I complimenti di Villa Petriolo a Roberto Bellini, autore di "Inebriamenti", racconto segnalato per "I giorni del vino e delle rose".
Roberto Bellini è nato a Marradi (FI) nel 1953 e risiede a Pontelungo (PT). Consulente enogastronomico e del gusto, collabora con le riviste del settore enologico De Vinis (rivista nazionale Associazione Italiana Sommelier), rivista regionale Toscana A.I.S., Bibenda e Accademia dei Vini (AIS Japan). Dal 2005 è Ambassadeur du Champagne Italie C.I.V.C.
racconto
"INEBRIAMENTI"
di Roberto Bellini
Io che non vivo senza te ?, dello chansonnier Pino Donaggio, usciva, con un suono striminzito e ranocchieggiante da un Radiomarelli avvolto in uno chasseuil in legno, che dava un colpetto chicheggiante ad una cucina agreste. Mio zio lasciava, come al solito, una scia fumosa di schietto sigaro toscano triturato e alloggiato nella pipa consunta; il fumo usciva filtrato dai suoi baffi con una soavità così aerea che sembrava immobile. Per la verità non mi pareva che quel fumo fosse puro tabacco, ho sempre pensato ad un mix plasmato anche dai vapori del vino Sangiovese e dell?Albana, di cui ricordo ancora un colore rossiccio, come il manto della volpe e tante bottiglie a sonnecchiare, immerse nella sabbia, nella parte più bassa e buia di una umida e malsana cantina. Anche quell?anno, era il 1965, stavo trascorrendo gli ultimi giorni delle vacanze scolastiche in Romagna; i miei genitori pensavano che una sana attività contadina, dopo un periodo balneare, mi ritemprasse in quello spirito vagabondeggiante che mi ha accompagnato nell?allevamento esistenziale e poi s?è trasferito in un pensiero meno acerbo. In quegli anni, noi marmocchi, indossavamo i pantaloni corti e le gambe erano così secche che i miei stinchi assomigliavano alle canne che sostenevano i tralci delle viti. Ogni mattina il profumo della ruralità mi svegliava senza rumori metallici; coniglio o pollo in umido alle erbette selvatiche, con fette di pane a scarpettare il piatto, era la consueta colazione, fatta prestissimo, a combinar la fioca luce con il riverbero di un sole che non avrebbe illuminato il casolare fino alle dieci. E poi vino, e non caffellatte, semmai un caffè preparato nella napoletana, al fuoco delle braci del camino. Purtroppo a me era consentito bere solo acqua: troppo giovane per l?alcool; ma i germi di una immaginaria rivoluzione con le enologiche rose nei cannoni stavano già ansimando nei miei titubanti pizzicori. Come ogni mattina, era la prima decade di ottobre, cominciava il rito della vendemmia. In quell?epoca non c?erano le macchine a camminare le vigne, si andava nella stalla, si addobbavano due vacche, bianche e ornate da lucidi cunei cornuti, si agganciavano al carro riempito di lunghe casse di legno a forma rettangolare, nerastre nel colore, nette a tal punto da irrorarsi in riverberi di guscio di cozza. Era una viticoltura vaccina e a braccia. Non comprendevo allora perché si spargesse tanta frenesia ed energia nella giornata, la mia curiosa indolenza mi impediva di resistere a lungo nel taglio dei grappoli, preferivo la parte dell?accoglienza in cantina, dove non regnava la pigia diraspatrice e la pressatura era soffice perché prodotta dal peso di altri bimbetti come me. E? in quell?anno che iniziai ad odorare le essenze della vinosità, dell?inebriante vapore del ?sanzves? e del colore che macchiava la pelle delle gambe, disegnando rivoli dalla tinta petalo di rossa rosa, per profumarsi in un floreale infinito, quando il sapone di Marsiglia scivolava sui pori per illimpidire la cute. Il ritorno degli zingari vendemmianti era una vera festa, incontaminati sorrisi sbocciavano come rose di maggio sui volti accaldati di uomini e donne. Io credevo di vivere in un favola, immaginavo quei signori della vendemmia come masnadieri o pirati, che si rifugiavano nella tana dopo aver predato i campi invasi da pancate di filari, che si spartivano frizzi e cibi e sbevazzavano fino a notte tarda, raccontandosi l?un l?altro dei particolari di vita degni di un gossip d?altri tempi: la tivvù non c?era e l?intermezzo pubblicitario era il brindisi nei francesini, direttamente dal fiasco impagliato e più volte riciclato. Non so? che qualità avesse quel vino, so? ch?era bianco, quello della veglia (véggia in dialetto) vendemmiale, di certo una Albana rossiccia, che entrava e usciva dallo stesso fiasco per giorni e giorni, tanto che mi chiedevo che fosse un fiasco senza fine, o un infinito fiasco. La curiosità di quel fiasco fu presto esaudita da un?indagine dal facile epilogo: direttamente dalla botte si spillava, alla bisogna, nel solito fiasco, la quantità di vino per riempirlo. Il fatto di non dover bere quei vini mi riempiva di istinti sovversivi, a frenarmi era l?odore dei loro aliti, da me inteso come acetoso e asprigno. I giorni passarono e il tino cresceva di volume e di calore; il primo stanco sobbollimento lasciò il passo a un brusio più rumoreggiante, tutt?intorno si spandeva un aroma di triturati acini, dolcissimi nell?odor, come lo sciroppo di rose. La mia curiosità su ciò che accadeva in quel largo tino troncoconico prosperava, niente volli chiedere ai villici; é sì, pensavo in quel tempo che vivere in città significasse essere superiore: beh, cacchiate molto puerili. Poi venne finalmente il giorno del sangue di fragola e di rosa, dell?inviolettato e dolcissimo profumo fermentatosi dalla natura, di un qualcosa che poi compresi come ?atto a divenire?, e più tardi ancora ?fatto per il divenire?. Quel succo che sembrava uno sciroppo di more selvatiche diluito, poi scoprì chiamarsi mosto, attirava la mia immaginifica invasione di una realtà che ancora non comprendevo e decisi, non visto, di sorbir quel succo. Dolcissimo mi parve, come marmellata spalmata sul pane, inebriante il ritorno di sapore, illuminante in tutti gli attimi in cui stordiva le mie orecchie, con un ronzio delicato e insistente e si impossessava della mia volontà di essere partecipe di ciò che mi stava accadendo. Assaggio dopo assaggio mi ritrovai non più in grado di decidere delle mie immaginazioni, non riuscivo più a abbinare la favola alla realtà, avevo perso l?idea della sovversione, della fierezza di aver disubbidito a qualcuno; i lunghi lanciafiamme del tramonto aranciato e violaceo si impossessarono delle mie pupille e posero fine ai miei barcollamenti labirintitici. Fu la mia prima scuffia enologica, beata e incontrollata, la mia mente favoleggiava in giardini immaginari, come roseti, aleggiava in una situazione razionale priva di gravità e uno dei timori più grandi che mi attanagliò, fu quello di perdere la facoltà di sognare ad occhi aperti, perché rubatami dall?incontrollato che mi pervadeva. Quel senso della meraviglia non conosciuta, l?abbinai più avanti ad altre scoperte esistenziali, tipo il godere del sesso e l?eccitazione per la vittoria. Ricordai che il ?Doppio Rhum? dei fumetti beveva caffè nero per smaltir l?eccesso, così accadde anche a me, con quel liquido nero e amaro, che allora aborrivo, e il solo pensiero di bere mi procurava un senso di fastidio. Il passaggio dal paradiso artificiale di baudleriana memoria, alla realtà riluttante nei conati, generò in me un senso di rigetto e di opposizione, un elasticizzato fastidio che attanagliò il mio allontanamento dal vino per molti anni. Quel sangue di fragole e rose lasciò però una traccia indelebile nella corteccia della mia memoria, un ricordo che procurava un batticuore, identico all?atto di accostare le labbra su quelle di una donna molto desiderata. Fu come allontanarsi dalla prima cotta giovanile, e far promesse di non volersi innamorare più, poi ti ritrovi a comprar rose rosse e presentarle alla desiderata con un celato senso di sconvolgimento interiore, perché ti vedi esposto a offrir te stesso e temere i dinieghi. Infine, eccomi spensierato a riappropriami di quelle incertezze, sfogliare i petali di molte rose intellettuali, distillare le gioie delle emozioni regalando brindisi e sorrisi, odorando il vino come vitale assenzio e non temendo il suo confronto birichinamente alcolico. La maturità può presentarsi anche con un ipocrita auto controllo, ma il controllo spesso impensierisce i sorrisi, e il vino e le rose non son raccolti per meditare l?introverso, ma per eternizzare l?esuberanza e la rigogliosità della vita. E i canti campestri di quell?anno non sono ancora usciti dai nastri della mia memoria, tanto che potrei cantare: ?io che non vino senza te?.
"Salmastro" di Domenico Guarino è tra i racconti segnalati da Villa Petriolo nel concorso "I giorni del vino e delle rose". I nostri complimenti all'autore.
