29/2008, 22:57] A volte ritornano... i falsari del vino
E così si fa ancora danno all'immagine e alla sostanza della qualità del buon vino italiano. In questo caso si colpisce il nostro veronesissimo Amarone che, da questa estate, a tutela della qualità porta sulle bottiglie la fascetta numerata. Evidentemente...
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[09/25/2008, 13:55] Il Grana di capra e l?erborinato della campagna milanese

Non solo verdure a prezzo fisso al farmer market. C’erano anche alcuni bravi produttori di formaggi e salumi della cintura milanese, ma anche del resto della Lombardia. Le loro produzioni si sono rivelate assolutamente degne di nota.
Per esempio, sapete che a Gorgonzola (Milano) c’è un’azienda che alleva le capre camosciate alpine, quelle pelosissime e simpatiche? Le capre fanno il latte, e da questo latte (e da quello di qualche mucca, per le specialità “miste”) l’Azienda Agricola Colombo ci ricava formaggi sorprendenti nel senso autentico del termine: vere sorprese.
La foto qui sopra rappresenta parte della bancarella allestita al mercatino di via Ripamonti. Vi dico subito che il cacio che mi ha più appassionato è quello grosso che vedete in seconda fila (dall’alto), con la grande fetta tagliata a metà. Lo chiamano, in modo ufficioso e famigliare, Grana di capra. E’ un formaggio a pasta semidura, compatta, color bianco paglierino, di formato piuttosto grande, di puro latte caprino. E al gusto? Rappresenta una tipologia casearia che amo da sempre: quella, tanto per fare qualche nome, del Gran Selva della Fattoria Selva di Bosisio Parini (Lecco), ossia un formaggio caldo, cordiale, dolce, lungo di persistenza, placido. Nonostante il nome, non ha grandi similarità con i Grana nel senso stretto del termine, senza contare che “rende” molto più a tavola che non a grattugia. Voi non fatevi problemi: assaggiatelo.
In foto si vede anche altro. La produzione è ricca, variegata. Ci sono i caprini classici, sia freschi che lievemente muffettati (li vedete in basso a destra); il primo sale, che non è la solità banalità; svariate tome, formaggelle e caciotte più o meno morbide.
E c’è l’erborinato di capra. Vien da sorridere, se si pensa che nella città che ha dato nome al Gorgonzola ci sia un produttore che fa un formaggio molto simile usando solo il latte caprino. Ma il sorriso si muterà in sorpresa all’assaggio, ancora una volta. Avete presente come sono di solito gli erborinati caprini? Decisamente piccanti, molto sapidi quando non ostensibilmente salati. Questo è molto diverso. I Colombo hanno optato per una caseificazione morbida, anziché a pasta granulosa e friabile. La consistenza è quella di un Gorgonzola piccante piuttosto cremoso, tanto per rendere l’idea. L’odore, tanto per togliere ogni alibi ai nasini delicati che purtroppo amano rompere le scatole, è molto contenuto, poco penetrante, equilibrato. Il sapore è da erborinato dolce e armonico, senza eccessi salini, ma anzi con la tendenza amarognola del latte caprino piacevolmente in rilievo. Non avete scuse. E’ un erborinato a prova di schizzinoso “raffinato”. Fateci un bel pensiero. Dovreste trovarli ogni tanto (non sempre) al farmer market di via Ripamonti, ma anche in azienda.

Azienda Agricola Colombo
Cascina Vergani
Gorgonzola (Milano)
Tel. 029515663
Cell. 3338088218

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[09/24/2008, 14:00] Secondo farmer market, questa volta (si spera) senza polemiche pretestuose e teleguidate

Rieccomi qua, di nuovo, dopo qualche problemino felicemente risolto.
Sono tornato la farmer market milanese, su istigazione del mio capocronista, per vedere come fosse la situazione dopo le polemiche della settimana scorsa.
Posso dire, sinceramente, che stavolta sarà più difficile il lavoro dei detrattori preconcetti, quantomeno sulla questione prezzi. All’entrata del mercatino, Coldiretti ha messo la tabellona con tutti i listini. Spiccavano, sulla destra, quelli delle verdure a prezzo calmierato. Lattughe, melanzane tonde, verze, zucche e altro a 1 euro al chilo. E stavolta i consumatori non si sono lamentati. Io ne ho sentiti parecchi, e non mancavano quelli che facevano ancora i paragoni con la gdo. Stavolta, però, al ribasso. E le verdure non erano affatto male, tranne qualche eccezione (poche zucche). E il produttore era contento.
In aggiunta, ho fatto un bel giro tra interessanti produttori di formaggi di cui vi racconterò.