Domenico Guarino è nato a Battipaglia (SA) nel 1968 e risiede a Firenze. Laureato in Storia medioevale, lavora come giornalista a Controradio/Popolare Network. Nel 2006 ha vinto il premio letterario "Raccontare le periferie" del Gabinetto Viesseux e, nel 2007, il premio "Tiziano Terzani - un racconto per la pace". Nel 2008 si è aggiudicato il premio "Cronista dell'anno" dell'UNCI (Unione Nazionale Cronisti Italiani).
racconto
"SALMASTRO"
di Domenico Guarino
'Salmastro... e ... abrasivo!' 'Ma dai! Elegante... fruttato... e... corposo? 'No ti dico: salmastro, abrasivo...E anche... strepitoso. Si, senza dubbio: strepitoso! 'Sì... e poi...'
E poi, come sempre, eri tu a pretendere l?ultima parola, e a me non rimaneva che guardarti. Ridere, spogliarti, o assaporare con sensuale accondiscendenza tutto quello che ti apparecchiavo davanti. In quel piatto di ceramica bianco bordato di rosso e di fiori, che avevi voluto acquistare per forza in quella bottega di Lucca che avevamo trovato insolitamente aperta il Primo di Maggio. Quando tutti se ne stanno a festeggiare la Festa dei lavoratori. E a me sembrava un?offesa solo per quello! Perché, magari a te non te ne fregava niente, ma io a certe cose ci tenevo. Perché ero cresciuto col mito della classe operaia. Delle bandiere rosse svolazzanti nell?azzurropalstico di un cielo infinito e sorridente. 'Il futuro era nostro' pensavo. Lo sarebbe stato, senza ombra di dubbio. In famiglia la pensavamo tutti così. Nonostante la mamma ed il papà andassero regolarmente in chiesa, e a me era toccato pure il chirichetto; che quello dalle mie parti non te lo leva nessuno. Carletto: ecco, lui era stato l'unico. Ma lui era uno Stromilli, e per tutti in paese gli Stromilli erano 'gli eretici'. Miscredenti, bestemmiatori, atei. Gente massiccia, baffuta, con lo sguardo sguincio ed altero. Gente di quel sentore Risorgimentale, che si mantiene inalterato negli anni. Nonostante tutto. Come il vino buono.
?In futuro pensi di rimanere ancora qui o hai deciso di averne abbastanza?? ti chiesi all'improvviso. Girasti lo sguardo verso la finestra, lentamente. Nella penombra della stanza il verde dei campi si stagliava con evidenza translucida. In sottofondo le cicale sacrificavano al sole la propria indolenza componendo in musica tutto il peso della canicola asfissiante. Come fossimo all?Opera, assorti nella contemplazione di un'overture maestosa ed ondeggiante. Alzasti il calice, ed esclamasti con foga caricaturale: ?il mio trono è saldo, signore! Non fuggirò da questa terra che ho conquistato a suon di battaglie e stragi sanguinarie. Rosse e vellutate come questo nettare divino che assaporo con gioia!? E poi di nuovo scoppiasti a ridere. Facevi scorrere il vino sul palmo della mano. Qualche goccia. Abbastanza per formare un piccola pozza. E poi lo leccavi. Come si fa con la nutella. 'Ma non è così che si beve! Lo rovini...' All'improvviso la tua espressione si fece seria. 'Nessuno, nessuno può insegnarti come sia giusto godere delle cose che ami! Nessuno! Capito? Non lo permettere mai'. Mi strappasti di mano la bottiglia e tirasti giù un sorso più deciso. Pian piano, con piacere quasi tangibile - un piacere che quasi sentivo vibrare nel respiro della pelle- lo vidi transitare attraverso la tua lingua e poi in gola. I tuoi occhi brillavano tutta la sensuale pienezza di quell'approdo. Il riflesso profondo, insistente, di un attimo che non voleva scorrere. ?Non ho mai capito cosa ci trovi davvero in me? ti dissi. E fu allora, esattamente allora, che compresi quanto inutile sia cercare una ragione nelle cose che accadono. Mi accarezzasti la guancia con il palmo della mano ?Ma tu sei come questo vino! Salmastro, abrasivo, strepitoso. Come avrei potuto fare a meno di te!? Scoppiammo a ridere entrambi. Poi ricordo solo il freddo delle mattonelle di cotto e la tua schiena bianca che mi sfuggiva, fluttuando attraverso i muri grigi e possenti che mi ricordavano quanto fossi smaccatamente felice.
Camminare non mi è mai pesato. Affatto. Mi è sempre piaciuto sentire il movimento dei muscoli, il lento fluire dei passi. Le lievi frustate dei nervi e quella sottilissima patina di sudore che inumidisce la pelle dopo un po'. Sento scricchiolare la terra sotto i passi. Un crepitare vivace che mi rassicura. In prospettiva vedo la regolare armonia dei filari adagiati come spade fiorite sul crinale dei colli bassi e dolci. Rotondi, come se qualcuno li avesse disegnati con l'ovatta, disponendo i batuffoli ad uno ad uno. Il risultato di un'applicazione millenaria e solerte. Natura e lavoro che si fondono in un intreccio commuovente. Camminare è' uno dei piaceri che ancora mi concedo. Ogni volta che posso. E a pensarci bene anche questo sembra essere diventato un lusso: casamacchinaufficiomacchinacinemamacchinavacanzamacchinaletto. Variante: scooter. O, per i più fortunati: motocicletta. Tu dicevi sempre che il segreto stava nel fare con gusto le cose che si fanno. Cioè: lavorare con gusto, mangiare con gusto, fare l'amore con gusto, ballare con gusto, dormire con gusto. E io che invece avevo dimenticato quanto fosse bello respirare! Che non sapevo più nemmeno baciare una donna. Avevo perso la capacità di sorprendermi. L'avevo smarrita nei rivoli di un'abitudine malvagia e spossante che mi aveva reso tutto conforme alla noia. Eppure non si trattava di ripetizione. No! Non solo di quello almeno. Ciò che veramente mi aveva avvelenato l'anima portava un nome preciso. Si chiamava -si chiama- vigliaccheria. Sì: ero diventato codardo. Sordo. Non avevo più il coraggio di mettermi in gioco. Di rischiare. Non sapevo più affrontare le cose con la giusta generosità, con affetto. Me le facevo scorrere addosso come se nulla fosse. Le sentivo scivolare sulla pelle senza lasciare traccia. Senza affondare i colpi. Tutto molto più facile. Nessuna complicazione, un'apparente imperturbabilità. La sensazione di essere padrone delle cose. Di essere sempre in ordine. Sempre al posto giusto, nella maniera giusta. Non cedere. Non farsi coinvolgere più di tanto. Che cretino! Mi bastò vederti in un pomeriggio qualunque, in un posto qualunque, in un attimo qualunque per rivoltare come un sacco la presunzione della mia autosufficienza. Mi bastò quel battito di ciglia, quelle labbra che sapevano di ciliegia solo a respirarle, quel bagliore setoso ed affilato con cui mi trapassasti assolata e limpida. Mi bastò questo. In un attimo. Aspettavi l'autobus alla fermata della Fornace, di fronte alla vecchia pompa di benzina. La maglietta bianca, la vita stretta, i capelli corti appoggiati vezzosamente sul lato. I fianchi larghi da donna. Quei fianchi che solo le femmine possono avere. Forti, ampi, morbidi. Fianchi che ci avresti dormito un secolo intero sognando le terre dove il fuoco accompagna i tramonti più dolci... Eri una calamita. Attraversai la strada solo per passarti accanto e respirare il tuoi profumo. Fu il primo passo: recuperare l'olfatto! Sapevi di rose.
Raspi, acini, pigne, tannino, sulfiti, fermentare, rovere: il suono forte e l'inconsuetudine elegante delle parole che hanno a che fare con il vino. Suoni antichi. Lenti. Che richiedono attenzione. Ci sono parole che hanno il dono di meravigliare. Come 'stropicciato' La adoravi, quella parola. 'E' dolce e spigolosa insieme. Sa di neonati addormentati in lenzuola di lino' dicevi. E come sempre accompagnavi le frasi con il movimento delle mani. Quelle mani bianche affusolate e scarne con cui accarezzavi i miei sospiri quando i nostri corpi si stringevano nell'aria frizzante di una sera di maggio. Quella sessa aria che ora respiro aspettando che tu torni. Con te ho imparato il gusto dell'attesa. Sentirsi aggrappato agli attimi che scorrono, mentre il tempo passa.
'Arrivo: le sette e quarantatrè di martedì sera': solo un sms. Scarno essenziale, defintivo. Come le cose veramente preziose. Semplice. Come un calice di cristallo. Come tutte le cose che ti appartenevano. Fermo sulla soglia mi godo la brezza ed il rigoglioso sbocciare degli umori. Le viti sonnecchiano in lontananza. Gli ulivi ondeggiano di brezza leggera. Sarà il sole a render loro giustizia. Con calma. Spietato e dolce: lavorerà a lungo perché l'autunno possa godere dei frutti migliori. I grappoli a quel punto saranno carichi e noi potremmo mangiarne, e berne. E potremmo farceli scorrere addosso gustando il loro lieve solletico tiepido. Fino a mordere i chicchi ad uno ad uno. Assaporando lentamente il pretenzioso elastico della buccia, la vorace e papillosa frescura della polpa, e l'amaretto docile dei semi tra i denti. Sarà il tempo a regalarci tutto questo. Basterà saper aspettare. Con calma. Con la dovuta calma.
Bandiere abbrunate oggi per rendere omaggio ad uno dei più grandi protagonisti del nostro tempo e del secolo appena trascorso, lo scrittore russo Alexander Isaevich Solgenitsin, scomparso ieri sera a Mosca all?età di 89 anni. Premio Nobel per la letteratura nel 1970, grazie a romanzi quali Una giornata di Ivan Denissovic o Divisione cancro, Solgenitsin non è stato solo un grandissimo scrittore, ma uno degli uomini che con la propria coraggiosa e instancabile testimonianza ha smascherato e raccontato gli orrori del sistema concentrazionario dell’Unione sovietica, in capolavori assoluti quali i tre volumi dell?Arcipelago Gulag, e dimostrato la natura diabolica, il costante essere contro l?uomo, la congenita malvagità di quello che giustamente l?ex presidente americano Ronald Reagan ha definito ?the evil empire”, l’impero del male, il sistema politico comunista. E? anche grazie ai suoi scritti, alla sua instancabile opera di denuncia, alla sua voce di dissidente, se un sistema fondato sulla menzogna, sulla soppressione della libertà e dei diritti umani, sulla miseria, è stato progressivamente sconfitto e consegnato agli archivi della storia. Il critico letterario Antonio D’Orrico a proposito di Solgenitsin e sul suo ruolo nel Novecento ha scritto: “L’importanza (ma la parola è inadeguata) di Solzenicyn, non per la storia della letteratura ma per quella del mondo, è immensa. Spesso si dice, e con qualche ragione, che è stato Karol Wojtyla a far cadere il Muro di Berlino. Con molte ragioni in più va detto che è stato lo scrittore russo ad abbattere quasi da solo il socialismo reale e, addirittura, la filosofia da cui traeva ispirazione. Un’impresa titanica. Vi sarete chiesti in qualche momento della vostra vita a che serve la letteratura. Ecco, la letteratura in alcune occasioni può servire a questo, ad abbattere un regime, piegare un impero. E non è un’esagerazione. Basta pensare alla vita di Solzenicyn, prima ancora che leggere la sua opera, basta guardare i suoi libri, messi su un tavolo come i modelli per una natura morta, per capire quello che semplicemente è successo. Solzenicyn è una forza (come si dice in fisica ma anche nei film di fantascienza di Lucas). Ricordate il ragazzo di Tienanmen davanti al carro armato? Solzenicyn è un po’ come lui, con l’aggiunta che il carro armato l’ha smontato a mani nude (ci sono mani più nude di quelle di uno scrittore?)“. Dedico un pensiero commosso e grato a questo indomabile figlio della Grande Madre Russia per la sua indimenticabile lezione di libertà?
Credo di essere sufficientemente rigoroso e dotato di una buona dose di onestà intellettuale da non farmi condizionare dall?amicizia, antica, profonda, saldissima con la famiglia Librandi, titolare della più bella casa vinicola cirotana e calabrese e una delle migliori di tutto il Sud Italia, da potere tranquillamente affermare che con quest?anno, con le produzioni attualmente in commercio, l?azienda, che pure ci aveva abituato negli anni a standard importanti, ha toccato vertici qualitativi straordinari e mai raggiunti, con così tanta evidenza, in passato. Quello che mi ha sorpreso, nei giorni ? bellissimi ? passati la scorsa settimana a Cirò marina, degustando tecnicamente i vini, ma soprattutto mettendoli ripetutamente alla “prova del nove”, quella che taglia la testa al toro, ovvero la verifica del loro funzionamento a tavola, in abbinamento ai piatti dell?appetitosa, saporita, colorata cucina locale, e girando per i vigneti ? uno spettacolo ? situati negli areali di Cirò, Crucoli, Strongoli, Casabona in Val di Neto, e discutendo di tante cose con gli amici Tonino e Nicodemo Librandi e con i figli di quest?ultimo Raffaele e Paolo, perfettamente inseriti in azienda e impegnatissimi, perché quando si hanno 240 ettari vitati e si producono circa due milioni di bottiglie, c?è da tirarsi su le maniche e da correre, è la assoluta consequenzialità di un percorso operativo. Un lavoro che parte dalle vigne, dalla loro concezione e gestione e cura minuziosa, sia che si tratti si vigne di proprietà sia di vigne di conferenti, con alcuni dei quali è stato creato un rapporto di collaborazione e di co-gestione votata alla qualità di stampo trentin-altoatesino, si trasferisce in cantina e finisce, secondo una logica di assoluta imprenditorialità, che prevede la giusta promozione del prodotto, il collocamento sui vari mercati, nella bottiglia. Contenitore il cui valore intrinseco si carica di ulteriori legati alla valorizzazione, e posso dirlo?, al ?riscatto? di un territorio splendido ma che gira ancora a tre marce su cinque a disposizione, ad iniziative di comunicazione e progetti di tipo culturale, ad operazioni coraggiose che richiedono tempo e pazienza per essere non solo condotte in porto, ma capite nella loro giusta portata. Bene, tutta questa serie di cose, una ricerca e una sperimentazione assidua condotta nel vigneto, centro di tutto il pensiero e dell?azione della famiglia Librandi, e giustissima pertanto la recente assegnazione del Premio Veronelli a Nicodemo, viticoltore nel sangue e vigneron di tempra langhetta o borgognona - con la collaborazione di ricercatori universitari ed esperti al massimo livello, lavoro che si è tradotto in diversi convegni organizzati negli anni e in uno splendido libro curato dal professor Mario Fregoni, Gaglioppo e i suoi fratelli, che fa egregiamente il punto su tutto quanto è stato fatto nel corso di quindici anni, ed un concetto di qualità cui offre un contributo fondamentale la consulenza tecnica del più serio dei nostri enologi, Donato Lanati, con il formidabile staff dei suoi collaboratori, costituirebbe un ?bluff? o qualcosa di gratuito se poi non si traducesse in vini veri che sanno esprimere la verità e l?unicità di questa autentica Enotria tellus. Invece, e mai come quest?anno, quando mi sono trovato di fronte ad una qualità complessiva altissima, ad una gamma compatta dove ogni vino ha una precisa identità e non cannibalizza nessun un altro proponendosi come doppione, da questo lavoro serissimo quasi ?matto e disperato? per dirla in termini leopardiani, esce un?idea di vino, cirotano, calabrese, meridionale, mediterraneo, italiano che ti fa capire, ad ogni sorso, in ogni circostanza di servizio, come quel vino non sia casuale, ma finalizzazione (come lo è un grande gol dopo una veloce azione in linea, condotta secondo schemi ed estro e tecnica), di un sentimento, di una coscienza viticola, vinicola, enologica di assoluto rigore e grande anima. Troppo facile parlarvi dei ?gioielli? di casa Librandi, di quel collaudatissimo Gravello, mirabile sintesi-dialogo di Gaglioppo e Cabernet Sauvignon, elegantissimo, morbido, avvolgente nella sua versione 2006 (prodotta in centomila esemplari), oppure di uno dei miei prediletti, il Magno Megonio la cui annata 2006, ancora scalpitante, bisognosa di tempo in bottiglia, imponente e dotato già ora di quel timbro che lo rende unico ed inimitabile, promette mirabilie. Provate invece a misurarvi, con una versione 2005 da standing ovation per eleganza, morbidezza, perfetta sintesi di struttura tannica (e che tannini signori!) e dolcezza calibrata del frutto, con il vino simbolo dei Librandi, con il Cirò riserva Duca San Felice, quintessenza di Gaglioppo, dimostrazione della grandezza e della duttilità di quest?uva cirotana per antonomasia (che solo gli ingenui possono pensare possa dare il proprio meglio sui rosati e non vinificata in rosso), e ricordarvi che di questo capolavoro sono disponibili qualcosa come 180 mila esemplari, oppure rimanere di sasso di fronte all?equilibrio assoluto, alla piacevolezza contagiosa, al nitore del frutto, ad un carattere ?nordico e piemontese? che ricorda quasi un grande Dolcetto, raggiunto dal Melissa Doc Asylia rosso 2007 (80 mila esemplari), alla perfetta sintesi di corpo, solarità, giusta maturità di frutto, tannino presente ma levigato, carattere leggermente e piacevolmente selvatico ma elegante raggiunta da un Cirò rosso 2007 (diverse centinaia di migliaia di pezzi) mai così diretto, compiuto, sinuoso nel suo modo di porsi! E poi, che dire - solo un miope e uno stolto può mettere in dubbio che rappresentino, e di gran lunga, il meglio della produzione regionale per questa particolare tipologia (e preferir loro vini sulla qui qualità preferisco tacere?) ? dei due rosati, il Cirò Doc e l?Igt Val di Neto Terre lontane che con l?edizione 2007 (e posso dirlo visto che li bevo e li seguo da almeno 10-12 anni) raggiungono la loro definitiva consacrazione? Cerasuolo corallo rubino smagliante il primo, naso