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[09/23/2008, 18:55] Fake Amarone (?) della Valpolicella


Tempo di vendemmie.
Anche per gli amici dell'ICQ e del Corpo Forestale dello Stato.

Il guaio è che i "raccolti" che fanno non ci piacciono (e non piacciono nemmeno a loro).

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[09/22/2008, 12:27] Un sommelier di ...Charme

"Charme Sommelier" è un prestigioso appuntamento AIS dedicato agli aspetti più glamour del mondo del vino e giunto quest'anno alla sua seconda edizione.

I sommelier più fascinosi dell'anno sono Elisa Dilavanzo e Jgor Marini, appartenenti rispettivamente alla delegazione di Rovigo e di Verona.
Sono stati scelti fra i 20 Sommelier finalisti - selezionati alle serate di Roma, Milano e Palermo - che ieri sera si sono sfidati al Relais Duca di Dolle di Bisol, nel cuore delle colline del Prosecco.

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[09/22/2008, 08:45] Cork or not cork? Alla ricerca del tappo perfetto

Veniamo subito al punto: il tappo ideale non esiste.

Chi infatti pensava di ovviare ai problemi di cork taste - variamente originati: dal sughero in se', ma anche dal modo in cui la cantina conserva le sue scorte di tappi, dalla loro permanenza nella tramoggia, ecc. - adottando altre chiusure per tutta la sua produzione, s'è dovuto ricredere.

Anche i tappi alternativi hanno i loro problemini.

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[09/20/2008, 17:13] Giornata nazionale SLA
A
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[09/19/2008, 16:07] Nomination per la Valpolicella, Italy

La Valpolicella ci riprova.

Per il secondo anno consecutivo, viene proposta nella cinquina finalista dei "territori del vino" aspiranti al prestigioso "Wine Ethusiast Wine Star Awards", insieme a Mendoza (Argentina), Paarl (South Africa), Santa Barbara County (California) e Willamette Valley (Oregon).

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[09/19/2008, 14:19] Tommaso Farina si sdoppia: arriva il blog su Libero


Signore e signori, a me gli occhi. Da ieri il sito web di Libero, il mio giornale, ospita pure il mio blog personale “istituzionale”. Il mio blog arriva quindi ad affiancare quello di Luciano Moggi, Gianluigi Paragone, Luigi Santambrogio, Fausto Carioti, Albina Perri e di tutti gli altri amici colleghi della redazione di viale Majno. Naturalmente i contenuti saranno indipendenti da quelli di questo sito.
Ah: lo trovate qui.

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[09/19/2008, 06:19] Grapefruit, Eggplant & Montepulciano
From the Archives ~ June 9, 2006

Something that?s been bugging me off and on is words to describe things that are taken from another word which has another context. About once a week I get someone in a sales group or wine shop asking me about the different Montepulciano wines, that "noble" one from Tuscany and the ?other? one from some region to the east of Tuscany.

It is part of the distinct charm of the Italian state of mind to give unlike wine similar names. Or anything for that matter. Anyone who has driven in Italy and tried to find a town starting with the name of Colle, Castello, Rocca or Monte will recognize the dilemma. But, after all, it?s Italy and people have been finding their way around, eventually, to the town or the Café or the vineyard. Or not. And then it?s merely a matter of ?recognizing? that wherever they have landed, either be it for lunch or a wine tasting or a day in the country, is just ?perfetto? . One of my dear friends would say ?ottimo?, most favorable. It?s that Italian sense of latitude relative to their compact with happiness.

What did he say? When in Rome?..