profumato di lampone, ribes, rosa, succoso, ben polputo, eppure freschissimo, mirabilmente equilibrato e sapido il primo, un?enfatizzazione del rosato importante il secondo, tornato ad essere Gaglioppo in purezza dopo aver accolto per anni una quota di Cabernet franc (i Librandi stanno sensibilmente riducendo la quota dei vitigni internazionali a bacca rossa presenti in vigna), vino succulento e perdonatemi la metafora, sensuale e malioso come una bella moracciona calabrese con tutte le curve, un bel 90-60-90, al punto giusto e una terza abbondante che ti fa prendere dalla vertigine quando scruti nella sua scollatura! Vino ricchissimo, imponente nelle dimensioni, nella ricchezza di polpa, nell?avvolgente rotondità carnosa da seno non rifatto, pieno di tutto quel che vorresti un rosato, anche se tutto lascerebbe pensare, dal colore cerasuolo corallo acceso ? rubino trionfante, alla sinfonia fruttosa dei profumi, alla loro densità, alla materia quasi masticabile, golosa, alla lunghissima persistenza, con un tannino presente ma non aggressivo, trattarsi di un rosso. Un rosato per estimatori ?con gli attributi?, che ho iscritto d?imperio al club ristretto dei super rosati, il Montepulciano Cerasuolo Pié delle Vigne di Cataldi Madonna, Il Magilda di Barsento, il Campo di Mare Duca Guarini, il Montepulciano Cerasuolo Cerano di Pietrantonj, talvolta il Rogito di Cantine del Notaio, il Montepulciano Cerasuolo Villa Gemma del povero Gianni Masciarelli, che mi fanno letteralmente ?pazziare? con i loro proclamati eccessi. E poi che dire, se non che degustati alla cieca faticheresti a pensare che siano nati in Calabria, tanto sono eleganti nello stile, tecnicamente ineccepibili, freschi, vivaci (anche se bevuti dopo due o tre anni dalla vendemmia), dei bianchi, dal più impegnato e impegnativo Efeso base Mantonico, il cui 2007, del nitore cristallino e dal naso petroso, profumato di muschio e frutta esotica ha solo bisogno di almeno 7-8 mesi in bottiglia per emergere con la sua sorprendente personalità ai due Greco, Cirò bianco e Asylia bianco, dotati di una piacevolezza di beva, di una sapidità, di una facilità di accompagnare i cibi che lascia senza parole? ?Filosoficamente? m?interessa meno, con la sua composizione base Chardonnay e Sauvignon, ma come non negare che con le sue 350 mila bottiglie prodotte (che puntualmente si esauriscono e creano problemi di assegnazione all?azienda) il Val di Neto Critone, è una perfetta case history, un esempio di vino moderno, ma fatto con cuore e sensibilità, in terra meridionale? Come non dire sì, si stappi e si beva con piacere, evviva!, di fronte al suo giallo paglierino scintillante e multiriflesso, al naso svettante di gelsomino e agrumi e mandorla, al gusto ricco, vivo, sapido, di grande ampiezza, ad una magnifica acidità che tempera la materia succosa del frutto? Troppo generose e amicali le mie osservazioni? Niente affatto! Chiunque abbia occhi, naso e cuore ed intelligenza per capire e relazionare il tutto al particolare contesto potrebbe cogliere la particolarità ed il fascino innegabile della realtà Librandi, farsi coinvolgere ed emozionare, percorrendo con lo sguardo la tenuta Rosaneti (nelle prime tre foto), che visitai per la prima volta quando non era ancora stata piantata una sola vite e che oggi è un giardino vitato, toccando con mano quello che questa famiglia ed i suoi collaboratori (un team ricco di giovani motivati da un vero e proprio orgoglio aziendale) anno dopo anno realizzano. Ci saranno, com?è abitudine e gusto di casa Librandi, ulteriori sviluppi e addirittura sorprese (su cui mi è obbligo tacere, ma che mi paiono in prospettiva straordinarie e che mi hanno già dato in nuce testimonianza del loro significato) e nuovi prodotti verranno ad arricchire una gamma già articolata e vivace. Novità tutte attentamente meditate, studiate in ogni dettaglio, con tutto il tempo necessario a disposizione perché arrivino a giusta maturazione e al grado di espressione ottimale per renderle delle scommesse ben calcolate e vinte e non degli inutili azzardi. Il giusto tempo per tutto, in questo universo dominato dalla luce, in questo oceano di vigneti dove in fondo, all?orizzonte? riluce e ti richiama il mare?
"Teardrop on the fire" di Anna Riuni tra i racconti segnalati da Villa Petriolo. Complimenti ad Anna!
Anna Riuni è nata - nel 1983 - e cresciuta in Provincia di Firenze, a Pontassieve. Dopo il diploma di maturità scientifica, si è iscritta, inaugurando il corso, all'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (CN). Nel 2007 ha conseguito la laurea triennale con una tesi in Marketing del Turismo enogastronomico ("Andare lenti. Percorsi e mobilità dolce nell'area della Comunità Montana Fiorentina). Attualmente sta frequentando il corso biennale di laurea specialistica in Valorizzazione e Gestione delle Risorse Gastronomiche.
racconto
"TEARDROP ON THE FIRE"
di Anna Riuni
TEARDROP Massive Attack
Love, love is a verb Love is a doing word Fearless on my breath Gentle impulsion Shakes me makes me lighter Fearless on my breath
Teardrop on the fire Fearless on my breath
Nine night of matter Black flowers blossom Fearless on my breath Black flowers blossom Fearless on my breath
Teardrop on the fire Fearless on my breath
Water is my eye Most faithful mirror Fearless on my breath Teardrop on the fire of a confession Fearless on my breath Most faithful mirror Fearless on my breath
Teardrop on the fire Fearless on my breath
Stumbling a little Stumbling a little
Amore,amore è un verbo Amore è una parola che implica un'azione Intrepida nel mio sussurro Dolce stimolo Mi fa tremare mi rende più leggero Intrepida nel mio sussurro
Lacrima sul fuoco Intrepida nel mio sussurro
Nove notti di fatti Fiori neri che sbocciano Intrepido nel mio sussurro Fiori neri che sbocciano Intrepido nel mio sussurro
Lacrima sul fuoco Intrepido nel mio sussurro
I miei occhi piangono acqua Lo specchio più fedele Intrepido nel mio sussurro Lacrima sul fuoco di una confessione Intrepida nel mio sussurro Lo specchio più fedele Intrepido nel mio sussurro
Lacrima sul fuoco Intrepido nel mio sussurro
Inciampando un poco Sbagliando un poco
La prima goccia
Un bicchiere e una mano. La Sua mano, diafana, illuminata da Quel brillante: carpiva il bicchiere con sicurezza accompagnandolo in un valzer; veloci piroette che facevano brillare il Rosso Fuoco intrappolato nel suo giaciglio di cristallo, di mille sfumature diverse.
Un bicchiere e un naso. Il Suo naso, così piccolo e perfetto: si insinuava nel giaciglio per scoprirvi il tabacco, il pepe, la frutta candita; bouquet di aromi?Il Bouquet.
Un Bicchiere e una bocca. La Sua bocca, ricca, succulenta, da mordere, da baciare: incontrò il Rosso e lo portò dentro di sé; lo mescolò a sé sentendolo, incontrandolo intimamente, scoprendovi robustezza, complessità, persistenza?scoprendovi un uomo, il Suo Uomo.
Lacrime nel bicchiere. Trasparenti, scendevano disegnando archi fino ad incontrare il Rosso Fuoco ? teardrop on the fire. Lacrime sul Suo viso. Trasparenti scendevano fino ad incontrare gli angoli della bocca Rosso Fuoco ? teardrop on the fire.
Water is my eye Most faithful mirror Fearless on my breath Teardrop on the fire of a confession Fearless on my breath
Una confessione: qualcosa di immenso che non puoi raccontare; blocca le parole, le fa diventare sussurro.
Un altro sorso di Rosso Fuoco, il sussurro diventa parola di confessione al Suo Uomo robusto, complesso: ? Non ti amo più.
Finì il Rosso Fuoco in un sorso? si spense nella sua bocca: sentì il calore ma non il sapore.
Cade?nel frattempo l?altro Rosso Fuoco cade dalla mano dell?Uomo, si frantuma sul pavimento assieme al suo fragile giaciglio di cristallo, si spande, si allarga.
Una lacrima scende dal volto dell?Uomo?lentamente, e si suicida nel mare Rosso Fuoco- teardrop on the fire.
Un Rosso Fuoco si è spento. Un altro si è rotto.
Il sapore di Quel Rosso Fuoco fu l?ultima cosa che li unì.
La seconda goccia
? Ho sete. ? Ho sete anche io. ? Beviamo allora.
Era lei che guidava la situazione, che dettava i giochi. La seguiva con lo sguardo muoversi in cucina. ? Arrivo subito. Scendo un attimo in cantina, voglio farti assaggiare una cosa. ?Ti aspetto qua, non scappo.
Era ancora bella. Più bella? Due anni senza vedersi. Eppure sembrava ieri quando? ? Eccoci qua ? disse poggiando una bottiglia polverosa sul tavolo.
La sua mano tremava? ? Cosa mi fai assaggiare di buono? Qualche cru della Côtes du Rhône o ci fermiamo in Italia?
Silenzio. Cercò il suo sguardo, ma non lo incontrò. ? Ehi, tutto a posto?
Le sfiorò la gamba con il ginocchio. ? Si scusa, mi ero distratta. No, no niente Francia?per due anni ho bevuto solo vino francese. E? italiano, un Rosso. Lo abbiamo già assaggiato assieme una volta, due anni fa. Tremava la sua voce, tremava la sua mano. ? Cos?è, sei in vena amarcord? ? disse lui scherzando, per smorzare la tensione.
E poi il broncio di lei. Quel broncio, il Suo piccolo naso che si arriccia. Un ricordo della loro vita assieme, ne trascinò a galla altri mille? Prese in mano la bottiglia e spolverò l?etichetta. Era Quella bottiglia. Non capiva. Che intenzioni aveva? La guardò, ma lei sfuggì i suoi occhi. Lui si alzò. ? A che gioco stai giocando?
Silenzio. ? Parla!
Lei si alzò lentamente, prese un bicchiere e lo poggiò sul tavolo accanto alla bottiglia. Prese in mano la bottiglia e la stappò. Girò il tappo e ne constatò le condizioni. ? Smettila di fare la sommelier e parla!Mi stai facendo impazzire!
Lei prese un bicchiere e versò un po? di vino. Rosso sì, ma non più Fuoco. Era cambiato. Lui era cambiato? O era ancora innamorato? Un bicchiere e una mano. La Sua mano, diafana, senza Quel brillante gli offriva nuovamente il Rosso, non più Fuoco. Esitò. Sapeva, ora, cosa Lei voleva fare.
Love, love is a verb Love is a doing word Fearless on my breath Gentle impulsion Shakes me makes me lighter Fearless on my breath
La guardò. Il volto di lei finalmente gli si mostrava. La Sua bocca, ricca, succulenta, da mordere, da baciare. I suoi occhi neri, black flowers blossom, fecero sbocciare una lacrima ? teardrop on the fire.
Prese il calice. Si portò alla bocca il giaciglio di cristallo e fece scivolare il Rosso non più Fuoco dentro di sé. Complessità, sì; persistenza, anche; ma non più robustezza. Due anni di riposo avevano tolto potenza al Rosso Fuoco e al suo amore. Una sensazione piacevole però, inaspettatamente morbida, vellutata?lo sciolse.
Il Rosso non più Fuoco cadde, liberando la mano di lui che prese il fianco di lei. E il sapore di Rosso non più Fuoco, che ancora era nella bocca di lui, si spanse dolcemente nella bocca di lei.
Due fuochi si riaccesero assieme. Il sapore di Quel Rosso non più Fuoco fu la prima cosa che li riunì.
"Obbiada", il racconto di Tiziano Toracca, tra i segnalati da Villa Petriolo. All'autore i nostri complimenti.
Tiziano Toracca è nato a Pietrasanta nel 1980 e risiede a Massa. Dopo il diploma di maturità classica, si laurea in Giurisprudenza. Attualmente, sta conseguendo anche la laurea in lettere moderne all'Università di Pisa. Tra le varie esperienze lavorative, quella di raccoglitore agricolo presso l'Azienda Aiola di Siena.
racconto
"OBBIADA"
di Tiziano Toracca
Non si toglie mai la sete se non col proprio vino
Ti scrivo con la speranza di sentirti parlare, che ancora oggi risuonano allegri le siepi e gli orti. Quasi estate, sotto la pergola il sole svizia la cicala.
Da quando ho preso a dormire nella stanza col balcone le notti si sono fatte più umide. Nella cucina, sotto la finestra ci sta l?acquaio, su questo le brocche e le mezzine di rame per l?acqua; sul bordo una catinella, e sul muro la piattaia dove sempre si spegne la luce, il caldo e la fame. Mi attardo, rientrando, nel buio di questo sterrato breve e fermo, pensando allo sguardo del poeta che tutto e insieme vede. Riconosco la lavanda, sopra ogni sasso, per via dei tuoi vestiti ripiegati. Ogni cosa è pulita e ha il suo posto in questa casa; ho tolto lo specchio dall?ingresso, come volevi. I fiori del cortile sono appassiti, persino il glicine è senza l?ape. Il cameriere diceva di averti conosciuta per le strade quando Lisa Merlin chiuse le case di tolleranza - puttana - e così mi fecero cattiva impressione le sue spalle curve che ridevano a sproposito e quel suo brancicare senz?anima, la sua voce schiva e la fretta con cui aveva pronunciato il tuo nome. L?anno dopo Salvatore Quasimodo vinse il premio Nobel, trafitto da un raggio di sole. Il cameriere medicava il vino con uve fresche, mellarius, botti, legna profumata, mestiere, gout de lumière e ciliegie, queste, perlomeno fino all?arrivo degli stormi. - C?è mai stato? - - Si. - - Ho sentito parlare di una vedova. - - No, non siamo entrati. - - Ci vollero tre ore. - - Adriano? - - Beh, no, era primavera. ? - La Chiesa è quasi sempre chiusa alla sera. ? - D?accordo, grazie. - Al Castello di Brolio c?ero stato, molti anni addietro. Madonna uva! Decapitata del suo grappolo di foglia d?oro pestato dal piede di rame del villano e imprigionato come un malfattore negli ovali. C?ero stato con l?affanno dei primi baci, per intere giornate. - Beato te, che sei così giovane. ? Ora mi dava del tu, come si fa dove si può, e gli sorridevo, acceso, nonostante queste parole, le ultime, lasciassero al tempo un sapore ingiusto, come di una farfalla all?altezza della sera. Ma io gli dissi che il vino lo preferivo aspro, che mi piaceva tenerlo sui denti davanti, con le labbra pronte per un bacio grande. Ed era di te che non sapevo più nulla. La strada folle a Cagnes: mi è sembrato di correrla ad ogni vendemmia, all?afa del mezzodì, fra il pane e il vino che è per tutti allo stesso modo. Quel Chaim Soutine morì a Parigi nel 1943, mentre la città era occupata dai nazisti. Sognando il desiderio, prima del sonno, ancora oggi lascio nel fondo dell?occhio qualcosa che sempre vedo ai vetri d?intorno ai bar chiassosi, con una paura strana che corre per il collo e sotto le vesti informi, all?ultimo giro di bevute, senza distrarsi, qualcuno ha cantato le nostre radici? il nostro pudore? chè troppo hanno detto dell?amore e dei malanni, molte volte e sempre, i rimpianti, la fortuna. Mi lasciavo vincere dallo spiritoso, l?odoroso, l?austero, il dolce passante, come ai bei tempi della nostra ebbrezza, accanito d?ogni faccia dolente che scambiasse con me la propria catena, il fresco della sera, una macchia di caffè. Parlavo di te come della prima e dell?ultima delle mie confidenze e non sono riuscito a nascondere gli occhi feriti dal ricordo di quel vivere senza pena. Ha detto di chiamarsi Mino. Salute. Sono undici anni che lavora qua alla Chiacchera. Ti ricordi? Cencio molle vien da te, se ci vien che ti farà? Se tu ridi e sgrugnerai cencio molle bacerai.