So, what?s with the fruits and vegetables? Those who speak English (and Italian) know the difference between grapefruit (pompelmo) and grape (uva). Also the English speaking (and Italians) know the difference between eggplant (melanzana) and egg (uovo). The Italians use different words than the English so there is no confusion. All clear?

But this Montepulciano business is really something that keeps coming up. The folks in Abruzzo say the Tuscans should rename their Vino Nobile and some of the Tuscans tell the folks in Abruzzo, ?Hey, we were here first! Get your own name!?

Mary Ewing-Mulligan, Ed McCarthy, the authors of Italian Wine For Dummies, say it best in their book, and I quote, ?The confusion is understandable, but these two wines are definitely different wines made from different grape varieties. Vino Nobile is a dry red wine made primarily from the Prugnolo Gentile variety (a type of Sangiovese) around the town of Montepulciano in southeastern Tuscany. Montepulciano d'Abruzzo is also a dry red wine, but made mainly from the Montepulciano variety, which grows in the region of Abruzzo on the Adriatic coast, southeast of Tuscany. The Montepulciano variety is believed to be native to the Abruzzo region, and it has no connection to Sangiovese or to the town of Montepulciano in Tuscany.? That?s as simple and clear an explanation as it gets! Now go and get the book, because there are other nuggets in it.

In trips to Italy I have been really fortunate to spend time in the Abruzzo region and make friends with winemakers there.

There are great memories around the open hearth with vine branches roasting fresh lamb and pork from the macelleria with bottles of Montepulciano d?Abruzzo.


Oh, and the people too. One great wine pioneer, Dino Illuminati and his family, stands out in my heart . It was in the town of Controguerra that Abruzzo made Montepulciano theirs. That?s Dino?s town and he?s their Antinori or Mondavi. And he can eat for all three of them. Great guy. Bigger than life. Historical. The stuff great novels are made of.










Now do we have it all sorted out? Vino Nobile di Montepulciano and Montepulciano d?Abruzzo? Eggs and eggplant? Grapes and grapefruit?

What about this just to mess you up? How do the Italians deal with telling the difference with words like uva (grape) and egg (uovo) when they are growing up? Or what about that Calabrian peasant recipe that has a casserole of eggplant with eggs? You get the picture? Confused again? Good.

And that calls for a glass of wine.What shall it be? Maybe something... Montepulciano? Maybe from a Castello? Or a Poggio? Or a Monte? There is a Monti Montepulciano d' Abruzzo. But dont confuse it with the Montori Montepulciano d' Abruzzo, who also happens to be Dino Illuminati's good friend. But we're way beyond confused again. Pop the cork.

Bona Notte!

Links Italian Wine For Dummies
Illuminati Winery & the US Importer info
Elio Monti Winery & the US Importer info
Camillo Montori Winery
Macelleria Photos from Hank's Wonderful Vacation



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[09/19/2008, 00:51] Recensioni di ristoranti, la storia

Non c'è niente da fare, quando vai a rivangare il passato per vedere da dove è partita un'idea, nove volte su dieci c'è di mezzo qualche newsgroup, una delle più "antiche" forme di socializzazione della rete. Se volete era il social network 0.1, ancora vivo e vegeto per altro. Fu così anche per le recensioni dei ristoranti.

Nel 1999 proposi la costituzione del newsgroup italiano sui ristoranti (ho messo il link web ma i newsgroup si leggono con un newsreader dal vostro programma di posta elettronica, indagate...) che venne poi approvato e che è tutt'oggi online. L'organizzazione del materiale sui ristoranti in rete è partito da lì e tutte le successive iniziative esterne su web hanno visto sempre come protagonisti questo o quel partecipante del newsgroup.

Ringrazio gli amici di IDR (questo il nome di battaglia del newsgroup dei ristoranti) per avermi aiutato a ricordare i principali poster di sempre. Tra i mitici della prima ora, JFSebastian, Fabio Fiorillo, FabMind, Claudio Pistocchi, Lcr, JPS, Nico Pisanelli, Prolet (quello che inventò html.it, per dire...), Pingo, Leo Rieser e ancora, Max-b, Dmaster, Schigi, Cauzzi, Adamski, gianmarco L., Nicolac (Nicola Cavallaro, avete presente ?), Franco C.E. Piodi, Guyciman, cesa-re, Ruggine (oggi protagonista su altri lidi), Vilco (già notissimo membro di it.hobby.vino, SPeck, AndreA, Apuo, Ziongiu, Bertozzi, Orson e tanti tanti altri.