Abbiamo lasciato pochi bicchieri sulla tavola quasi ogni sera. Un tempo, qua attorno, in mezzo a viti di vermigli e di bianchi maritate agli alberi, sorgevano bellissime ville rinascimentali, e a Radda, negli anni venti, costituirono il consorzio, la denominazione, la storia e la geografia. Io vi aggiunsi gli inni, i germogli e il colore dei frutteti in pieno agosto. Gli amori della carne, allora, cantavano sotto gli usci e contro quelle sottane che d?ottobre erano sudate dal bere. Parlavano ancora la lingua dei padri: l?uno che tiene il tralcio della vite e l?altro che spinge la gruccia in profondità, coi cappelli di paglia e la camicia sulle maniche, a spalla, fino alla bigoncia. Quella sera, come altre volte, ritornai alla botte di Santa Caterina, feci il giro lungo per sostenermi, senza gettarmi in questa o quella cosa, senza sviare da alcun sospetto, e con umore religioso vidi le orme che fanno le scarpe sul bagnato che odora, erba o sabbia dove eravamo, e il crepitìo delle cose nascoste e buone, come l?acqua che giunge ai pozzi. Peppe faceva il giro dei vinai, tutti i giorni, ma doveva smetterla, era il dottore a dirglielo. - Resisti Peppe ? resisti Peppe ? si diceva. E resisteva Peppe, tenace, a malincuore. ? Bravo Peppe ? si diceva ? hai resistito, bravo Peppe, hai meritato un bicchierino. - E tutti lo vedevano arrivare sorridente. Diceva: - Non per piacer mio ma per amor di Dio. - Salute a te Peppe. Attaccava l?Inferno, il canto dell?amore lussurioso ch?al cor gentil ratto s?apprende, e le nostre bocche rimanevano zitte d?incantamento. E certe volte ci restituiva la misura del nostro perdersi e incontrarci, la trama di una città grandissima, il senso di ciò che Matilde fotografava la domenica sui colli dietro Altopascio. Le magne e le parve, i bigoncioli e i bigoncetti: quando bevevi ti mettevi scalza e l?espressione del tuo volto ti dava un corpo magro. Ci piaceva l?odore delle cantine dove chiunque, a quel tempo, teneva un po? di vino insieme alla falce alla forca e al forcone. Così immaginavo di te nei giorni di festa. Oggi che ti scrivo, torno al ramo potato e alle alture, alle forme fenicie dei mercanti che ci hanno baciato con le mani appiccicate e roseabonde di gazzarre per i bellissimi occhi delle loro figlie che non abbiamo mai smesso di guardare, sotto il sole che il vino rendeva grave. Erano giornate lunghe le nostre e fuori erano i tempi delle valigie ricolme di codici segreti e parole d?ordine mezzo straniere. Ho incontrato chi mi ha raccontato le notti di sbornia sul fronte, la macchina del mondo, la paura di trentavecchie, la terra: perché ciascuna botte dà il vin che ha. Ascoltavo ogni cosa, tutta una civiltà in poche stanze, come una cornucopia gigantesca che si vede dalle scale, poiché thesaurus est optimarum in omni genere rerum. Il liceo quasi non lo ricordo più. Il circolo ha chiuso perché il Comune ha deciso così, forse faranno un asilo; ho incontrato un uomo che risistemava la tavolata, mi ha detto che Sergio è tornato dai suoi, in Piemonte, almeno per qualche giorno. Sono uscito, mi sono abbandonato al pallore della luna, passeggiando verso il cinema nuovo di Sant?Andrea continuando a guardare i riflessi dei lampioni sulle cose, attorno, intorno, piano. - Non siamo di qui. Ti mancherà il mare - dicevi. Avevi ragione senza dire perché, quasi sempre. Fragile, varia, incerta, risibile e tragica, chi così, chi altrimenti, la vinolenza. Lavoro quasi ogni sera al giornale, talvolta mi lascio girovago, soprattutto all?inizio della settimana. Domenica devo andare a Monsagrato con Andrea il ballerino, gliel?ho promesso. Tutte le intenzioni incontrano i propri limiti, per questo voglio ricordarmi di dare priorità al tempo rispetto allo spazio innumerevole, per difendere le mie azioni: mi colpiscono forte, ancora, i treni che vanno via e il ventre delle donne anziane. Sono riuscito a tirare tardi al lumicino della bottega del pane in via Porta. Quando finisce la sete comincia sempre la fame, e poi qua mi conoscono bene, anche il padrone, si possono fidare e lamentarsi con me dell?alzataccia che duole le ginocchia oppure, al solito, del governo. Non voglio smettere questa grandiosa attesa che gonfia i miei movimenti e tutto colora assurdamente, ma vado pensando alle disarmonie sottili che ci rendono pronti al gelo di certi risvegli. Domani, tu ricorda di noi, tu che quando bevevi carezzavi chissà quale sogno.
I complimenti di Villa Petriolo ad Andrea Ciresola, autore del racconto "Luca 6-13".
Andrea Ciresola, nato a Verona nel 1961, vive la sua vita a Monteforte d'Alpone (VR) con la moglie Gabriella e i figli Alice e Alberto. Si occupa di restauro e conservazione delle opere d'arte dal 1982, anno in cui diventa artigiano. Da sempre coltiva la passione del comunicare, realizza infatti opere di arte visiva, teatro e scrittura. Ha messo in scena la commedia "Buono da morire", pubblicato il romanzo "Una fragola per capello" (Perosini editore) e il racconto "Vangog" (edizione ETS/Perosini editore). Nel 2007 ha vinto il premio letterario Villa Petriolo "I paesaggi del vino" ed è stato fra i vincitori del XXV Premio Firenze.
racconto
"LUCA 6-13"
di Andrea Ciresola
« Chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli »
Si fa presto a dire Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Ultima cena, Vangelo, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, amen! Per quanto mi riguarda la storia dei Dodici Apostoli segnò tutta la mia vita e non per eventi di fede. Tutt?altro. La vicenda ebbe inizio molti anni fa, in un pomeriggio passato a Sotheby?s dove all?asta vennero battuti alcuni dipinti del Seicento italiano. Londra ama il Seicento italiano. Anch?io.
La Direzione di M.me Tussaud?s, il museo delle cere, si risentì di quella mia ennesima assenza, tuttavia lasciai il laboratorio di restauro di cui ero il responsabile, per uscire dal portone secondario e dileguarmi tra la gente a passeggio. L?asta più appassionante quel pomeriggio fu per un dipinto, scuola di Annibale Carracci, 76x85 olio su tela, dove vi era rappresentato un curioso labirinto di vigne, tralci e grappoli d?uva. L?immagine del vigneto, notturna e dominata dal candore della luna, riportava nel cielo nuvole aggrovigliate, ora in luce ora confuse con la notte. Forme riconoscibili di donne, abbracci, amori saffici. ?Centonovantamila uno, centonovantamila due, centonovantamila tre! Il labirinto, olio su tela di scuola italiana è aggiudicato al signore là in fondo, con i capelli bianchi per centonovantamila euro. Grazie!? Il signore là in fondo con i capelli bianchi rispondeva al nome di Giorgio Antelami e quando mi avvicinai per congratularmi con lui, la mia vita cambiò. Ad un primo sguardo, l?avevo definito, come tutti quelli che lo avevano conosciuto, un uomo d?altri tempi. La famiglia Antelami vantava un albero genealogico piantato in terra ben ottocentosedici anni prima da Antelamo Antelami e Isadora di Altavilla e da allora la stirpe aveva fatto storia con personaggi di eccellenza.. Nonostante lo stile antico Giorgio Antelami fu uomo invece che seppe coniugare tradizione e modernità attraverso l?uso moderato di genio e sregolatezza. In questo non si smentì nemmeno nella sua uscita da questo mondo. ?Collezionista d?arte?? chiesi quel pomeriggio a Sotheby?s. ?Produco vino! Italia.? rispose secco, ma in quel dare la mano e ritrarla, proferire parole e accenti, qualcosa, non so cosa , fra di noi accadde. Lo servii per ben ventidue anni. Il primo maggio di un anno qualsiasi l?uomo fu trovato riverso sulla scrivania preferita con a fianco un bicchiere di vino rosso decantato da una bottiglia del 2004. Una vendemmia memorabile che le Cantine Antelami avevano interpretato con un Chianti leggendario. Davanti alla bara in legno di ulivo, nella camera ardente c?era il foglio con le sue ultime volontà e la gente sfilò davanti alla salma e al testamento con uguale rispetto e commozione. Le onoranze funebri avevano lavorato in modo perfetto, utilizzando gli stessi abiti dell?ultimo giorno come previsto dal signor Giorgio. La salma sembrava una statua. Per arrivare alla villa, i mezzadri delle sue terre, quelli degli altri proprietari, le autorità, le amanti e le mogli, gli amici, insomma tutti avevano percorso a piedi un sentiero che scriveva le iniziali del suo nome sulle colline nei pressi di Firenze. G. A.
Anche oggi tutto mi riporta a quel pomeriggio londinese quando, in men che non si dica, mi convinse a trasferirmi a casa Antelami nel cuore dell?Italia per realizzare un vigneto con la forma di quel labirinto. Ci vollero un paio d?anni e non fu nemmeno difficile. Altra cosa, invece, fu realizzare il progetto che il Marchese aveva espresso nel testamento: bisognava, dopo la sua morte, convincere i dodici proprietari confinanti con le terre delle Cantine Antelami a percorrere il labirinto per scoprirne il segreto. Una volta usciti dal vigneto e carpito l?arcano avrebbero potuto acquisire quella parte di terre confinanti con la proprietà dell?Antelami. Se non ci fossero riusciti avrebbero dovuto affidarsi al destino che la sorte (e il viaggio nel labirinto?) avrebbe scelto per loro e il pegno di consegnare i vigneti alle Cantine Antelami. Il signor Giorgio Antelami nel testamento fece assumere ai dodici confinanti il nome degli apostoli e questi accettarono la sfida. Cosa nascondeva il labirinto? Di forma rettangolare, duecentodieci metri per duecentonovantasette, il labirinto di viti occupa tutt?ora il lato est del grande brolo della villa e arriva fino al giardino all?italiana, dove una tauromachia di roseti racconta storie di toreri e belle donne. Un?invenzione rinascimentale con varietà di rosa che inebriano i sensi fin dentro le stanze della villa e, ovviamente, nei meandri del labirinto. I filari di vigna sono disposti con misteriosa geometria e da un ingresso si accede, se si riesce a scoprire la strada, nel cuore del labirinto dove si trova una torre senza finestre, costruita in blocchi di marmo Carrara. Un solo ingresso; da una scala esterna si accede sul tetto della torre ad un terrazzino utile per individuare la via d?uscita. Un labirinto di Sangioveto, Canaiolo, Malvasia con qualche pianta di Trebbiano, disposta qua e là secondo le storiche indicazioni del Barone Bettino Ricasoli descritte in un documento della metà dell?Ottocento di proprietà del signor Giorgio. Piante disposte ad arte, discusse, scelte, amate. Pensate. Gli apostoli entrarono, uno alla volta, uno per anno nella stagione dell?uva matura, a metà settembre, andando incontro al loro destino, pieni di speranza. Sicuri della vittoria. Per nessuno di loro fu così. Dopo che Pietro fu entrato, alle 14 del nove settembre e dopo che tutto il mondo l?aveva visto in religioso silenzio prima sul terrazzo, poi nella torre e aveva atteso la sua uscita fino a notte tarda tanto da azzittire le cicale prima e grilli poi? dopo tutto questo, la gente se ne tornò a casa rinchiusa nei suoi pensieri, ma sicura che l?Apostolo Pietro non sarebbe più tornato. Gli stessi pensieri ebbero per Andrea, Matteo e Giacomo e poi per tutti gli altri. E quelli furono giorni di silenzio per le cicale e i grilli. Pur sapendo quale rischio potevo correre, ma con un inconfessabile segreto che mi ero portato nel cuore per ben dodici anni, il tredicesimo settembre di quell?incredibile serie, fu il mese del mio ingresso nella selva di Sangioveto e Canaiolo e Malvasia. Trebbiano qua e là. Piante di rose damascene, della rara varietà purpurea, modellavano i corpi dei toreri e la chioma di Lucia Bosè. Nell?arena spettatori in visibilio. Settembre. Entrai.