A un certo punto le recensioni di ristoranti divennero un gran numero e si iniziarono a creare degli archivi online. Il primo fu quello di un sito che oggi non esiste più che si chiamava eat.it (mi ricordo perfino la cartella sul loro server che era "torretta" mi pare, che momenti !). Dopo qualche anno di attività, il vecchio gestore dell'archivio gettò la spugna e io presi le sue veci cominciando ad organizzare quelle recensioni all'interno di TigullioVino.it, un archivio antologico di recensioni ristoranti ancora vivo oggi e sempre aggiornato con nuove recensioni (pur conservando le vecchie), che dal 2002 circa porta avanti questo lavoro da amanuensi, artigiani del web.

Fu poi l'epoca del Lagnese, personaggio mitologico tra la figura del troll, del critico gastronomico e del genio squilibrato incompreso, uno che frequentava solo ristoranti stellati di altissimo livello ma che non perdeva occasione di scatenare flame infiniti (flame = litigi in gergo newsgroupparo) o intavolare dotte discettazioni sui massimi sistemi. Tra le più colossali risse di tutti i tempi, sempre su IDR, quella tra Sararlo, recensore venuto alla ribalta nella seconda o terza stagione di idr e JFSebastian, il più grande poster di Idr di sempre. Sono sue (di JFSebastian) alcune delle più belle e originali recensioni presenti in rete, molte delle quali mi fregio di annoverare nell'archivio di TigullioVino.it. Su tutte, vi segnalo questa che a me è piaciuta moltissimo.

Nel frattempo cresceva il Forum del Gambero Rosso online che cominciò a catalizzare l'attenzione di una grossa fetta di questi recensori, anche se idr è sempre rimasto un punto fisso di riferimento per molti.

Spuntarono molti blog sui ristoranti ma su tutti, per clamore e e audience va segnalato il fenomeno Muccapazza (il blog di ristoranti più paillettato del web). Furoni creati molti altri portali come l'amato (credo per la quantità di recensioni) / odiato (credo per la qualità delle recensioni) il Mangione.

Oggi è il tempo di Viaggiatore Gourmet, del ristorante stellato raccontato quasi esclusivamente per immagini. Un format che a dispetto delle critiche ricevute agli esordi (splendidi i tributi negativi incassati da Claudio Sacco un po' in tutta la blogosfera, dal defunto e indimenticabile Peperosso al Papero Giallo di Stefano Bonilli) è piaciuto e nel tempo ha dimostrato di saper fare anche grandissima qualità con video veramente eccellenti e sopra la media anche se paragonati al lavoro eseguito da pubblicazioni professionali.

Mentre it.discussioni.ristoranti è ancora lì, proprio come allora, con tante persone nuove e pochi sopravvisuti della prima ora, oggi è il tempo delle proposte di guide ristoranti 2.0 e dei progetti di collaborazione sociale come duespaghi o come la nostra antologia open-social.

La seconda parte tra una decina d'anni.

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[09/18/2008, 23:17] Rose. Con spine


Un altro bel racconto per la raccolta dei testi in concorso per "I giorni del vino e delle rose".

Oggi leggiamo "Rose con spine", di Amelia Gatti.

Amelia nasce a Firenze nel 1970. Scrive perché "gli antidepressivi hanno dannosi effetti collaterali e le sedute dall'analista costano troppo, in termini di tempo e soldi"! Non ha mai pubblicato.


Racconto

"ROSE CON SPINE"

di Amelia Gatti


E? notte. Fluttuo in un?atmosfera rarefatta.
Sono in una terra sconosciuta, psichedelica e promiscua.
Sento colori, vedo suoni, accarezzo profumi.
Il cielo è un manto viola, cangiante.
Brandelli di nuvole purplerubyred trasportano angeli cherubini pingui e ridenti.
O forse è la mia fantasia e sono solo nuvole, vaporose e cicciotte, come culi di bimbo.
Sono leggera ma la carne è pulsante, eterea ma ho il ventre preso in una morsa di puro piacere liquido.
Tutto si fonde e risorge dentro di me, nell?umida febbricitante fessura fra le mie cosce.
Mi faccio strada fra rose carnivore dai colori abbaglianti che si aprono al mio passaggio, inclinando lo stelo. Nascondono bocche fameliche che rapide inghiottono insetti facendo schioccare la lingua.
Tremo, le tempie pulsanti, i passi incerti, come persa nell?allucinazione di un acido. Intorno a me, suggestioni improvvise, sguardi distratti e movenze convulse.
Inizio a farneticare in lingue diverse mentre vado incontro al mio destino. Cerco il mio Dio, il mio Maestro, il mio Signore, il mio Inizio e la mia Fine.
Dov?è? Cos?è? E? energia, è luce, immensità, amore.
Ha gli occhi cupi di Blauburgunder. L?ho visto in sogno.
Sento, con tutti e cinque i sensi. Sento il suono voluttuoso di una frusta.
Poi silenzio.
- Ciao ? Recitiamo all?unisono.
La mia voce è incerta, sussurrata, timida. Intensa e melodiosa la sua.
Mi fluisce sulla pelle come il jazz più profondo, penetra in ogni angolo del mio corpo, provoca scintille dorate che mi pizzicano le guance.
Sono incastrata, stregata. Piegata, lo guardo con aria implorante. Un drappo di velluto rosso scarlatto mi copre gli occhi.
I polsi legati. Paralizzata dalla paura. La paura una sensazione solida.
E? buio, ma posso vedere con gli occhi della mente. Sedotta dalla sua voce.
- Fidati di me. Scoprirai quanto è meraviglioso quello che ti farò vivere io. -
Solo oscurità e la sua voce luminosa, a rischiarare le tenebre.
La sua voce mi riempie di luce e io divento fluida.
Ruscello, torrente, fiume che rompe gli argini.
Scorro in un tormento di sottomissione.
Mi abbandono a lui, escluso dalla mia percezione tutto ciò che non è lui.
Sento lo scroscio di un liquido nel bicchiere, denso, avvolgente.
Mi sembra di vederne il colore. Rosso rubino, con riflessi violacei, purpurei. Penso, alla rosa purpurea del Cairo.
Annuso l?aria. Aroma di frutti rossi, ciliegie, fragole e frutti di bosco.
Mi sembra di nuotare in una vasca colma di umida polpa rossa d?uva. Una folata d?aria calda. Ha un odore dolce, più dolce dell?aria fresca. Mi entra in bocca. Tante microscopiche particelle solide e zuccherose.
Lui si muove, sento il fruscio delle sue vesti.
Fa ondeggiare il liquido nel bicchiere, con un fluido movimento del polso. Lacrime appaiono sul killer loop del bicchiere, a preannunciare le mie lacrime, più tardi.
Beve. Le papille gustative in azione come tanti clitos sulla lingua rossa e ruvida.
Poi avvicina le sue labbra alle mie e mi cede il liquido prezioso che misto alla sua saliva ha un sapore indefinito. Il vino mi entra in bocca, esplora ogni anfratto di me, ondeggia, si muove sinuoso, mi penetra prepotente.