Un altro racconto segnalato da Villa Petriolo per "I giorni del vino e delle rose". Si tratta di "Se stasera sono qui" di Gianni Gandini, a cui vanno i nostri complimenti.
Gianni Gandini è nato a Mannedorf (Zurigo) nel 1960. Risiede ad Albiolo (Como). Musicista, musicoterapista, scrittore. Si è occupato di musica per pubblicità, colonne sonore per documentari, aziendali, musica per libri scuole, mostre pittura e teatro. In campo letterario scrive fiabe, racconti, sceneggiature, testi teatrali che hanno consonanze con le diverse anime della musica. Ha vinto numerosi concorsi letterari, ha pubblicato racconti, illustrati, tra gli altri, da F. Tullio Altan, Sergio Staino, Vera Davidescu. Ha pubblicato il romanzo "L'asso nella manica del re" per la Sovera Edizioni di Roma, un romanzo per ragazzi, "Pesci a S. Siro...e una medusa nella vasca da bagno" (Ed. Fiori di campo) ed è di prossima uscita "La doppia anima del labirinto" (Mursia Editore).
racconto
"SE STASERA SONO QUI"
di Gianni Gandini
Il pianoforte introduce un intrigante tre quarti, sottolineato con leggerezza dal levare di uno dei piatti della batteria. Sul finire della quarta battuta Sonia si avvicina al microfono per far decollare il tema e in quel preciso istante un?elegante signora entra nel locale. Si adagia sopra uno sgabello di fronte al bancone e mi regala un sorriso.
Se stasera sono qui è perchè ti voglio bene?
- Ho rubato il posteggio ad un grintoso Pajero ? mi dice ridendo ? e temevo ritorsioni, ma chi era alla guida se ne è andato senza far questioni. La signora osserva attentamente il locale, liberandosi da un ingombrante cappotto. - Un tempo, in questa enoteca, ci venivo con il mio primo amore, molti anni fa? ma questo grosso bancone non c?era ? dice mettendomi a fuoco e togliendosi anche l?abbraccio deciso della sua sciarpa ? e nemmeno lei c?era. - Questo è sicuro ? rispondo, morsicandomi immediatamente le labbra per l?indelicatezza. Sonia affronta l?inizio del tema musicale come se si trattasse di un?impegnativa salita, partendo a marcia bassa, per spingere l?acceleratore sulla seconda frase e liberare uno splendido timbro cristallino. - E? bellissimo questo brano, e la cosa curiosa ? continua divertita ? è che questa era la nostra canzone preferita.
? è perchè tu hai bisogno di me anche se non lo sai ?
- Cosa posso servirle, gentile signora? - Un bicchiere di rosso in sintonia con questo momento di ricordi piacevoli. Mi sorprenda? Mi giro e dopo una rapida occhiata, prelevo una bottiglia di Marzemino d?Isera e verso il prezioso liquido nel calice della signora, canticchiando la fatidica diciassettesima scena del Don Giovanni di Mozart: l?ultima cena del libertino che, al fianco del fido Leporello, gusta compiaciuto un piatto a base di fagiano ed assapora, con entusiasmo, l?eccellente vino della Vallagarina. - Ecco a lei, un appropriato calice che ci riporta alla musica e ad antiche memorie. La creatura che mi trovo di fronte si concede un profondo respiro, mentre sul palco è in corso un delicato assolo del piano, sul tema centrale della canzone. - Sa perché l?ho lasciato?
? Se stasera sono qui è perchè so perdonare ?
- Era costantemente in ritardo ? dice scuotendo la testa ? e la scusa era sempre la solita: non trovava mai parcheggio. Ridicolo? Mentre la signora, dopo aver assaporato il profumo, si porta il calice alle labbra e degusta il vino, attendo il responso. - Buono! ? mi dice posando il bicchiere ? è avvolgente e capace di ammaliare con questo profumo floreale. Ottima scelta. - Grazie. La signora riprende il flusso delle memorie: - Era un ritardatario cronico. E disordinato? e poi perdeva tutto: gli ombrelli, i regali che gli facevo, il treno? alla fine ha perso anche me. Il pianista conclude l?improvvisazione mentre la voce solista attende il break di basso e batteria, prima di riprendere, per la seconda volta, il tema conduttore. - Un po? mi dispiace ? continua lei ? perchè gli volevo veramente bene. - E poi? ? chiedo. - Non l?ho più rivisto e la vita è andata avanti. Mi sono sposata con un?altra persona, ho avuto due figlie. Poi lui se ne è andato, naturalmente con una femmina più giovane. Ma ora sto bene, sa? Pensi che sto per diventare nonna: è una nipotina.
? e non voglio gettare via così il mio amore per te ?
- E? curioso rivisitare la propria vita nel tempo di una canzone? - Nel tempo di un bicchiere di vino ? la correggo simpaticamente. - E? vero ? sorride ? e devo dire che era decisamente delizioso. Penso che mi concederò un bis? - Gliene preparo subito un altro ? dico girandomi rapidamente verso la mia postazione. Il suono di un discreto cellulare avvisa la signora di un improvviso cambio di rotta. Si riveste velocemente, congedandosi: - Mia figlia? devo andare ? mi dice scusandosi ? devo portare il mio scassatissimo Maggiolone dal meccanico prima che chiuda. Grazie per questa piacevole sosta. La vedo uscire, dopo essersi girata un?ultima volta verso il gruppo musicale, accennando un timido applauso. Posteggio il secondo e mai consumato bicchiere di Marzemino sul bancone e mi godo l?acuto finale di Sonia, mentre gli stacchi conclusivi del gruppo decretano l?irreversibile fine della canzone che tanto piaceva alla signora. I musicisti si guardano per qualche secondo, controllano la loro scaletta e recuperano le rispettive partiture.
Per me venire qui è stato come scalare la montagna più alta del mondo ?
E? in quel momento che entra un uomo ansimante e mi si piazza davanti. Attendo l?ordinazione mentre lo vedo togliersi il cappello e regalarmi un sorriso. - Persone gentili, oggi ? penso. - Scusi il fiatone ? mi dice ? ma un Maggiolone che a malapena si reggeva in strada mi ha rubato il parcheggio e ho girato il quartiere tre volte, prima di posteggiare a mezzo chilometro da qui. Però ci tenevo a tornare in questo luogo ... - E? già stato qui da noi? ? chiedo. - Si, molti anni fa. Quando ero giovane frequentavo regolarmente questo posto, con la mia ragazza. Ed ora che sono solo, i ricordi di quei giorni vengono spesso a trovarmi. Il signore concede un panoramico sguardo alla recente ristrutturazione del posto. Poi ritorna a me. - Mi serve qualcosa, per favore? - Mi dica pure? cosa desidera? ? chiedo roteando la mano verso il retro del banco, per mostrare le numerose possibilità. Lo vedo esitante ed istintivamente gli allungo il bicchiere lasciato intatto dalla signora. - Mi permetto di servirle questo bicchiere di intrigante Marzemino, con la sua carezzevole gamma aromatica. - Benissimo ? dice il nuovo arrivato mettendosi comodo ? lasciamoci cullare dai sentori tardo-primaverili dell'adorato Marzemino. Il gruppo musicale si appresta ad una nuova interpretazione, lasciando il compito dell?introduzione del brano al solo contrabbasso. - Sa cosa mi renderebbe felice, adesso? - Cosa? ? chiedo. - Poter condividere un momento così con la mia ragazza di allora.
? e ora che sono qui voglio dimenticare i ricordi più tristi giù in fondo ...
Sonia espone, con precisa attenzione ai dettagli, la linea tematica di ?The Days Of Wine And Roses?, egregiamente sostenuta da un elegante walkin bass del contrabbassista. - Molto bravi ? considera il mio nuovo ospite ? Chissà se hanno in repertorio ?Se stasera sono qui?? Era la nostra canzone preferita. - Mi spiace per lei ? dico alla persona che mi trovo di fronte ? ma l?hanno appena eseguita. Il fraseggio ritmico del solo di piano, tra l?accordo iniziale di Mi e il successivo Re7 alterato, sembra evocare linee tematiche già vissute. - E? la storia della mia vita ? considera il brizzolato signore ? Arrivo sempre in ritardo. Ed oggi è un vero peccato: perdersi una così bella canzone?