Sa del sudore dell?uomo possente che ha lavorato la terra, ha il profumo della pelle liscia della giovane donna che ha raccolto quel grappolo e ne ha schiacciato un acino contro il seno florido e giocoso, sotto la veste d?estate.
Sa degli ormoni impazziti di lui, l?artefice di questa delizia, wine - dream ? and love maker, inginocchiato davanti alla sua dea, la terra, che muta sembianza e diventa donna, madre e meretrice.
Due gocce escono dalla bocca, scivolano giù sui seni, i capezzoli turgidi come due acini di sangiovese, duri e sugosi. Lui lecca e morde, torce e accarezza.
Poi una puntura, mentre un profumo di mosto m?inebria. Un?altra, e un?altra ancora?le spine di una rosa rossa la mia dolce tortura.
Ha scritto la sua iniziale sul mio monte di Venere, piccoli fori gocciolanti vino e sangue: D. Come Donna. D. Come Dono. D. Come Dio.
Mi sfiora i capezzoli, che si induriscono al passaggio della sua mano, una mano forte e calda, da vino rosso maturato in legno di rovere.
Lui. Vino opulento, maturo, corposo, che mi domina con potenza e autorità, ruvido e intenso al tempo stesso.
Io. Schietta e aggressiva come un giovane sangiovese, tannini spigolosi e gioiosa, selvaggia freschezza.
Le parole del mio Dio mi penetrano, mi provocano uno stato ipnotico, mi cullano in una dimensione onirica mentre mi mette in piedi, contro il muro, le gambe divaricate.
Le sue parole ora mi lacerano il ventre.
Sento il primo morso del serpente.
Un colpo netto, deciso, graffiante, sulla natica destra. E poi il secondo, e il terzo. Colpi secchi, caldi, tannici, freschi, in qualche modo sapidi, intensi e persistenti, corposi, maturi e nella loro maestosità armonici.
Poi niente.
Baci morbidi.
Assenza di parole, silenzio di movimenti.
Una ruota dentata, una corona di spine, un mazzo di rose rosse.
Pizzicano la mia pelle, lasciando segni lievi, leggere striature vermiglie. Su e giù, evoluzioni rotonde, insistenti all?interno delle cosce, là dove la mia perversa fontana d?amore sgorga zampilli di succo d?uva bianca.
La mia rugiada brilla umida e lui la lecca via, assaporandone le sfumature di gusto.
La sua mano continua a scrivere, ondeggia, preme, scrive il suo nome, ancora e ancora.
Sui seni, sulle cosce, sulla schiena, sul ventre.
Me lo imprime sulla pelle come un marchio a fuoco, un segno del possesso, visibile a tutti.
E io provo un godimento smisurato ad essere segnata, ad essere identificata come Sua proprietà.
Sua. SUA. Di quest?uomo che è tutto per me, che amo in mille modi diversi.
E che mi guarda con ammirazione, sorridendo al mio sorriso candido, che brilla d?innocenza.
Mesi e mesi di attesa si tuffano nel celeste dei miei occhi.
Ho aspettato così a lungo questo momento da idealizzarlo. Eppure lui è così reale. Lo gusto, con tutte e cinque i sensi. Annuso, sfioro, premo, bevo?
E la testa va via, verso un mondo finora sconosciuto, un cielo senza regole, fatto di luce e tenebra, saliva e sangue, liquido di uva rossa spremuto fino a succhiarne l?anima.
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[09/18/2008, 21:20] la vendemmia a Villa Petriolo...

Eccoci, anche per quest'anno, a vendemmiare a Villa Petriolo, nei nostri vigneti stesi sulle morbide colline del Montalbano, nel Comune di Cerreto Guidi....il frutto di questa raccolta è nelle mani di un bel gruppo di giovani energici e ridanciani, come nella migliore tradizione della vendemmia. Buona raccolta a tutti i nostri ragazzi...e buoni canti di vendemmia! Questo è uno dei più noti del repertorio popolare toscano...



La vendemmia

Svegliatevi dal sonno dormiglioni,
che giunta l'è per noi la gran giornata.
E s'ha mangià di polli e di piccioni
e ber del vin che vien dalla campagna.
E la Menica con il cembalo
la furlana suonerà.
Viva la Lola!

Si fermerà con noi anche l'Orietta,
che canterà una bella canzoncina;
le ore passeranno molto in fretta,
arriveremo presto alla mattina.
E la Menica...
Viva la Lola!

Sarà dei nostri pur Geppino il bello
gli ho detto di portare l'organino;
e giusto ne comprò uno a sette voci,
lo fa cantà che sembra un uccellino.
E' un portento, un accidente,
tutti i versi li sa sonar,
è un portento, un accidente,
tutti i versi li sa sonar.
Viva la Lola!




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[09/18/2008, 21:11] Gli Amaroni Di San Briccio, impressioni di settembre

Come promesso nel mio precedente articolo in cui annunciavo l’evento degli Amaroni a Coppie di San Briccio, ecco le mie impressioni di questa mitica degustazione fatta in una caldissima giornata di inizio settembre.
Nella splendida cornice di Villa Verità-Fraccaroli a Lavagno (VR), si è svolta questa splendida verticale di Amaroni prodotti da quattro aziende di San Briccio, in annate che partivano dal 2004 per arrivare al 1997.
San Briccio, paese posto nella Valle di Mezzane, fa parte di quella zona vinicola detta, con una bruttissima parola “Valpolicella Allargata”.
Per spiegare questa brutta parola torniamo alla recente storia della Valpolicella e del suo vino più famoso: l’Amarone, per l’appunto.
Tanto si è discusso sulla nascita dell’Amarone, soprattutto a livello di date, visto che ormai è assodato che è nato da un’evoluzione di quello che è sempre stato (e sempre sarà per molti appassionati, tra cui il sottoscritto) il Re dei Vini della Valpolcella, Sua Maestà il Recioto, ovvero il vino dolce ottenuto vinificando le uve rosse appassite tipiche della Valpolicella, dolcezza ottenuta bloccandone la fermentazione per ottenere un buon residuo zuccherino: dolcezza che, completando la fermentazione ed esaurendo tutti gli zuccheri, sparirà e come risultato otterremo l’Amarone.
Solo che il “Recioto Evoluto”, nominato in un editto del ‘700 citato dal padrone di casa,
Sig. Fraccaroli, ha sì storia antica, ma solo recente notorietà: si parla di Amarone, anzi, di Recioto tipo Amarone, solo dai primi anni ‘60, e il successivo successo di pubblico degli ultimi anni, ne ha fatto diventare uno dei quattro vini più famosi dell’Italia enologica, assieme alle tre B, ovvero Barbaresco, Barolo e Brunello.
Tale successo, per motivi, diciamo “politici”, ha “costretto” ad allargare, megli anni ‘90, la zona di produzione della Valpolicella e dell’Amarone anche alle valli all’Est della zona storica o Classica: la Valpantena e le valli di Mezzane ed Illasi.
Qui le uve tipiche della Valpolicella sono da sempre coltivate, ma il bello è che quella che doveva essere solo una “zona politica”, alla fine si è rivelata una vera e propria miniera di Cru ed ottime piccole cantine: da Cenerentola la Zona Est (ormai guai a chiamarla Allargata, vi guarderanno male come quando date dello Spumante al Franciacorta..) ormai esprime dei veri e propri riferimenti nel campo degli Amaroni.
Le caratteristiche marne e rocce basaltiche della Zona Est, assieme alla pratica di tecniche di coltivazione viticole diverse dalla classica Pergola Veronese, stanno esprimendo riferimenti assoluti nel campo dell’Amarone.
Due di questi riferimenti li abbiamo degutati ad Amarone a Coppie, e senza dubbio alcuno sia Roccolo Grassi che la Tenuta Sant’Antonio (il sito) lo sono diventati, e nonostante siano di storia recente, nella realtà sono le nuove forze di due aziende storiche della zona.
Poi erano in degustazione l’azienda Grotta del Ninfeo (il sito), altra storica azienda, che però si è affacciata nel mondo dell’Amarone solo da poco, ovvero il primo millesimo in commercio è stato il 2002, e infine Ernesto Ruffo (il sito), che si definisce l’Artigiano del Vino, ma qualcuno più che un’ artigiano lo ha paragonato ad un artista del calibro di Benvenuto Cellini, comunque un viticoltore per passione.
Veniamo alla fredda cronaca delle mie brevi impressioni di degustazione:

Amarone della Valpolicella DOC 2004 Grotta del Ninfeo
Al naso principalmente la marasca e varie spezie come pepe verde e cannella, e anche una leggera liquirizia.
Discreta acidità, tannini rotondi ma non molto lungo, manca in bocca quanto promesso al naso, ma si presenta comunque elegante e beverino.
Essendo giovane è ancora slegato, ma rispetto alle precedenti degustazioni di qualche mese fà, col tempo è migliorato e ancora migliorerà.