Facciano pure quello che vogliano a Montalcino - dove amici (pochi e veri me ne sono rimasti, gli altri evidentemente non lo erano…) mi segnalano che sono apparsi comici manifesti di ?militanti leghisti? ilcinesi recanti questa scritta ?Brunello: crisi risolta. Grazie Lega. Grazie ministro Zaia? ? sequestrino vini, li dissequestrino, facciano i pesci in barile, continuino a presentare chi crede nel vero Brunello (forse più di loro) come un ?nemico?. Oppure non trovino il modo, e mi riferisco ai ?puristi del Brunello?, la rete di piccole e medie aziende (quante siano non si sa bene) che hanno rispettato le leggi e vorrebbero un Brunello adamantino e incontaminato, di fare gruppo, di comunicare insieme, di farsi sentire, di reagire a questa situazione a metà tra Kafka e il vaudeville ed il tran tran da piccola provincia toscana, dove tutti sanno tutto di tutti e un’immaginario (ma non troppo) Grande Fratello politico-sindacale-economico-finanziario-bancario controlla ogni movimento e unifica il pensiero… Da questa sporca vicenda usciranno a testa alta solo le persone per bene, le aziende dotate di un marchio forte, di una credibilità incrollabile agli occhi dei consumatori e degli appassionati di tutto il mondo. Tra queste, dalla più seria e prestigiosa, per esiti qualitativi non solo al di sopra di ogni possibile sospetto, ma ben al di sopra della qualità media raggiunta dagli altri, arriva un?iniziativa chiara e forte che farà discutere. Gianfranco Soldera, alias Case Basse, alias IL Brunello di Montalcino, con una lettera indirizzata agli amici comunica ?un?importante novità?, la prossima uscita in commercio, con consegna a partire dal primo settembre 2008, di un?IGT Toscana rosso 2005, denominato Pegasos. Oddio, cosa è successo a Soldera, gli ha dato di volta il cervello da indurlo, anche lui, a proporre, dalle sacre vigne ilcinesi, l?ennesimo Super Tuscan dove l?uva canonica du pays, il Sangiovese, viene imbastardita dai soliti banalissimi Merlot, Cabernet, Syrah? Niente paura! Con altri questi ?sbandamenti?, magari dovuti al caldo o a incertezze più commerciali che ?filosofiche?, sarebbero possibili o da non escludere a priori. Con Gianfranco assolutamente no, perché per lui, ?custode del Sangiovese? in quel di Montalcino, cultore della sua possibilità di grandezza (che altri non capiscono o fanno finta di non capire?), il Sangiovese continua ad essere l?alfa e l?omega, il paradigma saldissimo di ogni possible operare vinicolo in quel territorio magico. Ecco perché la sua decisione, le cui motivazioni affido direttamente alle sue parole, al testo della comunicazione giunta agli amici (quorum ego), non fa una grinza ed é perfettamente coerente e dotata di una precisa logica. ?Caro amico, della vendemmia 2005, caratterizzata da un particolare andamento climatico estivo, ho selezionato parte delle uve 100% Sangiovese dell?Azienda che hanno fermentato naturalmente in un grande tino grazie a lieviti autoctoni. Questo vino, ottenuto mantenendo le basse rese produttive che ci contraddistinguono, senza pressature né filtrazioni, ha raggiunto la piena maturazione dopo 32 mesi di affinamento in una grande botte di Rovere di Slavonia. L?ambiente particolarmente vocato, l?eccellente ecosistema, la coltivazione naturale di uva Sangiovese sana e matura prodotta in quantità contenuta, la vinificazione naturale e le grandi botti di rovere di Slavonia, gli studi e i controlli delle Università, sono il patrimonio distintivo del marchio Soldera che oggi presenta Pegasos 100% Sangiovese. Siamo lieti di unire qui la nuova etichetta, disegnata ancora da Pietro Leddi, che riprende la figura mitologica del cavallo alato Pegaso, che già ci ha contraddistinto nel passato. Data la limitata produzione di 10.000 bottiglie, Vi invitiamo ad inviarci quanto prima il Vs. cortese ordine. Vi informiamo che la consegna sarà a partire dall?1 settembre p.v. e che, come tutti i vini Soldera, anche questa Igt Toscana Rosso è certificata 100% Sangiovese?. Questa la presentazione del Pegasos da parte di Gianfranco: per chi volesse saperne di più non resta che visitare il sito Internet aziendale o inviare una mail a questo indirizzo di posta elettronica. Il prezzo del vino è di 390 euro + Iva per sei bottiglie, ovvero un totale di 468 euro per un costo unitario a bottiglia di 78 euro. Un prezzo ?solderiano? anche per questa Igt che, ne sono certo, sarà all?altezza del blasone di Case Basse e decisamente più brunellesca, anche senza riportare il nome Brunello in etichetta, di tanti ?Brunello di Montalcino? o presunti tali. Mi piace sottolineare la scelta, sicuramente simbolica, del nome, quello del più celebre dei cavalli alati, che dopo essere stato utilizzato da Zeus per trasportare le folgori sino all?Olimpo e una volta terminate le proprie imprese, ?prende il volo verso la parte più alta del cielo e si trasforma in una nube di stelle scintillanti che hanno formato una costellazione?. Forza Pegasos, vola alto sopra le miserie di Montalcino e la sua ordinaria, provinciale, mesta e grigia quotidianità!
Messo sull?avviso da questo post pubblicato su VinoWire.com dal mio amico e sodale Jeremy Parzen, leggo sull?edizione on line di Wine Spectator una notizia di ieri data dal collaboratore di James Suckling Jo Cooke, wine news riguardante il Brunello 2003 di Castelgiocondo Marchesi de’ Frescobaldi che letteralmente titola: ?Frescobaldi Brunello di Montalcino Partially Cleared Tests prove yet-to-be-bottled wine is pure Sangiovese, but bottled wine remains to be approved” Riproduco fedelmente il testo della news pubblicata da WS: ?Local magistrates have released approximately half the production of Marchesi de’ Frescobaldi’s Castelgiocondo Brunello di Montalcino 2003 from impoundment after laboratory tests concluded that the wine contained only Sangiovese, as required by Brunello DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) regulations. According to Lamberto Frescobaldi, who oversees production of all his family’s estates in Tuscany and beyond, the cleared wine consists of 469 hectoliters (equivalent to around 5,200 cases) of yet-to-be-bottled Brunello. The winery has already bottled 5,000 cases, which remain under the scrutiny of the magistrates, who have not said when Frescobaldi can expect further results. “This is a welcome step in the right direction,” said Frescobaldi. “But it’s going to take some time yet before things are cleared up completely in Montalcino.” Frescobaldi is the second winery in Montalcino to receive clearance from the magistrates; the first wine to be cleared was Antinori’s Pian delle Vigne Brunello di Montalcino 2003, in June. The Italian finance police, the Guardia di Finanza, seized Frescobaldi’s Brunello in April 2008, together with the Brunellos of Antinori (Pian delle Vigne), Argiano and Castello Banfi, as part of an investigation led by Siena public prosecutor Nino Calabrese. The producers were suspected of blending in varieties other than Sangiovese. Argiano declassified its Brunello 2003 in June and released it as a Toscana IGT, Il Duemilatre di Argiano (the 2003 of Argiano), to avoid delays as the investigation proceeded. Castello di Banfi is still awaiting clearance?. Leggo poi sul blog degli amici dell?Acquabuona la notizia che il ?Brunello di Montalcino 2003 di Castello Banfi non sta solo in qualche lontano luogo d?oltreoceano (come segnalato giorni fa da Franco Ziliani) ma anche, più modestamente e in grande quantità, alla COOP di Rieti??. Di fronte a queste notizie che possono essere interpretate in molti modi, preferisco per il momento tacere e trincerarmi dietro ad un gigantesco NO COMMENT?
L'Attodelle Cantine del Notaio è un vino rosso ottenuto prettamente da uve di Aglianico. I miei veri lettori sanno quanto io elogi e magnifichi questo vino. Se c'è un vino emblematico e degno vessillo della nostra realtà, questo è proprio l'Aglianico. Sui tufi vulcanici del Monte Vulture, nelle contrade più rinomate sono coltivate con rispetto e devozione le vigne che danno linfa vitale a questo vino. Ne deriva un vino eccellente, di accesa personalità che matura poi in piccoli carati di rovere nelle suggestive grotte di tufo del 1600. Il colore rosso dell'Atto esprime bellezza e purezza e con i suoi 14,5% di tenore alcolico è vino destinato a dar piacere. Tralascio la rituale descrizione del sentore, profumo et similia, per spendere due parole [decisamente poco tecniche] ma forse più emozionali. Dell'Aglianico scrissi che è vino evocativo. Aggiungo che racchiude altresì gioia, calore e anche molto sacrificio. Se il lavoro e la volontà sono tali per ottenere un regalo così intenso, significa che il buon vino, quello fatto con dedizione e con il cuore, esiste! Ne ero certo per questo e tanti altri vini, ma ora sorseggio ed esalto L'Atto. Et sigillum meum apposui.
Aumento del peso specifico per l’Umbria nella guida 2009 del Touring Club ai Vini Autoctoni Italiani con ben 20 schede previste. Crescita grande anche qualitativa anche se con difficoltà per il Sagrantino 2005 che risente di piogge in vendemmia che hanno colpito le aziende in maniera poco uniforme con maggiori problemi nella parte alta (Montefalco) e [...]