Amarone della Valpolicella DOC 2003 Roccolo Grassi
Al naso ciliegia matura, speziatura, tabacco e mineralità.In bocca buona acidità, la mineralità si ripresenta, buona alcolicità, e alcune aromaticità da legno un pelo invadenti per i miei gusti, ma che a molti risultaranno perfette.
Da un annata difficile come il ‘03 si viene colpiti dalla sua freschezza: allo stato attuale non è Amarone da meditazione, ma più da abbinamento, e ciò sia considerato un complimento.

Amarone della Valpolicella DOC 2002 Grotta del Ninfeo
Al naso sia marasca che ciliegia, spezie, pepe e leggero tabacco.
Buona acidità e mineralità, liquirizia e alcol leggermente prevalente, ma rotondo e beverino.
Nell’altra annata difficile degli anni 2000, la zona est ha comunque dato buoni risultati, è questo il primo Amarone messo in commercio dall’Azienda.

Amarone della Valpolicella DOC 2001 Ernesto Ruffo
Vinoso, ciliegia fresca, leggero tabacco e spezie come pepe bianco e chiodo di garofano, minerali.
Buona acidità, tannino elevato ma da uva e non da legno, vinoso anche in bocca e soprattutto buono e beverino e con ancora molta molta vita davanti, in cui non potrà che affinarsi e migliorare.

Amarone della Valpolicella DOC 2000 Campo dei Gigli Tenuta Sant’Antonio
Minerale e quasi leggermente floreale e salino, mentolato e marasca.
Buona acidità e mineralità, ancora fresco e addirittura leggermente slegato, nel senso che è ancora fin troppo giovane.

Amarone della Valpolicella DOC 1999 Campo dei Gigli Tenuta Sant’Antonio
Le caratteristiche del fratellino del 2000 le ritrovo tutte, ma è leggermente più acido, minerale e tannico: in parole povere lo diresti addirittuta più giovane.

Amarone della Valpolicella DOC 1998 Roccolo Grassi
Subito balsamico al naso, confettura di prugne, leggera speziatura, tabacco e liquirizia.
In bocca buona acidità, rotondo, tannini morbidi e non si sente quasi l’alcool, liquirizia e cacao e ottima bevibilità: da meditazione.

Amarone della Valpolicella DOC 1997 Ernesto Ruffo
Che spettacolo: al naso menta, china, agrumi canditi, erbe officinali.
In bocca china, erbe officinali, rotondo, caldo e non dimostra affatto i suoi 17 gradi alcolici: ad ogni riassaggio spunta qualcosa di nuovo.
Mai mi sarei aspettato una simile evoluzione, con sentori balsamici quasi da Barolo Chinato: il Ruffo ha detto che questo Amarone gli è costato molto tempo, nel senso che lo ha dovuto affinare in botte e in vasca fino al 2004 per fargli perdere un residuo zuccherino che non voleva andarsene e finalmente imbottigliarlo!
Per quanto mi riguarda su questo Amarone tarerò le mie papille per i futuri assaggi.

Quali sono le mie impressioni di Settembre?
Che l’Amarone deve affinare, ancora affinare e solo affinare, alla faccia di quelli che i vini li vogliono giovani: la mia esperienza di Amaroni è poca cosa, prima di questa verticale ero arrivato ad assaggiare il 2000 e in cantina ho un ‘98, e a sentire tutti i produttori presenti, l’Amarone ha un affinamento nel tempo diverso dagli altri grandi vini rossi: mediamente questi dopo anni raggiungono il loro apice, e subito dopo una costante decadenza, mentre l’Amarone il suo apice lo può mantenere per moltissimi anni, il problema rimane sempre il scoprire quando, ma lo imparerò.
Per un commento agli Amaroni di San Briccio posso solo dire che sono lunghi, ovvero hanno bisogno di un lungo affinamento, sinonimo di lunga vita, vedi il caso del Campo dei Gigli, che infatti è difficile da capire per chi non cerca la longevità in un vino: ma lo stesso vale anche per gli altri.
Quindi, cari amici, se comprate un Amarone, abbiate il coraggio di tenerlo in cantina, non ve ne pentirete e ringrazierete Dio Bacco.
Max Pigiamino Perbellini

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[09/18/2008, 21:09] Luca Martini campione del Sagrantino 2008!
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